Io razzista

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Mi chiamo Marco, ho ventidue anni, sono nato e vivo in Italia dove studio lingue a l’università la Sapienza di Roma, e la mia passione é il surf. Dicono che sia un ragazzo normale, anche carino. Non mi piacciono i neri, come la maggior parte dei miei compagni tra l’altro, non mi piacciono nemmeno i cinesi, ma neanche i mulatti o affini. Tutta la vita dei miei genitori e la mia stessa inclusa hanno avuto come unico scopo di brillare nella società seguendo codeste regole che implicitamente rendono il muratore schiavo dell’imprenditore. I miei, originari della campagna del Sud, hanno dovuto guadagnarsi il rispetto lavorando saldamente per una vita intera. E quel rispetto me lo hanno trasmesso attraverso dei valori solidissimi e certe volte, anche la cinta di mio padre. Mai essere l’ultimo, anzi, provare ad essere il primo, non essere rilegato all’ultimo posto come lo sono i neri … Gia, i neri. Quella razza che non sa fare altro che tendere la mano, o, al massimo, compiere lavori dove l’intelligenza non venga richiamata. Loro, sono ultimi, ed io Marco, non amo gli ultimi. Oltre a ciò, i neri fanno parte integrante della cronaca, per neri, intendo anche gli albanesi, i rom, quelli dell’Est. E un mio concetto che si é allargato pian piano. Chi sta nel basso della scala sociale, é straniero. Nemmeno mio padre ama i neri. Ritiene che é per colpa loro che il lavoro non c’é più, pensa che le malattie tali l’AIDS siano state portate da loro, anche la peste dice qualche volta. Lui ha sempre votato la destra, anche se i suoi fratelli erano anch’essi immigrati, non sopportava quella gente che nel corso degli anni aveva invaso il suo bel paese, sfregiandolo quasi. Mia madre invece amava i bambini neri. Senza ritegno. Amava il loro sguardo penetrante, la disperazione e la speranza miste che si leggevano nei loro occhi, la forza contenuta nel loro sorriso affamato. Ma avevo notato che ogni volta che incontrava un straniero, custodiva meglio la sua borsa sotto il braccio. Mamma credeva tantissimo in Dio. Dei neri, sapevamo soltanto della ricchezza delle loro terre e dei loro balli indiavolati. Infatti, a volte, nel quartiere della periferia dove vivevo, organizzavano almeno due volte all’anno dei concerti in piazza dove si esibivano dei gruppi stranieri. Questo era il piano di integrazione del comune. In realtà, non sapevo nulla di loro, proprio niente. Da piccolo, a volte, con gli amici, andavamo a dare fastidio alle prostitute di colore, lanciando loro delle pietre, o dei palloncini riempiti della nostra pipi. Era divertente, e di sicuro, non ci avrebbero denunciati. Anche quelli che pestavamo per strada non ci denunciavano mai. Per noi, erano tutti clandestini. Scappavano come delle lepri quando cercavamo di picchiarli. Non avevano nessun potere. E chi non ha nessun potere, ovviamente é un debole. E la mia cultura, falsa ed ipocrita, che prona l’amore di Dio e degli uomini, é impietosa per chi sta nel basso. Quando mi iscrissi a lingue all’università, volevo in realtà imparare l’inglese. Partire era il mio sogno, scoprire altri paesi, viverli. Ovviamente, ambivo all’Inghilterra, o i stati Uniti, o forse il nord Europa. Ero arrabbiato con la mia Italia che sentivo mi sfuggiva di mano. Le ambizioni dei giovani si perdono nel passato di oggi. Più si cresce, meno opportunità ci sono. I governi si succedevano ma i tempi diventavano sempre più duri. Il salvatore dell’Italia autoproclamatosi, anche grazie al mio voto, nuotava in acque troppo torbide per prendere decisioni giuste in quanto ci avrebbe rimesso anche in libertà, ed il paese, soffocava. Avevo anche pensato di votare Bossi, di cui tutta l’Italia conosce la pazzia, ma che potrebbe essere la soluzione contro l’invasione dei “neri”. L’unica pazzia valida di Bossi era il razzismo. Era l’unico punto di raccolta dei suoi elettori che sapevano molto bene che non aveva ne le capacita intellettuali, ne quelle mentali per guidare il paese. Le università dell’Italia erano state declassate vergognosamente grazie alla liberalizzazione ed alla nascita di università di lusso private. Un sistema che aveva distrutto una macchina perfetta rendendola lasciva, e corrotta. Il lavoro era cambiato nella sua sostanza. Non c’era più, era vaporoso come i contratti a tempo determinato, incerto, mal pagato. Eppure, io ho seguito le regole. Son stato a scuola, ho studiato per non diventare un operaio, ho sacrificato il gioco per la cultura, ed ora, ho un pugno di mosche in mano, ma io, mi chiamo Marco, non sono un cinese, e non so mangiare le mosche. Fino a poco fa, ero fidanzato, poi lei, si é messa con un tipo molto più grande di noi. Parlava di maturità e di stronzate del genere. E comunque, era stato un dramma per me. Ma poi, conobbi Patrizia, poi Michela, poi Sofia …

Il primo giorno di università, andai a sedermi in mezzo alla sala al corso di psicologia. Una ragazza in sari leggermente in ritardo si sbrigava e così finii accanto a me. Ero molto infastidito, e mi sarei probabilmente alzato se non avessi incontrato i suoi occhi. Li dietro, c’era un altro mondo, li dietro, c’era un altra lingua, li dietro, c’era un altra vita. Ciò che lessi in quei occhi cambiò il mio destino allargando i miei orizzonti e ridefinendo la cultura. Non avevo mai incontrato gli occhi di un straniero, non avevo mai cercato di loro, non mi ero mai avvicinato. Lo aveva fatto lei, ed aveva vinto. Il suo sorriso guadagno la mia faccia. Io mi chiamo Marco, lei Savana, e non sono razzista.

Ouango K judicael

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