L’URAGANO INSARDA’

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Semplicemente Lea. Così s’intitola la fiction televisiva che racconta la vita di Lea Garofalo, testimone di giustizia morta per mano dell’ex compagno, carlo cosco. Un delitto di mafia, naturalmente. Le ragioni sono chiare: Lea aveva parlato troppo, aveva osato troppo.

Punta di diamante del serial targato Rai è Annalisa Insardà, attrice e sceneggiatrice di origine calabrese. Negli ultimi mesi la donna ha vestito i panni di Renata, convivente di cosco al tempo dell’omicidio. E non solo.

Un altro sceneggiato, anch’esso in onda sulle reti nazionali, ha visto la partecipazione di Annalisa. Si tratta di Questo è il mio paese, dove Anna, promettente sindaco di un borgo meridionale, è costretta a convivere con ottusi conservatorismi e barbari preconcetti.

Due fiction, due donne, due eroine. La femminilità non è un ostacolo, non per loro. Piuttosto, è una risorsa. Ce lo spiega proprio la spumeggiante Insardà, che all’idea di un Sud retrogrado e antifemminista non vuole arrendersi affatto.

 

Tempo fa l’Accademia d’Arte in Calabria è stata costretta a chiudere i battenti: il denaro non era sufficiente e ulteriori finanziamenti erano poco meno che un miraggio. È cambiato qualcosa da allora? La situazione è migliorata?

“Niente affatto. In realtà sembra che le cose siano peggiorate. Basti pensare che i serial di recente produzione, nonostante fossero ambientati in Calabria, sono stati girati in Puglia. Una cosa del genere a mio avviso è mortificante: mi impegno quotidianamente affinché qui possa cambiare qualcosa, affinché la mia terra possa crescere, eppure ogni sforzo appare vano. Non siamo in grado di cogliere le occasioni che ci si presentano, siamo essenzialmente miopi. Ultimamente la Regione Calabria lasciata sfuggire due progetti cinematografici, di cui uno della durata di sei mesi: non è altro che l’ennesima sconfitta.” 

 

Se progetti di questo genere venissero realizzati in Calabria, il profitto che la regione ne trarrebbe sarebbe considerevole? E otterrebbe la visibilità desiderata?

“Assolutamente sì. Gli addetti ai lavori, i membri della troupe, avrebbero soggiornato qui per molto tempo. Avrebbero acquistato i nostri prodotti e affollato i nostri ristoranti. Gli introiti sarebbero stati ragguardevoli, non c’è dubbio.

Attualmente la nostra condizione economica non è affatto delle migliori, ma la cosa sembra non riguardarci. Stiamo qui, con le mani in mano, in attesa che qualcosa cambi, migliori. Non siamo animati da spirito di iniziativa né da volontà di riscatto.

Le fiction in cui ho recitato parlano di noi, della nostra terra, eppure a beneficiarne è stata la Puglia. Naturalmente ha meritato quanto ottenuto, non ci è stato sottratto nulla. Qui si tratta di abilità, non di furbizia.”

 

A quanto ne so, presto in Puglia verrà girato persino Il Commissario Montalbano. Crede che questa Regione abbia una marcia in più per quanto riguarda la politica culturale?

“Probabilmente sì. Il suo successo è dovuto alla capacità che sta dimostrando in ambito amministrativo e organizzativo: la gestione delle risorse ambientali e culturali è di gran lunga migliore e i produttori cinematografici non possono che giovarne. Niente a che vedere con la Calabria.”

 

Crede che qualcuno abbia provato a riabilitare il territorio calabrese? O forse c’è stato un disinteresse pressoché totale per le sorti della sua terra?

Non so rispondere con precisione. Tuttavia ritengo che qualcuno abbia almeno provato a salvare la Calabria dal baratro in cui si trova adesso.

È altrettanto vero però che non si può sperare in un miracolo: le strutture carenti, la scarsa collaborazione delle istituzioni e gli ostacoli burocratici spingono i produttori a recarsi altrove.

Le mie sono solo supposizioni: non conosco ciò che avviene precedentemente alle riprese, non è questo ciò di cui mi occupo.”

 

Lea e Anna, le protagoniste delle sue ultime fiction, sono l’emblema di una Calabria che non si arrende, che chiede d’esser valorizzata. Si tratta di un sentimento che anima anche i suoi conterranei? L’impegno per il cambiamento è davvero una realtà concreta?

“No come vorrei. Spesso la mia terra viene considerata un’accozzaglia di luoghi comuni e falsi miti, ma purtroppo molti preconcetti non sono poi così sbagliati. La povertà spirituale, la ‘ndrangheta sono reali, non lo nego. Ciò che si dice di noi non è lontano dal vero.

C’è dell’altro però: c’è chi lavora con onesta, chi cerca di migliorare la propria condizione. Ci sono uomini e donne che credono nella possibilità che un domani le cose siano diverse. Inutile dire che questo aspetto noi non viene attenzionato: d’altra parte non fa audience, ecco tutto.”

 

Che ruolo hanno le donne calabresi in tutto questo? Quante di loro si impegnano attivamente per smantellare gli stereotipi territoriali?

“Le donne non sono cambiate, piuttosto si sono risvegliate. Hanno preso consapevolezza del loro valore individuale ed hanno preferito fare di sé stesse la propria arma. Si tratta di un lungo e faticoso percorso, assolutamente personale. Generalizzare in casi del genere può essere rischioso.

Non tutte le donne calabresi sono state in rado di emanciparsi dalla cultura maschilista e conservatrice che caratterizza la mia terra, seppur solo in parte. Molte di loro subiscono angherie e condizionamenti di ogni genere, solo perché di sesso debole. Cosa vorrà mai dire poi?

D’altronde l’ultima opera di Dio non è stata l’uomo, ma la donna: senza la donna il risultato non sarebbe stato altrettanto soddisfacente, ne sono assolutamente convinta.”

 

La cultura teatrale e cinematografica contribuisce a restituire la giusta dignità alla figura femminile?

“Io penso di sì. Naturalmente mi riferisco ad opere di un certo spessore, di certo non ai programmi televisivi rivolti al grande pubblico. Lì le donne non sono altro che soubrette, vallette. Esibiscono il loro corpo, niente di più. La vera televisione dovrebbe nascere dalla collaborazione fra figure maschili e femminili, in egual misura e senza pregiudizi. In questo caso si potrebbero ottenere grandi risultati dal punto di vista culturale: del resto spettacoli televisivi e teatrali coinvolgono il pubblico persino più di un romanzo. La vita viene rappresentata, non raccontata e così gli spettatori sviluppano un grado di empatia maggiore nei confronti dei personaggi. L’empatia è uno strumento irrinunciabile: consente al regista di far breccia nell’animo umano, di rendere conoscibile una realtà altrimenti sin troppo lontana. E per cambiare è necessario conoscere: Seneca non mentiva: la conoscenza ci rende liberi.” 

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