La denuncia che crea successo: la storia di Gianluca Calì.

La storia di Gianluca Calì, tra la passione per le auto e il senso di Giustizia.

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foto da Facebook
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“Chi denuncia, è un imprenditore di successo” questo è ciò che dichiara Gianluca Maria Calì, proprietario della concessionaria automobilistica Calicar.it e testimone di giustizia.

Nella giornata del 28 aprile 2021, Gianluca Calì ha ricevuto le chiavi della concessionaria Zeus Auto di Palermo, un’attività sequestrata alla Mafia che da oltre un anno era posta sotto il controllo di un amministratore giudiziario. Per la prima volta in Italia, un bene sequestrato alla mafia viene dato in gestione ad un imprenditore e testimone di giustizia. L’imprenditore ha anche mantenuto i quattro lavoratori della concessionaria, il quale lavoro era in bilico a causa della mancanza della mafia e della presenza dello Stato.

Questa decisione arriva dopo due anni nei quali Calì ha collaborato per la realizzazione del progetto con il Tribunale di Palermo, in particolare con il giudice Malizia che ha sostituito l’incarico dell’ex magistrato silvana saguto. Un simbolo di rinascita e coraggio che deve essere recepito da tutti i commercianti, gli impresari che subiscono la violenza delle mafie.

“Oggi, chi denuncia, viene visto come colui che perde tutto e non ha prospettiva di futuro.”, dichiara Calì, “Deve, invece, passare il messaggio che chi denuncia non perde nulla ma migliora la propria posizione sociale ed economica. Se assegniamo i beni confiscati, che sono abbandonati, a quegli imprenditori che si sono distinti per senso civico, prendiamo due piccioni con una fava: di fatto, l’imprenditore che ha denunciato e ha un bene confiscato diventa uno spirito da emulare.”

Dal successo alla sua prima denuncia:

La storia di Gianluca Calì parte dalla sua innata passione per le auto. Una passione che riesce presto a far diventare il suo lavoro: un business da 24 milioni di euro di fatturato e 24 impiegati. Dalla Lombardia, regione in cui parte con il suo successo, l’imprenditore palermitano decide di tornare nella sua terra. Decide di investire e credere nel futuro. Presto Calì mette su una impresa di successo che fa gola alla Mafia.

Cosa Nostra inizia a chiedere il pizzo, ma Gianluca Calì decide di non piegarsi. Il 3 aprile del 2011 alle tre di notte, inizia la guerra. La sua impresa subisce il primo attentato: due auto vengono incendiate. Nel giro di pochi minuti, l’inerzia della società civile che assisteva a quell’attentano, ha fatto sì che nessuno chiamasse i vigili del fuoco e che l’incendio si estendesse a cinque auto, causando ingenti danni anche alla facciata del palazzo in cui è presente la concessionaria. “Fa più male chi resta inerme, che chi deve delinquere”.

Così Gianluca Calì avvia così il suo contraccolpo, denuncia e continua a denunciare la mafia.

“Sono convinto che le forze dell’ordine e i magistrati fanno il grosso del lavoro, ma senza di noi, che nel nostro piccolo il lavoro quotidiano, di educazione civica, di denuncia, non ce la fanno.”

Come nella maggior parte delle storie dei testimoni di giustizia, anche la famiglia di Calì ha subito ripercussioni nella propria quotidianità. Dopo la denuncia, la vita non è mai come prima: si è costretti ad andare in negozi lontani per farsi servire. Nonostante tutto, la sua famiglia è stata protagonista e ha accompagnato l’imprenditore in questo percorso per la Giustizia.

Anzi, il denunciare è un atto contagioso. La stessa battaglia di Calì, infatti, è stata intrapresa anche da un suo amico d’infanzia, che dopo dieci anni di vessazione, ha deciso di denunciare la mafia.

Nel tempo, lo stesso imprenditore diviene un simbolo, un monito per i mafiosi: “E’ lo sbirro numero uno, state lontani che quello vi crea solo guai.” Con il suo coraggio, Calì resiste e continua a difendersi. Ogni denuncia consta per lui nuove auto bruciate. “Ho perso il conto di quante ne hanno bruciate”. Ogni auto bruciata doveva essere una vergogna per l’impresario palermitano, che decideva di non piegarsi a quella logica. Invece, Calì riesce a farne un vanto: “L’ultima auto bruciata l’11 novembre 2015 è messa in concessionaria con la scritta “Mafia Merda”.

La villa di Michele Greco:

Ma Gianluca Calì è un Imprenditore: non pensa soltanto alla sua attività, ma ha avuto la pretesa di creare lavoro, creare reddito nella sua terra. Così, l’Imprenditore ha acquistato la villa di Michele Greco, detto il papa per le sue doti di mediatori tra le diverse famiglie di Cosa Nostra. Nella stessa villa in cui sono stati organizzati i più cruenti delitti del nostro Paese, dalla quale partivano le macchine con i kalashnikov per uccidere, nella quale si tenevano i summit delle cosche, oggi è una casa vacanze. Un cambiamento che da speranza soprattutto per gli ospiti che decido di soggiornare in quella villa, coscienti della scelta che ha fatto lo stesso imprenditore.

Un posto che è paragonato solo alla casa di Pablo Escobar, noto trafficante colombiano. Un ulteriore gesto di coraggio che non è passato inosservato dalla stampa internazionale: The Guardian ha dedicato una pagina alla storia di Gianluca Calì. 

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