L’abbraccio di Barcellona ai familiari delle vittime della mafia

«Viviamo in attesa di giustizia». È l’appello straziante che nel giorno della commemorazione di Beppe Alfano, giornalista ucciso dalla mafia l’8 gennaio 1993, arriva dai genitori di Antonino Agostino. Nino, come lo chiamavano tutti, era un agente della scorta di Giovanni Falcone e fu ucciso ventitré anni fa insieme alla moglie incinta. Su quell’omicidio non c’è ancora verità. Si sa solo che il giovane agente aveva ritrovato il borsone contenente il tritolo destinato al giudice Falcone all’Addaura. Da ventitré anni il padre di Antonino Agostino non si taglia barba e capelli, in attesa di verità e giustizia. In quella mattinata al palazzetto dello sport di Barcellona Pozzo di Gotto, riempito dai ragazzi delle scuole della città e delle province di Palermo e Catania, c’è anche chi, come Piera Aiello, spiega la sua condizione di testimone di giustizia nascosta per non mettere a repentaglio la sua incolumità. «Siete tantissimi, ho quasi paura di parlare a così tanti ragazzi» dice a un microfono.  E un appello a raccontare questa loro esperienza a Barcellona arriva da Giuseppe Carini, anche lui testimone di giustizia, anche lui costretto a nascondere il volto per paura di ritorsioni. Nascondersi per aver scelto di stare dalla parte dello Stato: è questo il dramma nel sud invaso dalla criminalità organizzata. Ci sono uomini dello Stato come Salvatore Vella, magistrato che con il suo lavoro ha permesso la cattura e la carcerazione di boss di spicco e che, proprio dal giorno in cui si ricorda un giornalista ammazzato per il suo lavoro, non ha più una scorta che lo protegga dalla vendetta mafiosa.
Queste sono solo alcune delle storie raccontate ai giovani arrivati dalle province di Messina, Catania e Palermo nelle due giornate organizzate dai familiari e dalle associazioni che si battono contro Cosa nostra per commemorare Beppe Alfano.  «Oggi è una giornata importantissima e sono felice che inizi con voi» ha detto il sindaco di Baracellona, Maria Teresa Collica. Eletta poco meno di un anno fa, lei e la sua lista civica hanno messo al centro del programma per Barcellona la legalità che, dice il sindaco,
«va confermata con i fatti. Spesso si viene accusati di fare solo cerimonie, partecipare a fiaccolate e intestare targhe. Io credo che anche queste azioni servano perché bisogna dare un messaggio chiaro per far capire da che parte stiamo. Naturalmente – aggiunge – bisogna accompagnarle con gesti concreti». Ognuno deve fare la propria parte, è il messaggio che collega tutti gli incontri che si susseguono nelle due giornate che hanno trasformato Barcellona Pozzo di Gotto dalla città sede del clan mafioso più pericoloso della provincia di Messina alla capitale dell’antimafia.

Un’attenzione particolare è rivolta ai giovani. «Si dice spesso che voi siete il nostro futuro – ha spiegato l’assessore all’istruzione, Nelli Scialbra – ma voglio che voi siate il nostro presente». Il ruolo delle nuove generazioni viene messo al centro della discussione anche da Rita Borsellino, sorella del giudice Paolo, secondo le ultime indagini ucciso il 19 luglio 1992 per essersi opposto alla trattativa fra pezzi dello Stato e la mafia: «Mio fratello diceva ‘parlate sempre della mafia, parlatene ovunque’. Parlarne a ragazzi che ai tempi di quei fatti non erano ancora nemmeno nati significa creare una memoria collettiva per il futuro». E don Luigi Ciotti, fondatore di Libera che ha celebrato la messa in ricordo di Beppe Alfano al duomo Santa Maria Assunta, si è scagliato contro la cosiddetta zona grigia che permette il proliferare della criminalità organizzata: «Le mafie sono forti perché trovano terreno fertile nella zona grigia della società. Il problema non è la mafia, siano noi che le diamo forza e consenso con i nostri comportamenti».

A parlare di come contrastare l’espansione di una criminalità che non è più formata da pastori con coppola e lupara, ma che investe in traffici internazionali, tratta con lo Stato e veste in completo elegante, ci sono i magistrati che la combattono in prima fila, come il procuratore di Caltanissetta Roberto Scarpinato: «Il confine tra attività legali e illegali è sempre più labile – spiega – La mafia è una componente strutturale del capitalismo occidentale. Oggi la mafia non è più solo l’intermediatore parassitario che taglieggia gli imprenditori. Oggi la mafia si è fatta essa stessa azienda, e opera nel mercato legale fornendo servizi ai cittadini in modo illegale». L’esempio più calzante è lo smaltimento di rifiuti, servizio offerto dalle imprese criminali a costi inferiori a quelli di mercato perché la mafia non rispetta gli standard ambientali.

Ma nelle due giornate di Barcellona ci sono anche le autorità europee, dell’Fbi e dell’Interpol. Un vero e proprio vertice dell’antimafia, in cui ragionare di come affrontare il problema delle infiltrazioni di Cosa nostra su un livello più alto di quello nazionale. Come spiega Sonia Alfano, presidente della Commissione antimafia dell’Unione europea, «le istituzioni europee stanno predisponendo un testo unico per la lotta alla mafia. Solo quando parleremo tutti la stessa lingua e, ad esempio, il reato di associazione mafiosa verrà introdotto in tutti i 27 Paesi Ue, sarà più semplice contrastare il crimine».

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