L’ULTIMA CENA DI MESSINA

0
1141
- Pubblicità-

Anche Messina ha la sua Ultima Cena opera imponente di Alonso Rodrìguez(Messina 1578-1648), “il prencipe de’ messinesi pittori” come definito dal biografo Susinno, complesso e prolifico rappresentante di una pittura  venata di correnti tardo manieriste e lezioni caravaggesche passate anche attraverso influenze venete, iberico-napoletane e fiamminghe.

Dal Refettorio del convento di S. Maria del Gesù Inferiore dei Padri Francescani Riformati che insisteva con l’annessa chiesa nell’area oggi occupata dall’Istituto Boer e dalla chiesa di S. Luca, il grandioso affresco(m. 7,30 x 5,70)negli anni ’50 venne staccato, trasferito su tela e, dopo  un complessivo restauro ad opera dell’ICR, rimontato in una parete della Sala Giunta di Palazzo Zanca. Si tratta di un’ultima Cena teatralizzata, con forti contrasti chiaroscurali e luminosità a lume radente che scioglie in certi punti il colore compatto,  in cui il palcoscenico, sul quale si assiepano attorno alla scena principale e solenne i personaggi, è rappresentato dalla tavola imbandita, e la quinta architettonica da una fitta selva di pilastri e colonne che si aprono grazie ad un arco, dietro la figura del Cristo, davanti al quale giace un pollo con le cosce distese fuori dal piatto come nella Cena in Emmaus di Caravaggio, verso un diaframma di  balaustre con colonne a perdita d’occhio. 

Cristo è il fuoco della prospettiva e sembra indicare sulla destra una scena di genere che attualizza il mistero sacro; recitano poi a soggetto e ci scrutano nella scena, oltre agli apostoli seduti attorno al tavolo a ferro di cavallo intenti a comunicare tra di loro,  personaggi curiosi, beffardi, grevi come la figura che poggia il gomito destro e china leggermente la testa mentre si volta, torvo, verso lo spettatore insieme ad una di spalle, vibrante, che sembra appena arrivata per assistere e partecipare al Mistero Eucaristico e che si muove dentro un ampio spazio prospettico delimitato in basso anche dalla tovaglia bianca. Al gesto di Cristo sembra rispondere quello contrario di un personaggio con il colletto bianco probabile autoritratto del pittore  e dietro di lui una figura ci scruta ancora, forse identificabile con quel F. Petronius de Messana committente dell’opera apparso in una scritta sull’affresco,  intorno al 1840, quando Giuseppe La Farina, che aveva scoperto l’opera sotto una pesante scialbatura ne aveva affidato il restauro a Letterio Subba. Vicino al presunto autoritratto un monaco sembra porgere un piatto da servire in tavola mente nella parte opposta due uomini, di cui uno a torso nudo colpito da un denso fascio di luce, sono intenti a versare dell’acqua in un orcio. Il primo imprescindibile passo per guardare questo Bene sotto  la giusta luce ed agire per la sua salvaguardia è comprenderne la memoria ed il valore intrinseco; se si smettesse di considerare questo splendido ed accattivante brano pittorico come una “tinteggiatura” e lo si valutasse nella giusta lettura si creerebbe intanto davanti una zona di rispetto, più idonea all’esile transenna mobile, e si eviterebbe così  l’eventuale rischio di strofinarci sopra sedie o quant’altro spesso con una certa noncuranza.

Quest’opera  oltre che vittima di una certa disattenzione e noncuranza necessiterebbe  poi di un pronto restauro come chiaramente evidenziato da un sopralluogo specialistico nell’estate del 2011da parte di Daila Radeglia e della restauratrice di dipinti murali Barbara Provinciali, studiose dell’Istituto Superiore per la Conservazione ed il Restauro, sopraggiunte per monitorare l’opera.   L’opera presenta infatti delle criticità dal punto di vista conservativo concentrate soprattutto in alcune aree in cui si riscontra ad esempio una caduta del colore,come dimostrato dall’ampia lacuna nella parte bassa a sinistra, e necessiterebbe di un restauro che ne prolungasse la vita e ne migliorasse al contempo leggibilità oltre a divenire un indubbio movente di approfondimento analitico.  Anche Messina ha quindi  la sua Ultima Cena ma non ci sono prenotazioni o gruppi di turisti pronti a visitarla o a goderne, osserva ormai da oltre mezzo secolo le vicende turbolente della città dello Stretto, le vertenze, le attività sociali e culturali che a fasi alterne ne animano o ne spengono ed incupiscono la vita.

Giuseppe Finocchio 

- Pubblicità-
Articolo precedenteRiflessioni on air
Articolo successivoGalati. A pochi giorni dall’ emergenza Meteo
33 anni, fiero di essere nato in uno dei luoghi più belli al mondo, laurea in Conservazione dei Beni Culturali ind. Archeologico conseguita nel 2005 a Viterbo con il massimo dei voti, formazione affinata poi con tanti altri successivi step. “Ho sempre confidato nella gentilezza degli sconosciuti” dice molto di me questa frase tratta da un tram che si chiama desiderio, un’apertura verso l’altro e verso il mondo che porta con sé bellissime occasioni di conoscenza e qualche immancabile delusione; mi specchio spesso nel mio gatto: riservato, deciso, indipendente, sofisticato, con una certa passionalità primigenia. Scrivere è per me una linfa vitale, una valvola di sfogo spontanea, una esigenza comunicativa profonda. Lunatico, sognatore, divoratore di libri ma con i piedi ancorati alla realtà, l’archeologia e l’arte sono per formazione e per passione due mie compagne di viaggio, viaggiare è per me il motore di scoperta della realtà più accattivante. Versificare invernale edizione il Gabbiano ed il Mare Vetrato, edizione Pungitopo, sono due mie piccole sillogi poetiche che condensano in versi il mio vissuto ed il mio sentire.

LASCIA UN COMMENTO

Inserisci il tuo commento!
Inserisci il tuo nome qui