Gli psichiatri rispondono a Salvini

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Nella visione romantica della musica italiana i matti, cantava Simone Cristicchi, “sono punti di domanda senza frase, migliaia di astronavi che non tornano alla base. Sono dei pupazzi stesi ad asciugare al sole, i matti sono apostoli di un dio che non li vuole”. Anche il ministro dell’Interno Matteo Salvini ha voluto dare un’interpretazione personale della malattia mentale. Lo ha fatto in due occasioni diverse. In prima battuta, nel raduno annuale di Pontida: lì ha espresso il proprio parere sulla riforma che ha portato alla chiusura delle strutture che si occupavano di malati psichiatrici. Secondo il vice Presidente del Consiglio questa scelta ha portato le famiglie a combattere in solitario contro un destino decisamente infausto. A distanza di qualche giorno il leader della Lega ha voluto ribadire il concetto, ospite in una trasmissione televisiva di “La7”. In questa occasione ha dichiarato che l’esplosione di aggressività che quest’anno ha interessato il Paese sarebbe spesso dovuta proprio ai malati psichiatrici; per questo ha auspicato la necessità di riconsiderare le precedenti scelte fatte in materia.

Il politico, in pratica, con le sue parole sembrerebbe fare riferimento alla “legge Basaglia” che nel 1978 segnò la definitiva chiusura dei manicomi. Potrebbe però anche aver voluto richiamare la legge che, lo scorso anno, ha abolito i sei ospedali psichiatrici giudiziari che erano ancora attivi e dislocati per tutto lo Stivale. Non si sono fatte attendere, repentine, le risposte dei professionisti del settore, che attraverso la pagina Facebook della “Società Italiana Psichiatria”, hanno voluto manifestare tutto il loro dissenso nei confronti delle dichiarazioni fatte dal Ministro.

Giuseppe Rao, direttore della sezione psichiatrica dell’Ospedale di Barcellona P.G., psicoterapeuta e criminologo, ci ha aiutati ad analizzare meglio la questione.

Matteo Salvini, in questi giorni si è espresso sulla chiusura delle strutture che si occupavano di malati psichiatrici chiamando perciò in causa la legge 180 che il ministro ha definito “una riforma sulla carta giusta, che si sta dimostrando un disastro”. Questa legge è sul serio così “dannosa”?

Assolutamente no. È indiscutibile la portata rivoluzionaria, storica e di valenza sociale e sanitaria che ha avuto la 180. È anche vero, però, che la stessa legge era pensata per essere la fase iniziale di tutta una serie di azioni per le quali la psichiatria andava potenziata sul territorio, proprio per impedire l’ospedalizzazione ed i residui manicomiali che tanto danno avevano fatto.

Dunque la realtà concreta dei fatti, quella conosciuta dalle persone che quotidianamente si occupano del disagio mentale è più complessa di quanto le dichiarazioni di Salvini lascino intendere?

Oggi sicuramente sono stati fatti molti passi in avanti in materia, ma non tutti quelli auspicabili. la 180 prevedeva una serie di cose e con un parametro da 1 a 100 ne sono state realizzate rispetto alle promesse iniziali un 40. Per cui ancora oggi, anzi soprattutto oggi, in cui c’è una tendenza a ridimensionare gli interventi innovativi di psichiatria territoriale perché richiedono investimento di risorse bisogna puntare su questa legge e non demonizzarla.

L’unica certezza allora è data dal fatto che riaprire i manicomi non è una strada percorribile, in quanto si tratta di un’idea già attuata e bocciata dalla storia?

Tanto è stato fatto, anche in maniera straordinaria. Oggi parlare di manicomi è qualcosa di impensabile, cioè oggi nessuno mai in nessun posto del mondo penserebbe di riaprirli. Il problema sta nel fatto che se tu vuoi garantire determinati livelli di assistenza devi investire in risorse: bisogna, ad esempio, sostituire il personale che andrà in pensione, bisogna assumere operatori socio-sanitari che sul territorio si prendano carico delle famiglie e dei pazienti. Tutto questo richiede notevoli somme che garantirebbero il completamento di quegli aspetti che la 180 prevede e ai quali non è stata data totale applicazione.

Come analizzare allora le parole dette dal ministro?

Le parole del ministro hanno tralasciato l’aspetto tecnico-scientifico per concentrarsi principalmente su quello emotivo, poiché è quest’ultimo che raggiunge facilmente le persone coinvolte, toccandole nel vivo. È infatti evidente che il ministro si rivolga ad una parte specifica di popolazione, quella delle famiglie che vivono la patologia: una fascia che molte volte e facilmente si è sentita lasciata sola nel sostenere un dramma che non è facile da gestire. Ma per garantire loro l’assistenza che oggi non ricevono non si può prendere in considerazione la riapertura delle vecchie case di cura, la cui assenza di efficacia è già stata abbondantemente accertata nel tempo. Bisogna procedere con azioni concrete, investendo risorse economiche nel settore, che raggiungano chi in questo ambito ci lavora. Infatti, se in futuro non si agirà per incrementare l’assistenza territoriale, sarà inevitabile che ci sia una ricaduta negativa sul tessuto sociale.

