Io dico no all’amianto!

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In natura è un materiale molto comune. La sua resistenza al calore e la sua struttura fibrosa lo rendono adatto come materiale per indumenti e tessuti da arredamento a prova di fuoco, ma la sua ormai accertata nocività per la salute ha portato a vietarne l’uso in molti Paesi. Le polveri contenenti fibre d’amianto, respirate, possono causare gravi patologie, l’asbestosi per importanti esposizioni, tumori della pleura (ovvero il mesotelioma pleurico), ed il carcinoma polmonare.Gli amianti più cancerogeni sono gli anfiboli, e fra essi il più temibile è la crocidolite. Una fibra di amianto è 1300 volte più sottile di un capello umano. Non esiste una soglia di rischio al di sotto della quale la concentrazione di fibre di amianto nell’aria non sia pericolosa: teoricamente l’inalazione anche di una sola fibra può causare il mesotelioma ed altre patologie mortali, tuttavia un’esposizione prolungata nel tempo o ad elevate quantità aumenta esponenzialmente le probabilità di contrarle. L’amianto è stato utilizzato fino agli anni ottanta per produrre la miscela cemento-amianto (il cui nome commerciale era Eternit) per la coibentazione di edifici, tetti, navi (ad esempio le portaerei classe Clemenceau), treni; come materiale per l’edilizia (tegole, pavimenti, tubazioni, vernici, canne fumarie), nelle tute dei vigili del fuoco, nelle auto (vernici, parti meccaniche), ma anche per la fabbricazione di corde, plastica e cartoni. Inoltre, la polvere di amianto è stata largamente utilizzata come coadiuvante nella filtrazione dei vini.La prima nazione al mondo a riconoscere la natura cancerogena dell’amianto e a prevedere un risarcimento per i lavoratori danneggiati fu il Regno Unito nel 1930 a seguito di pionieristici studi medici, anche questi primi nel mondo, che dimostrarono il rapporto diretto tra utilizzo di amianto e tumori.

L’impiego dell’amianto è fuori legge in Italia dal 1992. La legge n. 257 del 1992, oltre a stabilire termini e procedure per la dismissione delle attività inerenti all’estrazione e la lavorazione dell’asbesto, è stata la prima ad occuparsi anche dei lavoratori esposti all’amianto. All’art. 13 essa ha introdotto diversi benefici consistenti sostanzialmente in una rivalutazione contributiva del 50% ai fini pensionistici dei periodi lavorativi comportanti un’esposizione al minerale nocivo. In particolare, tale beneficio è stato previsto: per i lavoratori di cave e miniere di amianto, a prescindere dalla durata dell’esposizione (comma 6); per i lavoratori che abbiano contratto una malattia professionale asbesto-correlata in riferimento al periodo di comprovata esposizione (comma 7); per tutti i lavoratori che siano stati esposti per un periodo superiore ai 10 anni (comma 8).La bonifica dell’amianto può avvenire utilizzando tre metodiche:- rimozione, eliminare materialmente la fonte di rischio;- incapsulamento, impregnare il materiale con l’uso di prodotti penetranti e ricoprenti;- confinamento, installare delle barriere in modo da isolare l’inquinante dall’ambiente.La rimozione è il procedimento maggiormente utilizzato, perché elimina ogni potenziale fonte di esposizione ed ogni bisogno di attuare cautele rispettive alle attività che vengono svolte nell’edificio. Gli svantaggi che porta questo tipo di bonifica sono: esposizione dei lavoratori a livelli elevati di rischio, produzione di contaminanti ambientali, produzione di alti quantitativi di rifiuti tossici e nocivi che devono essere smaltiti in determinati depositi, tempi di realizzazione lunghi e costi molto elevati.L’incapsulamento risulta essere un trattamento con prodotti penetranti o ricoprenti, che permettono di inglobare le fibre di amianto e consente di costituire una pellicola di protezione sulla superficie esposta. I costi e i tempi di intervento appaiono più contenuti, non è necessario applicare un materiale sostitutivo e di conseguenza non vengono prodotti rifiuti tossici. Inoltre il rischio è minore per i lavoratori addetti e per l’ambiente. L’unica verifica di cui necessità questa modalità di bonifica è un programma di controllo e manutenzione, in quanto l’incapsulamento può alterarsi e venire danneggiato.Il confinamento, infine, consiste nel posizionare una barriera a tenuta che possa dividere le aree che vengono utilizzate all’interno dell’edificio dai luoghi dove è collocato l’amianto. Per evitare che le fibre vengano rilasciate all’interno dell’area, il processo deve essere accompagnato da un trattamento incapsulante. Il vantaggio principale è quello di creare una barriera resistente agli urti. Il suo utilizzo è idoneo per materiali facilmente accessibili, soprattutto per quanto riguarda le aree circoscritte. I costi sono accessibili a meno che l’intervento non richieda lo spostamento di impianti, quali elettrico, termoidraulico e di ventilazione. È necessario stilare un programma di controllo e manutenzione.

Per l’attività di demolizione di edifici, strutture ed attrezzature contenenti amianto nonché per la rimozione da essi di amianto o di materiali contenenti amianto, le quali comportano la dispersione di fibre o polveri di amianto, restano fermi l’obbligo della redazione del piano di lavoro e l’osservanza delle disposizioni contenute nel decreto legislativo 15 agosto 1991, n. 277.

