L’ AGGRESSIVITA’ SI ARMA, NAPOLI COME GLI USA

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Si spara a Secondigliano, Napoli. Si spara da un balcone di casa e si uccidono quattro persone e se ne feriscono cinque.

Si spara ad Afragola, Napoli. Si spara dentro un palazzo e si feriscono otto persone, tra cui un minore di sette anni.

Si spara in Via Calata Porta di Massa, Napoli. Si spara e si uccide un ragazzo di ventiquattro anni, a pochi passi dall’Università Federico II.

Non è il bollettino di guerra di decenni di fatti di cronaca che riguardano la nostra vicina Campania. Tutto questo è accaduto nel giro di pochi giorni. E oltre ai proiettili, si “sparano”, ancora una volta, pseudo congetture sul RAPTUS.

Ogni qual volta dobbiamo affrontare un delitto o un tentato suicidio, inseriamo nella nostra analisi, a monte o alla fine, la giustificazione <<Del cervello sappiamo ancora troppo poco>>.

Infatti, nonostante secoli di studi sul cervello umano e sul raptus, non siamo arrivati ad alcuna conclusione in merito alla logica e al funzionamento di quest’ultimo.

Atteso che stiamo parlando di <<un impulso improvviso e incontrollabile perlopiù violento, che spinge ad agire contro la propria o l’altrui persona>>, non bisogna dimenticare che c’è sempre un percorso dietro, fatto da processi psicologici e dal vissuto personale e relazionale.

I fatti.

15 maggio 2015. Giulio Murolo è un infermiere dell’Ospedale Cardarelli di Napoli, presso l’unità di chirurgia toracica. Ha 48 anni, non è sposato e ha l’hobby per la caccia. Non ha mai avuto problemi con la giustizia e detiene, dentro casa, quello che verrà poi definito <<un vero arsenale>>. Dalle sommarie notizie arrivate in questi giorni, pare che – dopo una lite per il bucato – l’uomo avrebbe iniziato a sparare con uno dei suoi fucili a pompa, calibro 12, dapprima dentro il palazzo della sua abitazione, sul pianerottolo del condominio, colpendo a morte suo fratello Luigi di 52 anni e la compagna di questi, Concetta, di 51 anni. Interviene un suo vicino, Francesco Bruner, 65enne Capitano dei Vigili Urbani, ma anche questi perde la vita. Poi, Murolo, si barrica dentro casa e inizia a sparare all’impazzata dal balcone della sua abitazione. Da qui, colpisce a morte un passante, Luigi Cantone, uomo di 57anni che passa di lì con il suo scooter. I colpi non cessano di arrivare sulla strada tanto che, anche se in maniere lieve, feriscono due persone, un carabiniere e un poliziotto arrivati sul luogo dopo l’allerta. La polizia tenta di fare irruzione nell’abitazione del Murolo, ma lui si chiude in casa e apre le bombole del gas. La strada viene chiusa.

Ad un certo punto, l’uomo si arrende con queste parole: <<sono disarmato, non sparate, mi arrendo….ho fatto una cazzata, ho fatto una cazzata>>. Decisiva la telefonata che l’uomo ha fatto al 113, dicendo al poliziotto, all’altro capo del telefono, <<Sono quello che sta facendo il macello a Miano>>. Dopo circa 40 minuti di telefonata, il poliziotto riesce a convincerlo ad arrendersi. Resa non facile. Infatti, durante la telefonata, Murolo minaccia più volte di farsi saltare con le bombole del gas. Uscirà a dorso nudo, arrendendosi, per far capire di non essere armato. Oggi, Giulio Murolo si è avvalso della facoltà di non rispondere e, dai primi accertamenti, sembrerebbe non avere alcun problema psichiatrico o malattie pregresse.

18 maggio 2015. È stato ucciso in un agguato nella zona di Via Calata Porta di Massa, a pochi passi dell’Università Federico II, Gennaro Fittipaldi, 24 anni. Il giovane, noto alle forze dell’ordine per estorsione e droga, è stato colpito mortalmente alla testa, da un solo proiettile. L’agguato, avvenuto all’interno dell’androne di un palazzo Chiavettieri, dove abitava Fittipaldi, si è svolto davanti a centinaia di studenti della facoltà di Lettere e Filosofia e Giurisprudenza, attorno alle 11. Fittipaldi, arrestato nel 2010 con l’accusa di essere uno dei responsabili del ferimento di tre pakistani, aveva fatto installare delle telecamere fuori dalla sua abitazione, le quali verranno analizzate dalla Polizia in queste ore per ottenere maggiori dettagli sulla vicenda.

19 maggio 2015. Marco Castiello ha 76 anni ed è un ex guardia giurata. Incensurato, aveva più volte denunciato il rischio di furti di auto nella zona dove abita. Dopo una discussione iniziata con i vicini, sembrerebbe, per non aver chiuso bene il portone del vecchio palazzo, appena dopo mezzanotte Castiello imbraccia il suo fucile e spara colpendo otto persone. Ferisce tre minori ma, fortunatamente, i condomini riportano ferite lievi, per una prognosi non superiore ai 10 giorni. Dopo questo gesto, l’uomo decide di fuggire e barricarsi in casa della figlia. Viene localizzato da una telefonata e bloccato da polizia e carabinieri. Oggi è stato portato nella Questura di Campobasso.

Non è pentito per il suo gesto e ripete <<Ho ragione io>>.

Uomini, inteso come genere di appartenenza, che – senza considerare l’agguato di Fittipaldi per la quasi certezza del “regolamento di conti”, armano la loro aggressività di un fucile e sparano sulla folla, su amici, parenti per <<futili motivi>>, e solo per questo si dovrebbe parlare di aggravanti e non come base per giustificare la presenza di un raptus e/o di malattie psichiche; uomini di oggi, ma di un vecchio far west alla fine del quale non troverai la parola <<fine>>, con una colonna sonora che scandisce la tragicità di eventi verso i quali arranchiamo sterili ipotesi; uomini, affetti da una malattia sì, della quale siamo un po’ tutti ammalati: il silenzio. Abbiamo smesso di ascoltarci, abbiamo smesso di ascoltare gli altri; viviamo alimentati da un cavo ethernet, collegati con il mondo, ma scollegati da noi stessi. Riceviamo ordini su come vivere da una scatola elettronica e parliamo tutti una sola lingua “condivisione”, ma quando dobbiamo condividere nella vita reale non conosciamo il significato di questa parola, non si apre alcun file, il nostro “touch” è fuori uso e in questa Babele Digitale ci riconosciamo soltanto se ci riflettiamo nell’altro…schermo. Internet e la tecnologia ci hanno permesso di metterci in contatto con il mondo intero, ma in questa conquista, abbiamo perso come si ci mette in contatto con il nostro “vicino”.

Tutto è a portata di un click; armi, bombe, droga…morte. Abbiamo issato la bandiera del pianeta terra su mondi sconosciuti, ma accessibili a chiunque. Sicuri, che in questa corsa “agli armamenti digitali”, non abbiamo cliccato “delete” quando dall’altra parte dello schermo ci hanno chiesto “rinunci alla tua individualità?”.

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