Ingroia: nessun permesso premio agli ergastolani… È per il loro bene.

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In merito alla recentissima sentenza della corte costituzionale, che ha riformato in modo sostanziale la materia dei permessi premio per gli ergastolani, facendo cadere il divieto assoluto per gli “ergastolani ostativi” di accedere ai permessi premio durante la detenzione, abbiamo deciso di sentire Antonino Ingroia l’ex P.M..del processo trattativa Stato-Mafia, che sul concedere i permessi premio agli ergastolani mafiosi ha qualcosa da ridire.

La Corte costituzionale riunita in camera di consiglio con la sua decisione ha dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’art. 4 bis, comma 1, dell’ordinamento penitenziario nella parte in cui non prevede la concessione di permessi premio in assenza di collaborazione con la giustizia, anche se sono stati acquisiti elementi tali da escludere sia l’attualità della partecipazione all’associazione criminale sia, più in generale, il pericolo del ripristino di collegamenti con la criminalità organizzata.

Sempre che, ovviamente, spiega Palazzo della Consulta, il condannato abbia dato piena prova di partecipazione al percorso rieducativo. La decisione segue e conferma quella della corte di Strasburgo che ha stabilito che la legge sull’ergastolo ostativo viola il diritto a non essere sottoposti a trattamenti inumani e degradanti.

Il caso su cui la Corte Europea si è pronunciata è quello di Marcello Viola, in carcere dall’inizio degli anni ’90 anni per associazione mafiosa, omicidio, rapimento e detenzione d’armi.

L’uomo si è finora rifiutato di collaborare con la giustizia e gli sono stati quindi rifiutati due permessi premio e la libertà condizionale Su questo terreno le parole differenti dell’ex PM Ingroia. Secondo cui la Corte Costituzionale ha errato nella sua valutazione perché non ha tenuto conto della realtà. “Alla luce della mia esperienza e sia pure nella tutela dei diritti di garanzia del condannato dico che questa sentenza a mio parere nasce da un’errata prospettiva della realtà.

E dispiace che ciò venga posto in essere dai giudici della corte europea prima e dopo e soprattutto da quelli della Corte Costituzionale che meglio avrebbero dovuto conoscere la realtà del paese , perché vengono applicati dei principi che pure del tutto condivisibili, come il valore della rieducazione della pena o la Socializzazione premiale, devono però essere adattati ai casi specifici di riferimento.

Ora il caso della mafia e di cosa nostra in particolare, io per inciso non ho condiviso le critiche che sono state fatte alla sentenza della cassazione su mafia capitale perché quella a mio parere non era mafia ma una semplice forzatura delle categorie giuridiche per applicare l’etichetta di mafia a quella tematica romana che mafia non era, in questo modo si finisce col perdere di vista il vero fenomeno mafioso .

Quando invece parliamo di vera mafia e cioè di ergastolani e non di presunti mafiosi, ma di soggetti già condannati con sentenze definitive ai reati per i delitti più gravi. Parliamo di stragi, di omicidio non parliamo di semplice condannati per associazione mafiosa. Del resto, come insegnato da Falcone e Borsellino, non è che questi soggetti possono più abbandonare l’ambiente mafioso in cui sono nati o sono entrati, non si tratta come si fa oggi di cambiare idea politica da un giorno all’altro.

Questi sono soggetti che hanno fatto un patto di sangue con il sistema mafioso e quindi sono impegnati per tutta la vita con la mafia. Vi è poco da fare quel mafioso così compromesso dal patto di sangue prima e dei fatti di sangue dopo non può uscire dall’organizzazione mafiosa, non può esistere un processo autonomo e individuale di pentimento o ravvedimento tale che gli consenta di uscire dall’organizzazione mafiosa senza pericoli e allo stesso tempo io Stato per favorire la tua realizzazione e socializzazione ammetto il tuo reinserimento nella società, perché nel momento stesso questo ergastolano mafioso dovesse tornare nel territorio inevitabilmente dovrebbe rientrare nelle file mafiose, in caso contrario sarebbe sicuramente ucciso.

Comunque anche a voler seguire il ragionamento che ha fatto la corte costituzionale dobbiamo dire che essa ha perso di vista questa caratteristica dell’associazione mafiosa e la che rende unica rispetto a qualsiasi altra organizzazione criminale dove si può pure discutere dell’eventuale applicazione di benefici.

La logica del doppio binario, che prevede la collaborazione dell’ergastolano per ottenere premessi e benefici penitenziari, già pensata da Chinnici, Terranova, Costa e ovviamente Falcone e Borsellino e per la quale bisogna tenere conto della specificità della materia e tener conto che dalla mafia si esce o morti o come collaboratori di Giustizia. Oppure anche espulsi dalla mafia, come si dice posati, Ma se sei espulso sei condannato a morte e il risultato è sempre lo stesso. Ecco che ha un senso il principio del doppio binario, non è come si vuole dire una forma di violenza di Stato che vuole costringere a collaborare Il mafioso promettendogli i benefici da una parte o negandoglieli se non collabora .

Non è una forzatura, la collaborazione è l’unica possibilità che un mafioso ha di poter uscire dalla mafia in sicurezza, ha bisogno di qualcuno che lo protegga. In altri termini la collaborazione è l’unico modo che il mafioso ha per uscire senza rischiare la vita, perché se lo rimetti in libertà senza la protezione nascente dalla collaborazione gli consentì o di rientrare nel giro mafioso o di essere consegnato alle pistole mafiose. Ecco che pur essendo d’accordo con la Corte Costituzionale in linea di principio non lo sono in linea di fatto.

E un organo supremo come quella della Corte Costituzionale non può rimanere chiuso in una torre di cristallo ma deve avere uno sguardo rivolto alla anche realtà.

. @Pietro Giunta

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