Se ignori, l’odio razzista e fascista ritorna, più forte di allora

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Warren Richardson, Confine tra Serbia e Ungheria
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A te come piacerebbe essere chiamato/a: profugo/a, nero/a, clandestino/a, immigrato/a, extraeuropeo/a, terrorista? Questi sono una minima parte degli appellativi con i quali la maggior parte delle persone nel nostro paese si rivolge a chi scappa da luoghi non tanto lontani.

 

Facciamo un po’ di chiarezza: le migrazioni umane sono lo spostamento, definitivo o temporaneo, di gruppi di persone da un territorio ad un altro. Ciò è determinato da molte ragioni, ma principalmente da necessità di vita. Possono essere caratterizzate per modalità, durata, motivazioni, percorsi individuali, familiari, generazionali, aspetti formali e normativi. Quando questi movimenti avvengono dentro un solo Stato, si parla di migrazioni interne; quando comportano il passaggio delle frontiere nazionali, di migrazioni con l’estero. Entrambe possono avvenire per motivi diversi, principalmente la ricerca di un lavoro stabile, o per sfuggire a catastrofi naturali, a guerre e a persecuzioni di carattere politico o religioso e vengono definite migrazioni di sussistenza e politiche.

 

La classificazione temporale si differenzia in migrazioni temporanee e definitive. Un esempio particolare di migrazione temporanea è costituito da quella stagionale, che interessa quei lavoratori che si recano all’estero solo in concomitanza di certe attività, svolte in particolari periodi dell’anno (turismo, edilizia, raccolte agricole). Quanto agli aspetti formali, la nostra società, fa una distinzione fra migrazioni “legali, illegali e clandestine”. Le prime sono costituite da spostamenti che avvengono nel pieno rispetto delle procedure normative previste sia dal paese di partenza sia da quello di arrivo: esse presuppongono un regolare passaporto, un visto di ingresso, un permesso di soggiorno, un permesso di lavoro. Sono considerate “illegali” quelle in cui un individuo entra in un paese straniero in forma legale, ma poi prosegue il suo soggiorno in maniera non conforme alle norme locali. Sono chiamati “clandestini” tutte quelle persone che entrano in uno Stato estero valicando le frontiere in maniera informale, senza alcun documento.

 

Si parla molto, ormai da troppo tempo, delle centinaia di persone che provano ad entrare in Europa via mare e vengono soccorsi nel Mediterraneo in modo “clandestino”. Alcune parole usate per descrivere quanto accade ormai da anni rischiano di essere fuorvianti: quasi tutti i giorni sentiamo la parola emergenza. In molti con il termine emergenza indicano l’alto numero di persone che arrivano dal Medio Oriente e dall’Africa. Tuttavia la migrazione non è un’emergenza, ma un fenomeno strutturale. Si tratta di uomini, donne, ragazzi/e, bambini/e provenienti da luoghi da cui non si può far altro che fuggire, o perdere le speranze e rassegnarsi alla morte, come ad una costante ed imminente possibile eventualità; continuano a rischiare la vita e ad imbarcarsi su barconi fatiscenti nella speranza di sopravvivere.

 

Un ruolo determinante nella creazione e veicolazione nell’immaginario collettivo dello stereotipo di migrante è ricoperto sicuramente dai mezzi di comunicazione, i quali spesso tendono, nell’affrontare il tema della diversità, a muoversi esclusivamente nello spazio ristretto delle categorie: “noi” contro “loro”, europeo ed extraeuropeo. Queste dinamiche di segregazione, di esclusione e di violenza sono rese possibili attraverso una specifica retorica e un particolare uso del linguaggio dei mezzi di comunicazione di massa. Infatti è possibile creare una (pre)formulazione del discorso pubblico sullo straniero e sul diverso, determinante nella nascita e nella riproduzione dei pregiudizi xenofobi. Tutti i non comunitari vengono incasellati artificialmente nella categoria dell’immigrato quindi de-personalizzati, tipizzati e categorizzati dietro un’etichetta, spesso negativa. Diviene quindi indispensabile decostruire il linguaggio, analizzare le diverse modalità di riproduzione del pregiudizio e della xenofobia, analizzare le parole che escludono e costruire la persona che abbiamo davanti attraverso l’abbattimento dei muri innalzati dagli stereotipi e dai pregiudizi.

 

Ricordiamo con forza che emigrare non è reato. A sancire questo è l’art. 14 comma 1 della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, adottata dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite il 10 Dicembre 1948, che recita: “ogni individuo ha diritto di cercare e di godere in altri Paesi asilo dalle persecuzioni”. A sostegno di questo l’art. 3 della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo afferma che “nessuno può essere sottoposto a tortura né a pene o trattamenti inumani o degradanti”. Quindi chi possiede lo status di rifugiato è una persona che è fuggita dal proprio paese perché ha un timore fondato di essere perseguitata e il suo paese non può, o non vuole, proteggerla. Così viene concessa loro la protezione internazionale in sostituzione a quella del proprio paese d’origine.

