L’economia delle stragi

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Sono circa 36 le guerre nel mondo, oltre ad alcune “situazioni limite”, cioè guerre non ancora dichiarate o appena concluse. L’unico continente escluso è l’Oceania. Sono tremila milioni gli esseri umani che vivono questa situazione, al centro degli interessi finanziari ed economici di qualcuno. Al centro, in un posto sbagliato.

Direttamente coinvolti in una qualche guerra, schiacciati in quel centro di interessi, un posto dannatamente sbagliato, dove è molto più facile morire che vivere. Quasi 3 miliardi, un numero enorme. Di esseri umani. E, mentre noi, siamo sempre più intolleranti, mentre nel dialogo politico lasciamo sempre più spazio a chi discrimina, all’odio per le diversità, mentre sempre più persone sentono l’urgenza di occuparsi prima degli italiani poveri e disoccupati, non ci rendiamo conto che le politiche basate sul rispetto dei diritti umani possono contribuire a migliorare la vita di tutti, noi compresi. Eliminare le diseguaglianze significa abbassare il termometro della conflittualità. Ci stiamo dimenticando di come ogni guerra porti con sé una catastrofe, influenzando il futuro, anche il nostro. Non sappiamo nemmeno cosa sia diventata la guerra di oggi, cosa produce e quali siano le sue vittime dirette ed indirette o quanto realmente ci costi. I conflitti nel mondo non fanno parte dell’agenda dei media, non sono percepiti come urgenti, non li conosciamo. Sembriamo assuefatti dalle immagini dell’orrore, della fame, della distruzione. “La guerra è un omicidio in grande” (Iginio Giordani, 1953) Si tratta di persone ammazzate, donne, anziani, uomini, bambini. Si tratta di omicidi sistematici. Ecco perché le persone fuggono. Un calcolo approssimativo di 54 milioni e 500 mila persone in fuga nel mondo. Migranti, profughi. Esseri umani che si muovono perché mancano le condizioni per vivere. Persone che fuggono dalla guerra, senza andare troppo lontano da casa perché sperano finisca presto e sperano di poter rientrare.

Ricordiamocelo sempre quando tocchiamo questo tema. L’Europa, nel suo complesso, accoglie meno rifugiati di quelli che approdano in Libano, un paese grande all’incirca come l’Abruzzo, popolato da 4 milioni di persone, dove si calcola che il rapporto sia di un profugo ogni tre cittadini libanesi. Non proprio un paese che si possa definire stabile, un paese con un problema storico tra i rifugiati palestinesi e i difficili equilibri confessionali al suo interno, aggravati dalla crisi siriana. Un paese dove non è riconosciuta la convenzione di Ginevra, con un numero esorbitante di rifugiati non riconosciuti, dove non viene data la cittadinanza agli stranieri per non alterare le quote parlamentari interne. Ricordiamocelo quando parliamo della guerra in Siria, insieme ai suoi 300 mila morti, non certo militari. Ricordiamoci che di guerre, di morti, di sangue e di paura questo mondo, è ancora pieno. Ricordiamoci che viviamo in un pianeta con i conti costantemente in rosso, viviamo a debito, facendo pagare gli interessi a quelli che hanno meno di noi.

E, mentre 3 miliardi e mezzo di persone non sanno cosa mangiare, mentre tutto è concentrato nelle mani di pochi, le disuguaglianze crescono, finendo per alimentari i conflitti di oggi e quelli di domani

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