In aula non c’è il pentito Spatola, nessuno sapeva che è morto nel 2008

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di Rino Giacalone

 

Stavolta l’avvio dell’udienza non è stato puntuale. Problemi tecnici per le video conferenze e per permettere la partecipazione al dibattimento dal carcere di Parma, del capo mafia di Trapani, pluriergastolano, Vincenzo Virga, il boss che ha chiesto e ottenuto, per ora, il gratuito patrocinio, essendo, ha dichiarato povero in canna, si sta facendo pagare dallo Stato i suoi due avvocati difensori, Giuseppe Ingrassia e Stefano Vezzadini. Ma non solo problemi tecnici. All’appello è mancato un teste. Da qualche udienza il processo per il delitto di Mauro Rostagno si è trasferito nell’aula bunker del carcere di San Giuliano, aula super protetta e dotata di servizi di collegamento sofisticati. Un teste, presente, è stato sentito in video conferenza, Vincenzo Calcara, l’altro, ex pentito, fuori dal programma di protezione, Rosario Spatola, doveva giungere dalla vicina Campobello di Mazara, il suo paesello. Pochi attimi prima che la Corte si decideva ad entrare in aula giungeva telefonata ai pm dal servizio centrale di protezione che Spatola non sarebbe mai arrivato. E’ morto infatti nel 2008 e nessuno lo sapeva. Né la Procura di Palermo che lo aveva citato, perché fra quei testi sentiti durante le lunghe fasi istruttorie sul delitto Rostagno, né il suo difensore di fiducia, presente pure in aula. Spatola è morto solo e abbandonato dopo essere tornato nel suo “paesello”, Campobello di Mazara, da dove era andato via nei primi anni 90 quando decise di pentirsi davanti all’allora procuratore di Marsala, Paolo Borsellino.

 

Sono transitati i due verbali di interrogatorio. Uno davanti all’allora dirigente della Squadra Mobile di Trapani, Antonio Malafarina, l’altro davanti ai pm di Trapani Massimo Palmeri e Andrea Rovida. Non disse molto ma prima che si pentissero i grandi boss, lui parlò del delitto Rostagno negli stessi termini in cui ne avrebbero parlato poi altri collaboratori di giustizia rispetto a lui molto più importanti come ruolo e peso criminale. Spatola era compare di un avvocato narcotrafficante, Antonio Messina, suo compaesano, da lui ebbe a sentire dire che Rostagno per i suoi interventi in tv era un “rompiscatole”. Spatola affermò che per l’eclatanza del delitto non poteva non esserci stato l’assenso e la partecipazione dell’organizzazione mafiosa, aggiunse inoltre che da Messina aveva saputo che dentro la comunità Saman, la comunità fondata da Rostagno, c’era chi si sarebbe preoccupato di seguirne i movimenti, e questo non sarebbe stato altro che Giuseppe Cammisa, detto Jupiter, braccio destro e guardiaspalle del guru Cicci Cardella. Il nome di Cammisa è stato ricorrente nelle indagini, fu anche destinatario di un ordine di arresto poi annullato.

 

Il resto dell’udienza è seguito con l’audizione dell’ex pentito di Castelvetrano Vincenzo Calcara. La sua storia non è diversa da quella di Spatola, almeno dal punto di vista giudiziario. Nei primi anni ’90, Calcara, Spatola e anche Giacoma Filippello, compagna del boss di Campobello di Mazara, Natale L’Ala ucciso dall’ala vincente legata ai corleonesi, dopo due tentativi andati a vuoto, furono i “pentiti” che ruppero il muro di omertà che circondava l’organizzazione criminale. La loro credibilità, affermata nei primi processi, venne poi incrinata, soprattutto per quanto riguarda Calcara e Spatola, dai successivi pentimenti dei grandi boss, che dissero di non conoscere la loro partecipazione all’associazione mafiosa. Loro invece insistevano il contrario, e Calcara ha continuato a farlo ancora davanti alla Corte di Assise di Trapani, fornendo anche elementi incredibili, ricordando di avere svelato segreti risultati veri, e raccontati quando nessuno ne aveva ancora parlato, come due progetti di omicidio del procuratore Paolo Borsellino.

 

Calcara ha ricordato che fu messo dal capo mafia di Castelvetrano Francesco Messina Denaro a lavorare  presso la dogana dell’aeroporto di Milano, con la possibilità, ha detto, di fare transitare enormi partite di morfina base, “ho lavorato dentro la Dogana quando risultavo sorvegliato speciale” . Ha raccontato di affari per miliardi di lire nei quali sarebbero stati coinvolti grandi potentati, con il coinvolgimento della massoneria, “senza le logge non si fa nulla”, ha fatto nomi di soggetti che ancora oggi restano nel panorama mafioso più importante, come quel tale Franco Luppino tornato in carcere di recente che sarebbe stato l’alter ego del super latitante Matteo Messina Denaro. Ha parlato del delitto di Mauro Rostagno.

