Il patrimonio della Chiesa cattolica: la crisi non esiste

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Il 12 luglio Famiglia Cristiana, attraverso le righe appassionate di Fulvio Scaglione, ha dato un altro colpo di machete ai rapporti – ormai di forte astio – fra il mondo cattolico ed il premier Silvio Berlusconi. «Silvio, c’è la crisi, vieni fuori» il titolo del pezzo, e le parole in esso contenute non sono più lusinghiere per la persona del Cavaliere. «Del Premier Berlusconi si sono perse le tracce proprio nel pieno dell’assalto speculativo contro l’Italia» recita il sottotitolo, tutto ciò «dopo vent’anni di overdose presenzialista». Parole come «invasione» e «diluvio» accompagnano la legittima critica verso un presidente del Consiglio muto ed assente nei giorni di fuoco dell’attacco degli speculatori al sistema finanziario italiano, «non esattamente una prova da leader della Nazione». Una critica che si conclude con la decapitazione del condannato: «i “grandi” sanno quando il loro tempo è scaduto».
Famiglia Cristiana – così come Avvenire – , d’altronde, si è espressa con seria ed attenta critica verso una manovra finanziaria che «grida di dolore oggi ma chiama il medico domani», denunciando le sperequazioni e le ingiustizie, le iniquità di un decreto che taglia sul sociale e risparmia i poteri forti e le caste di sempre – quella politica, naturalmente, in prima fila – , che minaccia liberalizzazioni che il Paese aspetta ormai da vent’anni. Non fanno il passo avanti però le testate giornalistiche di ispirazione cristiano-cattolica. Nonostante non condivida alcune posizioni prese dal settimanale di Famiglia Cristiana ad acritico favore di Israele nel conflitto di Palestina, ho sempre trovato una forte coerenza ed una grande libertà nei temi trattati e nella capacità di trattarli senza cadere nel semplicismo e nel bigottismo che divora il mondo della comunicazione. Ma manca un pezzo nelle dure accuse di FC, un pezzo importante, il tassello della svolta contro l’ineguaglianza, gli sprechi ed i “poteri forti” del nostro Paese.
C’è una verità amara che pesa sulla cristianità cattolica, infatti, è la verità della “casta” – non quella laica, ma quella clericale. La verità amara delle connivenze e dei favori reciproci fra le “cravatte” e le “tuniche”, nel dispregio più totale dei testi ad essi sacri, la Bibbia quanto la Costituzione. Non c’è passo di giustizia senza un passo chiaro dal cattolicesimo laico, una rinnegazione totale di ciò che la Chiesa cattolica rappresenta ancora oggi. Non sarò certo io – nella mia veste di miscredente – a predicare la povertà della Chiesa, ma da cittadino quale sono, è mio dovere pretendere giustizia e parità di condizioni all’interno del mio Stato, dilaniato dalla corruzione e da una legittimazione dell’ingiustizia sociale che leva la sua voce dagli altari come dalle poltrone. San Basilio Magno – citato da Ermes Ronchi – diceva: «all’affamato spetta il pane che si spreca nella tua casa. Allo scalzo spettano le scarpe che ammuffiscono sotto il tuo letto. Al nudo spettano le vesti che sono nel tuo armadio. Al misero spetta il denaro che si svaluta nelle tue casseforti». Ma, pur senza giungere alle pretese del comunismo cristiano degli albori, un paio di appunti sulla Chiesa cattolica di oggi sarebbe bene farli.
A partire dalla scuola. Facendo un bel salto all’indietro fino al novembre 2010, nel pieno della protesta studentesca ed universitaria, con le scuole occupate, i ricercatori a braccia conserte e gli attacchi e le delegittimazioni da parte di un governo che forzava l’intero sistema istruzione-ricerca sotto la scure del boia della “crisi”, le urla dei cristiani si levarono, dai giornali ufficiali e non, per condannare all’unanimità i riprovevoli tagli alle scuole paritarie cattoliche che il ministro Tremonti aveva inserito nella manovra finanziaria. E così, fra le pressioni di 150 parlamentari cattolici e la lobbying diretta della Santa Sede – puff! – , saltarono fuori 245 milioni di euro da destinarsi per il 2011 agli istituti cattolici, in un contesto in cui alla Scuola pubblica non sono rimaste più né lacrime né sangue. Ma quella dei fondi alle scuole «senza oneri per lo Stato» è una storia vecchia, che ha visto le forze vaticane sempre in prima fila, tanto che il 5 dicembre 2008 monsignor Stenco, direttore dell’ufficio Cei per l’educazione, si lamentava al Corriere della Sera seguendo un copione del genere: «qui si vuole la scuola statale e la scuola commerciale, lo Stato e il Mercato ma non il privato sociale che rappresentiamo noi», accusando pesantemente il contributo di 530 milioni alle scuole paritarie, definito come «irrisorio».