Gli effetti patogeni e cancerogeni dell’amianto persisteranno ancora a lungo nel tempo, 10-20 anni. Sotto il profilo ambientale, si notano ritardi e sottovalutazioni. In passato, questa sottovalutazione era dovuta alla sostanziale subordinazione agli interessi economici e, in particolare, ai profitti di alcune grandi multinazionali, che malgrado i danni provocati, continuano ancora ad operare. Ma si è fatto troppo poco anche dopo la conquista della legge 257/92, che hamesso al bando l’amianto in Italia, legge costruita dal basso, è bene ricordare, mediante una lunga lotta sindacale, l’iniziativa delle associazioni degli esposti delle vittime e dei familiari, la lunga battaglia di alcuni territori colpiti in modo gravissimo, da vere e proprie stragi di lavoratori e cittadini, e di una parte dei servizi territoriali di prevenzione, e di prevenzione del servizio sanitario nazionale, cioè gruppi notevoli di medici, che si sono attivati.

Le bonifiche dall’amianto devono essere tra le priorità delle politiche nazionali e regionali, destinando ad esse le indispensabili risorse, intervenendo nei fondi che, fino ad oggi, hanno ostacolato una sollecita fuoriuscita dal problema.

Al riguardo chiediamo al Governo e al Parlamento:“Fermo restando che gli oneri delle bonifiche devono ricadere sui soggetti responsabili dell’inquinamento, e fermo restando che la rimozione dei manufatti contenenti amianto, è obbligo dei proprietari, è comunque indispensabile promuovere iniziative di incentivo e di sostegno. Destinare risorse, attualmente del tutto irrisorie, per i piani di bonifica e per l’inserimento del problema amianto nei siti di interesse nazionale; ulteriori incentivi fiscali in favore dei privati per ilavori di bonifica; prevedere contributi finanziari specifici per i Comuni che organizzano la raccolta delle piccole quantità a favore dei cittadini, fermo restando che gli interventi prioritari debbano essere quelli che riguardano l’amianto friabile e per gli utilizzi propri ed impropri, ad esempio polverino. Può essere, a questo proposito opportuno verificare la possibilità di riattualizzare i termini di decorrenza delle dichiarazioni visto che l’attuale norma è, in sostanza, completamenteinevasa. Sviluppare un programma per la ricerca e la certificazione e l’informazione, relativamente a nuove tecnologie alternative, alla collocazione in discarica, anche per integrare ed aggiornare il contenuto del decreto 248 del 29 luglio del 2003, tenendo conto dell’impatto ambientale complessivo, esempio, i consumi energetici, e del rapporto costo-beneficio. Completare, in continuo rapporto con le regioni, la normativa tecnica in attuazione della legge 257, e, a questo proposito, la conferenza chiede con forza l’emissione di un decreto specifico che definisca criteri e metodi per lavalutazione dell’impatto ambientale delle coperture di edifici in cemento-amianto. Il decreto dovrà tenere in debita considerazione le problematiche inerenti la fragilità delle coperture e dei numerosissimi infortuni mortali che queste causano durante gli accessi, e prevedere obblighi per la sostituzione con coperture idonee nelle singole situazioni, strutture degli edifici, cioè, in poche parole, che siano calpestabili, perché sennò diventano, per il futuro, di nuovo un motivo per ulteriori infortuni. Integrare la priorità amianto nelle politiche ambientali e di settore, esempio, per lagestione sostenibile dell’energia. Verificare e rendere pubblica l’efficacia dei provvedimenti assunti per la categoria 10 dell’albo nazionale dei rifiuti, cioè in particolare per le agevolazioni alle piccole imprese. Emanare un decreto che indichi linee guida per l’utilizzazione, la rimozione e lo smaltimento per i materiali sostitutivi dell’amianto. La commissione nazionale amianto, ex articolo 4 della 257, deve relazionare annualmente al Parlamento, circa l’attività svolta. Convocare con cadenza quadriennale la conferenza nazionale amianto, che dovrà essere preceduta da conferenze regionali biennali. Rafforzare il sistema dei controlli e delle sanzioni.”

Alle Regioni ed enti locali, chiediamo:

“Recuperare, completare ed attuare in modo organico i piani regionali amianto, ex legge 257, e le mappature, decreto ministeriale 18 marzo 2003 n. 101, prevedendo anche l’inserimento del monitoraggio della presenza di amianto delle acque potabili. Destinare risorse ai piani territoriali in base alle specifiche priorità rilevate, completare le bonifiche degli edifici pubblici e comunque ad uso collettivo. Informare e coinvolgere i cittadini, e le loro organizzazioni sindacali e ambientali delle vittime, delle imprese e di altre istituzioni interessate, allo scopo di promuovere le necessarie iniziative di collaborazione e di convenzioni funzionali all’attuazione dei piani territoriali, anche al fine di controllo sociale. Promuovere ed attivare servizi territoriali per il trasporto e lo smaltimento dei rifiuti di amianto, con apposite convenzioni, anche con le associazioni di categoria, per abbattere i costi e le speculazioni dilaganti, prevedendo appositi tariffari per la rimozione, iltrasporto e lo smaltimento. Dare piena attuazione ai programmi di formazione professionale del personale addetto alle operazioni di bonifica, ex decreto ministeriale 8 agosto ’94, e degli altri soggetti coinvolti nel processo di fuoriuscita dall’amianto. Completamento delle piante organiche dei servizi pubblici e del servizio sanitario nazionale, dell’Arpa ed egli enti locali in rapporto alle potenziali necessità dell’attuazione dei piani regionali. Rafforzare il sistema dei controlli e delle sanzioni.”

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