Il silenzio di Lucia

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La storia di Carmela oramai la conosciamo tutti, è quella di una diciassettenne palermitana barbaramente uccisa nel tentativo di difendere la sorella Lucia da quel giovane che conoscevano e che quel giorno s’è presentato a loro non per fare il solito litigio, o per riproporsi alle attenzioni di Lucia, in lui c’era qualcosa di diverso… aveva l’aria di crudele e spietato aggressore armato di coltello, neanche il tempo di rendersene conto, in pochissimi minuti, Carmela e Lucia si ritrovano a terra in una pozza di sangue.
Tutte le storie che culminano con un epilogo tragico, sono accomunate da alcuni aspetti.
Cambiano i nomi delle vittime, i luoghi dove avvengono le aggressioni, ma il copione di fondo è sempre lo stesso : la vittima è di sesso femminile, intratteneva o intrattiene una relazione con l’omicida, la perdita del possesso dell’oggetto” donna” funge da detonatore che fa precipitare velocemente la situazione.
Considerando soltanto il numero di donne uccise per mano degli “uomini” in un anno, sembra di trovarci davanti ad un bollettino di guerra, è un macabro resoconto che viene settimanalmente eviscerato nei vari programmi televisivi, che ci raccontato con dovizia di particolari le diverse storie . Questi resoconti, finiscono per essere uno uguale all’altro, in una carrellata di immagini di quello che le vittime furono e di quello che non potranno essere più.
Il caso di Palermo è uno di questi, ma va attenzionato poiché ha coinvolto due giovanissime donne di appena 17 e 18 anni.
E’ vero che a fatto avvenuto e col senno di poi, ci interroghiamo se questo evento si poteva evitare in qualche modo. Certamente non esistono delle “soluzioni pronte all’uso” ma si deve parlare sempre parlare di prevenzione, che nel caso di stalking e di violenza , è possibile.
Partiamo dalla considerazione che una giovane donna che viene perseguitata lancia inevitabilmente dei segnali . Il problema è che spesso gli adulti di riferimento non se ne accorgono, non scatta in loro quel campanello d’allarme, non riescono ne ad intercettare ne a cogliere questi segnali.
Considerando la società di oggi, caratterizzata dal progresso tecnologico e culturale galoppante, possiamo individuare due caratteristiche di discontinuità rispetto al passato che possono influenzare negativamente la qualità delle relazione tra genitori e figli con la conseguente chiusura al dialogo di questi ultimi, e la cecità dei primi.
Ritengo che a volte i genitori non si accorgono dei segnali di aiuto inviati da propri figli, perché non sono culturalmente attrezzati a seguire le mutazioni e i pericoli che si generano in una società come la nostra, attraversata da cambiamenti mai conosciuti prima d’ora . La differenza generazionale poi, con un bagaglio di possibilità e di esperienze e di libertà, assolutamente differenti rispetto al passato, genera l’incapacità da parte di questi genitori nel seguire effettivamente i propri figli . Si tratta di genitori premurosi, amorevoli , ma che i figli scelgono di tenere fuori dalla propria vita reale, sanno poco dei loro al di fuori dalla realtà affettiva e domestica che caratterizza il nucleo familiare.
Altre volte, i genitori sono distratti, perennemente giovani, poco incisivi, forse involontariamente lontani o, a secondo della prospettiva dal quale si legge la questione, poco vicini ai figli, che vengono “avviati” sin da piccoli a vivere in un mondo virtuale. Hanno computer, IPhone, Tablet, videogiochi, sono ipnotizzati da questi congegni tecnologici, così come i loro genitori, intenti a svolgere un’attività irrinunciabile come quella di connettersi col telefonino di ultima generazione per rispondere agli amici di facebook, alla comunità virtuale che però , in tempo reale astrae e sottrae la presenza del genitore al figlio, oltre che alla propria famiglia . Di tutta risposta i figli, sono totalmente assenti rispetto alla realtà domestica.
Questi oggetti , offerti gratuitamente e spesso a “sorpresa” da parte dei genitori, hanno sicuramente la funzione di impegnare , come nel caso dei bimbi più piccoli, ma generano anche l’abitudine a non comunicare, poiché questi oggetti parlano ma ahimè non ascoltano. Le distanze create in questa fase della vita tra genitori e figli, sono difficili da recuperare.
