Rivivendo le “stragi”

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Da sinistra i pm Vittorio Teresi, Nino Di Matteo e Roberto Tartaglia durante la lettura della sentenza del Gup di Palermo che ha assolto l'ex ministro Dc Calogero Mannino dall'accusa di minaccia a corpo politico dello Stato con la formula "per non aver commesso il fatto", Palermo, 4 novembre 2015. ANSA/LANNINO
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19 luglio, un giorno che si ripresenta con scadenza annuale. Esistono date, semplici combinazioni numeriche, che riportano alla mente avvenimenti di una rilevanza così straordinaria da rendere impossibile la sola idea di scordarle. Sono giornate da dedicare alla memoria, ma soprattutto alla riflessione. A ventisei anni dalla strage di via D’Amelio in cui persero la vita il Dott. Paolo Borsellino e 5 agenti della sua scorta, a commuovere è stato soprattutto il ricordo della nipotina del magistrato. Attraverso una lettera, letta da don Cosimo Scordato alla fine della messa in memoria dell’uomo di Stato, la bambina ci ha fatto comprendere con poche semplici parole ciò che poteva essere e che invece non sarà mai più. Quello che i familiari assieme ai singoli cittadini italiani hanno perso per sempre nei pochi istanti di un vile attentato: caro nonno mi dispiace per il 19 luglio 1992, se tu fossi vivo avresti capito quanto ti coccolerei. Ti voglio bene, la tua nipotina Fiammetta Borsellino. Per non dimenticare, ma soprattutto per riuscire a capire fino in fondo che cosa abbiano rappresentato le stragi di mafia per l’Italia dei primi anni 90, noi de ilcarretinonews.it abbiamo voluto analizzare il tema con un approfondimento curato dal nostro direttore:

Il 1992 è stato un anno molto particolare. Esistono tappe ben precise, che non si possono non ripercorrere per analizzarlo correttamente. La striscia di sangue che ha caratterizzato quel periodo ruota tutta attorno al maxiprocesso ed alle conseguenze che ha comportato. Rilevante in quell’anno è stato l’assassinio di salvo lima: politico di primo piano della Democrazia Cristiana siciliana ma anche nazionale, essendo stato per due mandati sindaco di Palermo e per diverse legislature deputato a Roma. I ’ex esponente della DC fu, anche, l’elemento di collegamento tra le istituzioni e cosa nostra, di fatti il suo nome, più volte, comparve nelle relazioni della commissione parlamentare anti-mafia. Lui, quindi, era la garanzia all’interno della politica del fatto che i numerosissimi imputati avrebbero potuto ottenere in cassazione, la revisione di tutti i parametri delle condanne. Quando così non è avvenuto, il politico pagò con la sua stessa vita quella promessa fatta e non mantenuta. Da attenzionare è anche la figura del giudice Carnevale, oggi definitivamente assolto nel processo per concorso esterno in associazione mafiosa. In quegli anni accusato di avere favorito alcuni imputati eccellenti in processi di Mafia, annullando in certi casi le condanne per vizi di forma. Perché è stato ucciso il Dott. Falcone? Falcone era il nemico della banda mafiosa, soprattutto dei corleonesi. La mafia oltre alle lotte e alle uccisioni interne per la gestione del territorio non aveva mai avuto interesse vero e proprio a fare guerriglia o terrorismo contro lo Stato. I loro interessi sono stati sempre di carattere economico, non di potere, ma di egemonia economica sul territorio. Falcone, che li colpì con il maxiprocesso, aveva fatto loro un torto inaccettabile nel momento stesso in cui era andato al ministero a Roma ed aveva predisposto tutta una serie di normative contro le associazioni a delinquere. Esaminandola in questa prospettiva la morte del magistrato può essere compresa con più facilità. Eliminato il primo vero grande ostacolo, ai mafiosi restava comunque in piedi la figura scomoda di Paolo Borsellino. Lui aveva fatto parte a sua volta del maxiprocesso, ma non con lo stesso ruolo del Dott. Giovanni Falcone.  Diciamolo chiaro: a quei tempi l’anima dannata di Palermo era soprattutto il secondo. Perché se oggi tutti lo acclamano come eroe, allora fu la stessa intellighentsia palermitana a remargli contro. Dal punto di vista processuale il maxiprocesso è stato un esperimento per la giurisprudenza italiana: non era mai stato fatto nulla del genere prima. L’idea di una associazione a delinquere di stampo mafioso, per la quale un gran numero di persone faceva parte della consorteria mafiosa e doveva essere processato in un’unica ondata rappresentava un obbrobrio giuridico agli occhi degli studiosi di diritto contemporanei.

