La guerra dei like

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Sapete cos’è la tristezza, tutti la provano. Ma avete mai provato tristezza per l’umanità? E’ un sentimento corrosivo, insidioso, frustrante. Per fortuna passa presto, basta pensare ad altro. Basta continuare a vivere giornalmente andando sempre alla ricerca di ciò che c’è di buono nelle persone. Però qualche volta succede qualcosa che scatena questo sentimento noir.

 Leggendo la pagina Facebook del quotidiano “La Repubblica” mi trovo davanti due notizie, una accanto all’altra. “Brescia, è polemica per i ristoranti vietati ai bambini” ha ricevuto 862 like, 1.250 commenti e 30 condivisioni. L’altra titolava “Teste di maiale contro gli ebrei, caccia al mittente” ha ricevuto 56 commenti, 127 like ed è stato condiviso 19 volte. Queste cifre mi fanno intuire che per la popolazione italiana è più importante ciò che succede in un ristorante in provincia di Brescia, che ai cittadini della nostra Capitale.  Perché comunque è giusto ricordare che molte di quelle persone, pur essendo  di religione ebraica, sono italiane. Sono nate in Italia, parlano italiano, mangiano italiano, come le persone di religione cattolica o islamica.

Il peggio, però, deve ancora venire. Due dei commenti più in vista sono dei messaggi che io reputo di odio.  Il primo esprime un concetto che, seppur condivisibile, è totalmente fuori contesto, scrive infatti: “è miserabile anche quello che fanno i palestinesi dal 1946”. Il secondo sentenzia che “parlano di brutalità quelli che lanciano bombe a destra e a manca, basta con questo vittimismo”.  Ma perché se invece la smettessero i fascisti, i neonazisti e i razzisti non sarebbe molto meglio? La consapevolezza che tra esseri umani non c’è nessuna compassione, nessuna comprensione, nessuna solidarietà, ecco questo mi rende triste per l’umanità.  Non capisco perché l’essere umano si precluda il piacere della condivisione, della socievolezza e dell’allegria. Sembra che l’uomo abbia dentro di sé una tendenza autodistruttiva, che si manifesta anche con il menefreghismo e con l’indifferenza delle persone che subiscono soprusi, a volte anche per tutta la vita, e non si ribellano. Molti si lamentano, ma poi non fanno nulla per cambiare.

Credo che la nostra società sia arrivata ad un punto di non ritorno. L’indifferenza, l’egoismo, la prepotenza e l’arroganza predominano. Per cambiarla davvero serve una rivoluzione. Si parla spesso di rivoluzione violenta, di prendere le armi, e ho paura che i governi costringeranno i cittadini a optare per questa soluzione. Volendo, però, i cittadini possono cambiare le cose senza favorire il gioco dei potenti, rivoluzionando i propri cuori. Sembra demagogico ma non è così. La rivoluzione violenta, a volte indispensabile, deve essere evitata perché dà risultati veloci ma con costi troppo alti. Senza contare il fatto che spesso, dopo la rivoluzione violenta, sono sempre gli stessi personaggi a riprendere le redini della società ballerina appena costituitasi senza solide basi. Se invece rivoluzioniamo i nostri cuori comprenderemo che la razza umana è una sola. Se permettiamo che la globalizzazione diventi reale e non solo finanziaria e speculativa, la società evolverebbe in meglio automaticamente e niente potrebbe tentare di rendere vani i progressi ottenuti, perché nulla al mondo è più forte di un’idea. Una volta nata e radicatasi, l’idea prende vita, diventa parte di te e resta per sempre.  

Cambia il mondo, cambiando il tuo cuore.

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