Le famiglie dei giovani adolescenti, invece devono armarsi di lenti di ingrandimento in grado di evidenziare le qualità delle frequentazioni dei propri figli, i turbamenti che li attraversano, attribuire un peso e alle modificazioni caratteriali dei nostri giovani. Queste lenti particolari non si trovano nei negozi, non sono quel genere di beni che si “comprano”, ma si creano nel tempo , si costruiscono nella relazione diretta con il proprio figlio. È proprio questa relazione ad essere in crisi. Quel che è peggio, è che spesso ci rendiamo conto che questa relazione non esiste e non è mai esistita.
Vale la pena spendere due parole sulla scuola, ed in particolare sulle possibilità che la scuola di oggi ha nell’essere oltre che un’agenzia formativa, anche un’agenzia che promuove l’emancipazione e che attraverso la diffusione della cultura, desidera fortemente modificare mentalità singole e collettive.
La scuola per gli adolescenti rappresenta una seconda famiglia, non fosse altro per il tempo che vi trascorrono tra quelle mura. Quale agenzia formativa per eccellenza, la scuola dovrebbe essere la prima a volersi impegnare fortemente nell’opera di prevenzione della violenza sulle donne, promovendo e privilegiando quei progetti che mettano a conoscenze i giovani che affrontano situazioni di difficoltà, che esiste un via diversa al silenzio, un’altra possibilità che li renderebbe “libere da qualunque costrizione e costrittore”. La scuola può dare un decisivo contributo affinchè venga debellata quella cultura maschilista e familista che non ritiene di dover intervenire seriamente su fatti di “violenza di genere”, soprattutto se consumati in famiglia o tra partner.
Ma la scuola può fare di più . Ad esempio , dovrebbe pretendere in sede stabile in ogni presidio scolastico, la figura dello psicologo , poiché spesso questa figura è subordinata alla presenza di fondi. Lo psicologo è un adulto neutrale a cui fare riferimento, chiedere aiuto. Se tale figura venisse prevista sempre nelle scuole , negli anni attraverso la congiunta opera di informazione, potrebbe configurarsi come una persona a cui fare riferimento in queste difficili situazioni. Oggi , vista l’esiguità di tempo e di fondi, che le scuole riescono a dedicato alla messa a disposizione dei giovani di questa figura , viene purtroppo inteso dagli stessi come uno stratagemma come un altro, per saltare qualche ora di lezione. I rapporti e la fiducia, si costruiscono con il tempo che in questo caso vuol dire continuità del sostegno offerto e possibilmente dalla stessa persona.
Bisogna partire dalla convinzione che attraverso la promozione al cambiamento e l’offerta dei mezzi per farlo è possibile che altre ragazze che si trovano nella situazione in cui si è trovata Lucia, se adeguatamente stimolate, scelgano al contrario di parlare con un adulto significativo, che sia un genitore , un insegnante , lo psicologo scolastico, con il parroco, etc Bisogna ricordare sempre a chiunque lavori con minori o adolescenti che ha la responsabilità personale dell’attenzione poiché la vittima , generalmente sceglie il silenzio alla denuncia. Uno dei motivi di questo silenzio è probabilmente che vengono anticipate dalla vittima le risposte , che poi sono le opinioni culturalmente diffuse sia da parte dei possibili interlocutori che dagli “addetti ai lavori” istituzionalmente preposti. Mi riferisco al rifiuto di credere alla vittima , la banalizzazione di ciò che è avvenuto, oppure la sua colpevolizzazione (P. Romito, 1999; G. Creazzo, E. Pipitone, A. M. Vega Alexandersson, 2008).
A sostegno dell’opera di modificazione culturale , vi invito ad ipotizzare che ci siano sotto i nostri occhi, 100 giovani donne che vengono stalkizzate. Una di queste 100 decide di chiedere aiuto. Questa singola richiesta di aiuto , si trasformerà in un ricevere e nel dare aiuto ad una donna che non ha alternative… Allora, a voi rivolgo la seguente domanda : qualora riuscissimo a proteggere e liberare dall’oppressione una sola donna, questo unico risultato , non andrebbe considerato di per se un successo?

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