 

Per il clamore con cui i giornali raccontano l’arrivo di centinaia di persone sulle coste italiane, greche e maltesi, molti pensano che il mare sia la principale via d’entrata per i migranti in Europa. Tuttavia l’ingresso avviene soprattutto attraverso scali aeroportuali, grazie ad un regolare visto turistico, o varcando le frontiere di terra. Nel dibattito sulle iniziative per fermare il traffico di esseri umani nel Mediterraneo si è spesso fatta confusione tra scafisti e trafficanti. Il Presidente del Consiglio, Matteo Renzi, alla camera, il 22 aprile 2015 ha detto che “combattere gli scafisti è una battaglia di civiltà”. Il ministro dell’interno Angelino Alfano in un programma televisivo sostiene che l’obiettivo è “affondare i barconi degli scafisti prima che partano”. Tuttavia non sempre gli scafisti sono trafficanti; organizzazioni non governative, inchieste giornalistiche e diverse associazioni lo hanno dimostrato. Gli scafisti (anche se commettono il reato di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina), altro non sono che migranti a cui viene offerto di fare il viaggio nel Mediterraneo gratuitamente, in cambio della guida di un’imbarcazione, e sempre più spesso essi sono minorenni. Per un momento ipotizziamo che riescano ad affossare i barconi. In questo caso cosa faremmo? Li lasceremmo morire sulle coste della Libia?

 

Chi parte dalla Libia ha subito delle torture inumane, quasi tutte le donne sono vittime di violenze sessuali e una percentuale altissima di loro è in stato di gravidanza. I minori non accompagnati, definiti irregolari, vittime di violenze e abusi sono tantissimi. Va ricordato con forza che nessun uomo è clandestino, irregolare, e in questo caso ci viene in soccorso l’art. 403 del codice civile “quando il minore si trova in una condizione di grave pericolo per la propria integrità fisica e psichica la pubblica autorità, a mezzo degli organi di protezione dell’infanzia, lo colloca in luogo sicuro sino a quando si possa provvedere in modo definitivo alla sua protezione”. I minori stranieri, anche se entrati irregolarmente in Italia, sono titolari di tutti i diritti sanciti dalla Convenzione di New York sui diritti del fanciullo del 1989, ratificata in Italia e resa esecutiva con legge n. 176/91. Secondo la Legge italiana tutti i minori che si trovano nel Paese senza adulti di riferimento, sono inespellibili e hanno diritto di ottenere un permesso di soggiorno per minore età, anche se non hanno documentazione ufficiale e ci si deve basare quindi sulle loro dichiarazioni. Contestualmente l’articolo 343 del Codice civile impone che sia aperta la “Tutela pubblica” e vengano affidati al Sindaco (o un suo delegato) del luogo in cui sono stati ritrovati, che ha l’obbligo di garantire al minore l’assistenza necessaria, collocandolo in luogo sicuro e assicurando il rispetto dei suoi diritti fondamentali (affidamento, tutela legale, diritto alla salute e all’istruzione, accoglienza, cura, formazione, ecc.). Nel caso di minori che presentano una domanda di asilo, dopo la presa in carico del Giudice tutelare, il minore viene immediatamente affidato allo SPRAR.

 

Purtroppo in Italia l’accoglienza è una negazione dei diritti umani, è affidata alla gestione di enti e cooperative che lucrano su queste persone. Perché, come rilevato dall’inchiesta denominata Mafia Capitale, si evince che “i migranti rendono più della droga”. Per la mafia nera, fascista, che comanda su Roma gli immigrati sono un business favoloso. Un affare che calpesta dignità e umanità, facendo ignorare che per tutte queste anime la prima parte del viaggio verso l’Europa è un’odissea infernale attraverso deserti e rive della Libia, poi sulle “carrette del mare” verso l’isola di Lampedusa, a sud della Sicilia. Tutto questo vagare unito alla disperazione, allo sfruttamento, alla stanchezza, alle minacce di morte, alle torture, agli abusi, alle violenze non può lasciarci indifferenti. Se così fosse l’umano che c’è in noi scomparirebbe. Accogliere queste persone significa accogliere anche i loro sogni, le loro emozioni, le loro paure e la loro voglia di riscatto, ma significa anche non ignorare, quindi non alimentare e nutrire l’odio razzista e fascista. Non esiste speranza nell’uomo se non nell’amore che sconfigge l’odio, nella carità che soffoca cupidigie, nella compassione che uccide ingiustizie.

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