“Quando uccisero Rostagno ero detenuto a Favignana…ero in cella con Lazzarino, Luppino, l’ho sentito dalla televisione….Commentavamo i suoi interventi in tv con delle parolacce non oggi pronunciabili. La presenza di Rostagno dava molto fastidio parlando con Lazzarino e con Luppino Francesco, con Lo Bocchiaro, ma sopratutto tra me e Luppino se ne parlava, la cosa dava troppo fastidio e Luppino stesso, anche Lazzarino, dicevano che Rostagno non dava fastidio solo a Cosa nostra”. Calcara ha presentato la sua teoria che ripete da decenni quella cioè che Cosa nostra non semrpe è sola e oltre Cosa nostra c’è altro: “..io ho capito subito che Rostagno doveva morire perchè stava facendo molti danni…il primo danno consisteva nel fatto che lui ogni giorno era in tv a parlare contro uomini di Cosa nostra, era un detective, scopriva delle cose che facevano molto male…..accusava persone….indicava le ingiustizie….apertamente era contro Cosa nostra e la cosa era imperdonabile…andava molto sul profondo…era pericoloso in poche parole si doveva uccidere…quando lo hanno ammazzato in carcere Luppino e Lazzarino furono contenti della sua morte commentarono dicendo “ce lo siamo levati davanti alle scatole”….questo è molto pericoloso diceva sempre Luppino e si chiedeva dove voleva andare a parare”. Poi ha aggiunto: “Ebbi percezione che stava succedendo qualcosa, prima dell’omicidio Luppino mi disse che “la botta si stava preparando” e parlava di Rostagno”.

 

Vincenzo Calcara è tornato a parlare dell’ex sindaco di Castelvetrano Tonino Vaccarino, da lui accusato di essere mafioso (ma Vaccarino fu assolto) e partecipe ad un traffico di dorga (e in questo caso Vaccarino fu condannato). Vaccarino è il noto Svetonio, con questo alias, per conto del Sisde del generale Mario Mori un paio di anni addietro si era messo in contatto con il latitante Matteo Messina denaro, scambiandosi diverse lettere. Calcara ha detto che all’epoca parlò con Vaccarino del delitto Rostagno: “Lui mi disse che erano stati i fratuzzi, uomini che appartenevano alla mafia quando alla massoneria”. Ad una domanda dell’avvocato di parte civile, avv. Lanfranca, Calcara ha evidenziato che Rostagno suscitava le ire anche di uomini presenti dentro le istituzioni, senza però sapere fornire nomi e cognomi, “dava fastidio a politici di Trapani e Mazara”.

 

Le difese degli imputati hanno cercato di presentare ai giudici il volto del pentito non completamente credibile, così come risultò dalle istruttorie per l’attentato a Roma compiuto contro Giovanni Paolo II. Calcara parlò anche di questo, lo ha confermato, ha ricordato gli interrogatori con i pm Priore e Marini, ma non ha ripetuto i particolari, “andate a leggervi le sentenze” ha più volte risposto, suscitando anche le proiteste dei difensori che non hanno gradito l’atteggiamento del teste che ad un certo punto ha choiesto se quello in cui stava deponendo era il processo per il delitto Rostagbno o il processo per l’attentato al Papa, perché molte di più erano le domande che dai difensori provenivano su questo argomento. Duro è stato l’avv. Vito Galluffo, difensore del killer Mazzara, che ha posto domande per evidenziare la non attendibilità di Calcara pronunciata anni addietro dalla Corte di Assise di Caltanissetta per il delitto del giudice Ciaccio Montalto. Ha prodotto anche la sentenza di primo grado, mentre i pm hanno chiesto la produzione della sentenza definitiva che pare non tratti Calcara alla stessa maniera dei giudici di primo grado. “E’ mio interesse produrre questa sentenza – ha ribattuto Galuffo – che siano i pm a caricarsi dell’onere di produzione delle altre sentenze”. Durante questa parte di udienza sono stati diversi i botta e risposta tra le parti, ma è stato alla fine, ad una domanda del presidente della Corte di Assise, giudice Pellino, che Calcara ha dato una risposta che ha sorpreso tutti. Quando il giudice Pellino lo ha invitato a ricordare l’unico omicidio che Calcara ha detto di avere commesso e per il quale ha detto di essere stato condannato, l’ex pentito ha risposto che le cose non stanno proprio così: “Io quel delitto per il quale sono stato condannato non l’ho commesso, ma ne ho fatto un altro”. Quale? Ha chiesto la Corte, Calcara ha però lasciato tutti di stucco, “preferisco non parlarne”.

 

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