Quindi l’unica soluzione prospettabile è rivedere l’organizzazione sul territorio ed eventualmente potenziarla?

Basterebbe innanzitutto applicare al 100% la 180. Già basterebbe questo.

Allora la 180 non è “inutile” ma “inapplicata”?

Esatto è in parte inapplicata. Bisogna prestare attenzione a non lasciar passare il messaggio che la 180 sia una legge dannosa: si tratta di un ordinamento che ha importanza fondamentale, anche se nel tempo non è riuscito a raggiungere il suo pieno potenziale. Stiamo parlando di una normativa che ha compiuto 40 anni e per questo, su alcune cose ha bisogno di essere aggiornata, ma il suo principio cardine, la deistituzionalizzazione della malattia mentale, è un aspetto dalla cui adozione non si deve tornare indietro. Poi si può discutere su tutto. Sul modello organizzativo, sulle risorse, sulle tecniche. Ma intanto basterebbe applicare totalmente quello che prevede la 180 e quello che poi sulla base della 180 sono stati gli atti normativi susseguenti. I progetti obiettivi di salute mentale 94 e 98, ad esempio, che vanno sulla linea della 180. I piani strategici e le linee di diritto sulla salute mentale che sono, ovviamente, sul solco della 180. Quindi ritornare alla fase precedente la 180 è assolutamente inverosimile.

Parlare di certi argomenti potrebbe comunque portare l’opinione pubblica a porsi determinate domande e risultare alla fine in qualche modo qualcosa di positivo o utile?

Faccio un paragone. Parlare di aspetti tecnici legati alla psichiatria equivale al voler parlare di aspetti tecnici legati ai vaccini Non è raro, come già detto, che la politica in qualche caso insegua una fetta mirata dell’opinione pubblica per accaparrarsene il favore, e si è arrivati a farlo ad esempio asserendo che i vaccini non siano utili o che siano addirittura dannosi. Tutto questo nonostante la scienza giunga a conclusioni diametralmente opposte. Di ogni tema si può discutere, ma lo scambio di vedute deve basarsi sulle evidenze scientifiche: dubitare dell’utilità dei vaccini è sbagliato al pari che diffidare dell’orientamento di base della legge 180.Sempre più spesso, quando la politica si occupa del settore della sanità, ma anche di altri temi caldi che possono intrigare l’interesse pubblico, lo fa cercando il consenso di chi si dichiara “contro” qualcosa. È quello il target visceralmente più coinvolto e quindi il più interessato. Il problema non è tanto la tendenza, che ha preso piede negli ultimi anni, ad essere tutti schierati in prima fila per dire la propria su qualsivoglia argomento: il problema è che lo si fa anche quando si affrontano questioni delle quali si conosce poco o nulla, spargendo disinformazione che, specialmente quando si usano toni emotivi ed incendiari, attecchisce con rapidità estrema.

Alle famiglie di malati psichiatrici bisognerebbe prestare attenzione più con i fatti e meno con gli slogan. La 180 non può e non deve essere cancellata, bisogna invece rimodernarla e renderla efficace attraverso lo stanziamento di fondi. In Italia i numeri a riguardo sono sconfortanti, e non è certamente un caso che la “Società di Psichiatria” abbia denunciato lo “sfascio del settore” dovuto ad un finanziamento minimo che corrisponde a “meno del 3,5% del totale della spesa sanitaria italiana”. Secondo gli psichiatri, inoltre, il 95% dei reati violenti è perpetrato dalle cosiddette persone “normali”. Aggiungere, piuttosto che eliminare, diventa essenziale per fornire un aiuto effettivo: più informazione e più finanziamento, aiuti reali per chi ha il diritto di non sentirsi mai più solo e trascurato.

l Ministro dell’Interno Matteo Salvini in due diverse occasioni ha affrontato il tema della malattia mentale. Con le sue parole ha ottenuto una forte reazione di dissenso da parte degli psichiatri che hanno voluto rispondere al politico attraverso la pagina Facebook della “Società Italiana Psichiatria”. Per analizzare la vicenda abbiamo intervistato Giuseppe Rao, direttore della sezione psichiatrica dell’Ospedale di Barcellona P.G., psicoterapeuta e criminologo. Con le sue parole il professionista ha ribadito quanto la sola idea di riaprire i manicomi sia un’affermazione inverosimile ed inutile. Ha chiarito invece, che l’unica strada percorribile sia la totale applicazione dalla 180 che è una legge ad oggi attuata solo in parte, poiché richiede notevoli risorse economiche.

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