Passando per l’Ottoxmille. Altro salto all’indietro. 1984, con la revisione dei Concordati del 1929 viene abolita la congrua e si passa al versamento volontario – e ben congeniato – alle istituzioni ecclesiastiche. Previsto l’ormai epico disinteresse pubblico del cittadino italiano – lo stesso cittadino del non expedit – , quello che permette alla nostra classe politica di resistere ad una tenue indignazione, scattò la clausola dell’art. 37 della legge di attuazione del Concordato: «In caso di scelte non espresse da parte dei contribuenti, la destinazione (dei quozienti da distribuire del gettito totale) si stabilisce in proporzione alle scelte (percentualmente) espresse». E così, con solo 1/3 dei cittadini che sceglie a chi devolvere la “carità forzata” ed un 65% di questo “terzo” che la devolve a favore della Santa Chiesa, a piazza S. Pietro giunge l’85% dell’intero gettito, calcolata in circa un miliardo di euro l’anno, dei quali solo il 20% è destinato alla celeberrima «carità cristiana». Ripescando un articolo di Paolo Boccuccia su Rinascita.eu, ricaviamo altri dati del 2004, anno in cui «sono stati destinati 258 milioni per le scuole cattoliche, 44 milioni per le cinque grandi università cattoliche, 20 milioni per la sola Università dell’Opus Dei, 478 milioni per gli stipendi dei 15mila insegnanti di religione passati di ruolo in tutte le scuole di ogni ordine e grado».
Con uno sguardo agli ospedali. Un altro miliardo di spese statali è predisposto a garantire la sopravvivenza delle realtà sanitarie gestite dalle istituzioni cattoliche: 6mila centri di assistenza medica – fra ospedali e case di cura convenzionate – , 729 orfanotrofi, 534 consultori medici, 136 ambulatori. Certo, in questi almeno non si paga una retta, ma non si trattano nemmeno le urgenze – perennemente deviate ad ospedali statali perennemente in emergenza.
Fino al patrimonio immobiliare. A partire dalla periferia, dai 59mila enti ecclesiastici che possiedono oltre 90mila immobili – con un valore di 30 miliardi di euro – , esenti dalle imposte sui fabbricati, sui terreni, sui redditi, sulle compravendite, costando ogni anno allo Stato circa 9 miliardi di euro. Progredendo verso il centro. È il posto dell’ICI, da cui vengono esentati anche gli enti ecclesiastici «non esclusivamente commerciali», per una perdita di 2 miliardi e mezzo l’anno. Fino a raggiungere al nucleo forte. Con riferimento all’inchiesta di Sandro Orlando per Il Mondo dell’estate 2007, scopriamo che il 20-22% di tutto il patrimonio immobiliare nazionale italiano è di proprietà dello Stato della Città del Vaticano, ovvero di uno Stato estero, e che la Banca Vaticana – l’Istituto per le Opere di Religione – gestisce un patrimonio pari a 6 miliardi di euro. Dal 2005 al 2007 la Chiesa ha venduto immobili per 50 milioni, e negli ultimi anni non si contano le indagini giudiziarie che hanno sfiorato la Santa Sede – lasciando escluse quelle relative alla copertura dei casi di pedofilia (attivate negli Stati Uniti) e quelle sulle radiazioni di Radio Vaticana – per questioni patrimoniali e fiscali. Secondo Vittorio Casale, immobiliarista vicino agli ambienti di Propaganda Fide, «a metà degli anni ’90 i beni delle missioni si aggiravano intorno agli 800-900 miliardi di lire, oggi dovrebbero valere dieci volte di più», mentre è certo che le sole proprietà del Ministero degli Esteri del Vaticano ammontino a 8-9 miliardi di euro.
Sempre nel 2007 La Stampa pubblicava alcune parti della lettera recapitata a Palazzo Chigi con mittente l’Unione Europea, riguardo «la lista degli immobili della Santa Sede, l’indicazione del loro valore catastale, nonché dell’ICI che sarebbe annualmente dovuto per l’utilizzo di tali beni in assenza dell’esenzione» stabilita dal decreto-legge del 17 agosto 2005 del governo Berlusconi III. Il Governo Italiano non sembrava avere risposte allora come non sembra averne oggi. La Chiesa continua a gravare sulle tasche dello Stato come un macigno da centinaia di miliardi di tonnellate, mentre i suoi trombettieri inneggiano alla giustizia sociale contro i colpi della crisi.

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