Fino ad allora ad ogni reato corrispondeva un colpevole, il colpevole! In quella situazione, invece, vi erano centinaia di imputati, e altrettanti reati, quindi risultava impossibile individuare il singolo da cui era partito il tutto, come invece poteva avvenire per un omicidio o per una rapina. Questa era la contestazione che allora al Dott. Falcone fecero non soltanto i mafiosi, ma anche qualche avvocato. Il Dott. Borsellino si trovò a sua volta coinvolto in questa malsana spirale. Però esiste una differenza fra le due stragi: quella di Falcone fu decisa perché il magistrato era diventato un pericolo a Roma.  Quella diel Dott. Borsellino fu voluta quale asserzione del potere mafioso che eliminato lo scomodo bersaglio dimostrava ancora una volta la sua forza. Gettate le basi per questa strategia del terrore, vennero fatti altri tre attentati sul territorio nazionale, e non furono avvenimenti slegati o casuali, ma l’attuazione della visione di totò riina. Il capomafia con la sua mentalità, e questo è stato reso noto dai collaboratori di giustizia in seguito, è arrivato a dire “noi colpiamo sempre più forte perché sarà questa la possibilità per poi fare la pace”. Era questa la linea guida della mafia del tempo, e l’evoluzione di questa strategia portò alla trattativa Stato-mafia. Paradossalmente, proprio l’aver colpito così profondamente le basi dello Stato ha consentito ai mafiosi di ottenere risultati e garanzie. Gli equilibri, saltarono quando la Cassazione confermò le condanne del maxiprocesso. Tant’è che la domanda che ci dobbiamo porre è: ma perché tutte queste stragi non furono eseguite nel ’91 o nel ’93? Ciò avvenne per il semplice motivo che la sentenza della Cassazione fu proprio del gennaio del 1992. Il maxiprocesso prese il via nell’87, quindi se fosse prevalso il senso di vendetta, come spesso si lascia intendere, tutto sarebbe accaduto allora e non dopo. Parliamo di attentati del ’92 perché questa era la strategia di totò riina. Strategia che vedeva i Corleonesi in grado di affermare la loro potenza inserendo una drammatica violenza all’interno delle strutture statali. Una teoria ben ragionata ma allo stesso tempo di bassa leva, tipica dei banditi che agiscono spinti dall’impeto e solo in seguito si preoccupano delle conseguenze. Il succo della questione risiede tutto qua: riina voleva affermare che con la brutalità sarebbe stato in grado di riallacciare i rapporti con lo Stato italiano partendo da una posizione di privilegio. Bisogna ricordare che subito dopo gli attentati vi furono tentativi di “ammansire” totò riina con il colonnello De Donno, ed i generali Mori e Subranni, di recente condannati in primo grado nell’ambito del processo sulla trattativa Stato-mafia. Tramite ciancimino, il famoso sindaco di Palermo che si era “ripulito” ma faceva parte di una vecchia famiglia mafiosa, passerà alla storia quello che prese la denominazione di “papello”. Per riassumere il tutto in poche semplici parole, del 1992 bisogna evidenziare: Lima fu il responsabile politico che pagò con la propria vita e che era legato ad Andreotti. Il Dott. Falcone venne ucciso perché era considerato dalla mafia il nemico che aveva sferrato l’attacco diretto attraverso il maxiprocesso ed anche seguendo i loro affari di soldi.

Fu famosa la sua attività investigativa sugli assegni. Il Dott. Borsellino morì perché secondo la teoria di Riina prima bisogna spaccare la testa al nemico e poi cercare di fare gli accordi. Il frutto di tutto questo si è poi ritrovato successivamente nella sentenza della trattativa. Per concludere, come afferma anche Saviano, è inutile mettere l’eroe davanti al male se la gente non capisce che cos’è il male. Se si vede nella figura dell’eroe il combattente solitario che si incaricherà di risolvere la situazione, si sarà portati a pensare di avere un ruolo marginale, a restare immobili confidando nel fatto che ci sarà sempre qualcun altro a combattere al posto nostro.

Quindi, il male va inteso per quello che è, e non solo in contrapposizione al bene.

 

Al link in seguito la sentenza di Corte di Assise: http://bit.ly/2mvzGzr

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