Comunicazione del lavoro, cosa manca?

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Esattamente quand’è che il lavoro ha smesso di fare notizia? È stato prima o dopo i gattini raccogli click sul web? Oppure è stata conseguenza della disintermediazione? L’ho pensato a lungo, confesso. In Italia le organizzazioni sindacali con i loro 12milioni di iscritti sono ciò che i partiti non sono più da tempo: grandi organizzazioni di massa che parlano alle persone anche senza i megafoni delle Tv.

Non è un caso infatti che i due ceffoni più dolenti Silvio Berlusconi, proprietario di tv e presidente del consiglio, li abbia presi non dalle opposizioni politiche ma da due manifestazioni di piazza. Quella della Cgil di Cofferati al Circo Massimo nel 2002 e quella del 13 febbraio 2011 lanciata dalla donne di Se non ora quando che, tra le sue promotrici, aveva non a caso molte delle donne del sindacato e della Cgil in particolare, non ultima proprio Susanna Camusso eletta da poco alla guida di Corso d’Italia.

Scontato quindi per una politica debole e chiusa nella propria autoreferenzialità fatta di cerchi magici, rigidi diktat e piattaforme web, considerare le ultime grandi organizzazioni di massa un problema da far scomparire. Come? Bypassandole. Ha iniziato Renzi scaricando il mondo del lavoro e la Cgil, stanno continuando i 5 Stelle. Ma in questo ha ragione oggi Maurizio Landini, se non si conosce bene il mondo del lavoro come si può pensare di dargli risposte efficaci? Il rischio è quello di stanziare le poche risorse che ci sono per provvedimenti inefficaci, mentre l’Italia non può permettersi di sbagliare.

Ha bisogno di risalire la china, in fretta. 


La politica ha disintermediato per opportunità. Ma l’informazione? Quando il lavoro ha smesso di fare notizia? Da tempo le notizie sul lavoro, non solo il sindacato ma anche i dati, gli incidenti, le storie dei lavoratori, trovano poco spazio, sulla stampa. Per chi non se ne fosse accorto ieri a Roma il mondo del lavoro è sceso in piazza. Quello organizzato dai sindacati confederali che nei mesi passati hanno fatto su e giù per il Paese, nelle fabbriche come nelle sedi anche sperdute, incontrando e confrontandosi con migliaia di persone e lavoratori. Il mondo del lavoro non ha votato i 5Stelle o Salvini per il reddito di cittadinanza light o per un provvedimento previdenziale che favorirà i pochi fortunati aventi requisiti. Lo hanno fatto, e Cgil Cisl e Uil questo lo sanno bene perché con i propri iscritti parlano a differenza dei partiti liquidi, per il lavoro che non c’è, per quella maledetta legge Fornero che sta obbligando migliaia di persone stanche, demotivate, anche ammalate perché con l’età iniziano gli acciacchi, a restare al lavoro.

Per il jobsact del Pd di Renzi che aveva proposto lo scambio tra diritti e reddito: rinunciate a qualche tutela, all’art.18, ma in cambio aumenterà il lavoro. È vero, il lavoro è aumentato. Le statistiche ce lo dicono. Ma quale lavoro? Oggi l’Italia è il Paese del lavoro povero, precario, senza diritti. Il JobsAct che era stato pensato anche lì senza ascoltare cosa il sindacato avesse da suggerire, con dolo o forse no, solo superbia, non ha ottenuto l’effetto annunciato e i giovani continuano a partire, a lasciare l’Italia in cerca di futuro e riconoscimento per le proprie competenze. Il mondo del lavoro ha votato Lega e 5 Stelle perché voleva risposte e ieri è sceso in piazza perché le risposte non ci sono. Molti commentatori devono avere sottovalutato lo spostamento di piazza da quella del Popolo a San Giovanni a una settimana dalla manifestazione.

Già lì il messaggio era chiaro. Perché quando si parte per venire a Roma a manifestare e si perde una giornata del proprio tempo, ci si sveglia all’alba, si monta su un pullman per tornare la sera stanchi a casa dove restano le lavatrici da fare, i figli da seguire, le incombenze da sbrigare, non basta avere viaggio e panino pagato. Si deve avere qualche ragione seria in più. Chi sta al governo sbaglia a sottovalutare questo messaggio. 


Ma ieri sera qualche valutazione discutibile deve essere stata fatta anche dai principali quotidiani italiani che hanno ritenuto di non dover dare visibilità della protesta di piazza San Giovanni. Il Corriere ha un richiamo in prima dove non compare nemmeno la parola “sindacati”. Repubblica fa un boxino uguale e accostato a quello per la guerriglia dei centri sociali di Torino. 


La protesta del mondo del lavoro non fa notizia.

Certo che gattini e canzoni fanno vendere più copie dei lavoratori che protestano. Però poi non ci stupiamo se quando attaccano la stampa, che pure il sindacato forte della storia e dei propri valori fondativi ha e continuerà sempre a difendere nei fatti e non solo a parole, sono solo pochi a capire cosa significhi e a preoccuparsene.

Non vi stupite ma piuttosto chiedetevi quale Paese state contribuendo a realizzare. Tra qualche anno o forse solo mese, quando arriverà da pagare il conto degli erroracci che questo governo sta facendo a spese degli italiani, qualcuno chiederà a Cgil Cisl e Uil dove erano. Noi pubblicheremo le nostre foto, gli articoli in decima pagina – per la manifestazione Cgil di piazza San Giovanni contro il JobsAct, Repubblica ci relegò nelle pagine economiche-, ma nell’immaginario collettivo il 9 febbraio verrà ricordato come il sabato di Sanremo e non come quello in cui il mondo del lavoro ha detto “così non va” al governo Conte.

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