Il sindacalista Aboubakar Soumahoro sciopera a Montecitorio

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2010
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Da oggi inizio lo sciopero della fame e della sete incatenandomi ai cancelli del Palazzo del Potere (Piazza di Montecitorio (Roma), che nonostante debba per “dovere di Stato” dare risposte alle sofferenze del Paese Reale, ha deciso di essere cullato dall’INDIFFERENZA POLITICA ed essere avvolto dal CINISMO DEI GIOCHI DI POTERE.
Sono qui oggi perché le nostre vite, di lavoratrici e di lavoratori, non possono continuare a soccombere sui luoghi di lavoro (come ad esempio nei campi di raccolta di frutta e verdura, sui cantieri edili, ecc) ed ad essere carbonizzate dalle fiamme della miseria, come è recentemente accaduto a Yusupha Joof.
Sono qui oggi perché una Repubblica fondata sul lavoro non può coltivare e normalizzare la cultura del LAVORO POVERO. Come diceva il maestro Giuseppe Di Vittorio, non è “giusto che il salario dei lavoratori sia al di sotto dei bisogni vitali dei lavoratori stessi e delle loro famiglie, delle loro creature“.
Sono qui oggi per CHIEDERE al Palazzo di smettere di ignorare le nostre grida di dolore e di iniziare a vedere le sofferenze delle lavoratrici e dei lavoratori del Paese Reale. Questi 3 punti sono le cose che chiediamo:
1. Introdurre il SALARIO MININO LEGALE perché NOI, lavoratrici e i lavoratori, non possiamo continuare a patire la fame pur lavorando;
2. Varare un PIANO NAZIONALE CONTRO GLI INFORTUNI SUL LAVORO perché NOI, lavoratrici e i lavoratori, non possiamo continuare a scendere a compromessi con le morti per povertà;
3. Riformare la FILIERA AGRICOLA, con l’introduzione della Patente del Cibo, perché NOI, braccianti e contadini, non possiamo continuare ad essere schiacciati sotto il rullo compressore della potente Grande Distribuzione Organizzata. Inoltre, occorre rilasciare un permesso di soggiorno per contrastare il Caporalato.
Senza un impegno concreto del Palazzo per dare risposte alle sofferenze delle lavoratrici e dei lavoratori del Paese Reale, sono pronto e preparato a portare il mio sciopero della fame e della sete ad oltranza. Dinanzi alla storia e alla mia famiglia, il Palazzo sarà ritenuto responsabile morale della mia vita come lo è stato per i numerosi morti sul lavoro.
 
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