LA LUNGA MARCIA DELLE DONNE ITALIANE

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Nel 1891, nella giovane Italia unitaria, andò in scena a Milano la prima nazionale di Casa di bambola di Ibsen, accolta tiepidamente e con non pochi sospetti. Non a caso; nonostante la superba interpretazione di Eleonora Duse, la storia della metamorfosi di Nora che da moglie capricciosa e superficiale si trasforma in una donna cosciente della propria identità e capace di compiere scelte difficili, come l’abbandono del marito e dei figli, non poteva che scuotere la tradizionale società italiana. Specchio inquietante della lenta ma inesorabile presa di coscienza della dignità femminile, la storia di Nora segnerà esemplarmente gli anni di fine secolo, per affacciarsi nel Novecento con tutta la sua carica esplosiva, segnando le tappe della rivendicazione sociale e politica delle italiane. Guardando all’inevitabile tramonto dello stereotipo culturale della Mamma Italiana, tutta oblatività, votata al sacrificio per il bene del marito, dei figli, nonché della Patria, le donne guardavano in avanti, cercando – passo dopo passo – di conquistare tutela nel lavoro e spazio nella vita pubblica.

E’ di pochi anni dopo, nel 1902, la legge Carcano, che limitava a dodici ore la giornata lavorativa delle donne e dei bambini, e nel 1910 venne promulgata la legge sulla Cassa per la maternità, che sanciva per l’industria (bisognosa di manodopera femminile sottopagata) il diritto a una retribuzione nel mese successivo al parto. Piccoli segnali di una mancata “nazionalizzazione” della funzione materna con il suo potente codice simbolico, che lo Stato, da poco nato, abbandona al suo ruolo privatizzato.

Saranno due donne – ma molte altre si affacciano all’orizzonte – a delineare in questa fase storica le differenti modalità di realizzazione identitaria attraverso modelli di emancipazione femminile: Sibilla Aleramo e, di poco più giovane, Maria Montessori. La prima incarna il destino libertario della Nora di Ibsen: intellettuale di razza, abbandona la casa e i figli per vivere una condizione di paria, sognando tramite il lavoro rivoluzionario della scrittura, l’idea di una compiuta uguaglianza fra i sessi e il progetto di una fratellanza sociale, mediata dalla sua adesione al Partito comunista. Diversamente, Maria Montessori, prima donna medico in Italia, affrontò ai primi del Novecento la difficile battaglia tra vita privata e sfera pubblica ed è la sua maternità a dover inizialmente soccombere. Costretta ad abbandonare il figlio per ragioni sociali, si dedicherà al suo innovativo progetto pedagogico, che la rese presto famosa in tutta Europa, salvo recuperare in tarda età la sua vocazione materna, ritrovando il figlio con il quale visse sino alla fine.

Non saranno soltanto alcune figure esemplari a sostenere il cammino di emancipazione delle donne italiane: un segnale storicamente incisivo fu determinato anche dalle nascenti congregazioni religiose femminili, immerse nella vita sociale – scuole, ospedali, orfanotrofi, collegi, carceri – tramite una capillare distribuzione nazionale e un inedito piglio “imprenditoriale”; nella prima metà del Novecento, insieme ad un sempre più marcato inserimento femminile nel mercato del lavoro, rappresentano momenti storici significativi di un progressivo riconoscimento del loro ruolo sociale e politico.

Sarà comunque dopo il “biennio fatale” (1943-1945) che le più importanti trasformazioni esploderanno in tutta la loro virulenza; sono i bisogni reali, le problematiche concrete nate dal basso e vissute drammaticamente sulle spalle delle donne nella difficile fase di ricostruzione post bellica: il diritto al voto, innanzitutto, ottenuto solo nel 1946, e poi la parità del salario, il riconoscimento del lavoro delle donne contadine, il divieto di licenziamento delle donne sposate, la tutela delle madri lavoratrici. In queste difficili battaglie vanno menzionate almeno due associazioni nate nello stesso frangente storico: nell’ottobre del 1944 nasce il Centro Italiano Femminile e nell’ottobre del 1945 si celebra il primo congresso nazionale dell’Unione Donne in Italia.

Pur con strumenti diversi e con differente impianto ideologico, esse mirano al medesimo obiettivo, quello di contribuire alla nuova presenza sociale delle donne dentro le strutture e le istituzioni politiche, premendo sullo Stato unitario, poco sensibile in verità, ma pronto ormai a reggere l’urto pacifico e necessario del mondo femminile.

A questa schiera rumorosa e battagliera di tante italiane vada, nell’anno di celebrazione dei 150 anni, il ricordo e la gratitudine di tutti.

Paola Ricci Sindoni

Ordinario di Filosofia morale, Università di Messina

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2 Commenti

  1. La grande Eleonora Duse, nacque a Vigevano, come del resto Lucio Mastronardi. L’ultimo,ebbe purtroppo, una fine triste, si suicidò, buttandosi dal Ponte del Ticino. Visse la chiusura borghese della vigevano, città in cui insegnava, in maniera crtica.

    Il Film ” Il maestro di Vigevano “, fu’ una denuncia poetica dell’allora insediamento immane di fabbriche calzaturiere.

    La cultura, la sottomissione ad un sistema scolastico rigido, dette comunque allo scrittore la possibilità di lasciarci in eredità un capolavoro.

    Passando davanti alla casa in cui egli ebitò, mi capita spesso di chiedermi – Veramente il luogo, l’abitazione dinanzi a me, fu’dimora d’un uomo, la cui versatilità venna ignorata, confinata in un fondo di bottiglia?

    Sono uscita dal tema ,poichè, mi riserbo il giudizio su Eleonora Duse, confinandolo in un secondo tempo, ovvero appena avrò modo di leggerne attentamente la storia .

    I miei saluti

    Masotto Marinella.

  2. La grande Eleonora Duse, nacque a Vigevano, come del resto Lucio Mastronardi. L’ultimo,ebbe purtroppo, una fine triste, si suicidò, buttandosi dal Ponte del Ticino. Visse la chiusura borghese della vigevano, città in cui insegnava, in maniera crtica.

    Il Film ” Il maestro di Vigevano “, fu’ una denuncia poetica dell’allora insediamento immane di fabbriche calzaturiere.

    La cultura, la sottomissione ad un sistema scolastico rigido, dette comunque allo scrittore la possibilità di lasciarci in eredità un capolavoro.

    Passando davanti alla casa in cui egli ebitò, mi capita spesso di chiedermi – Veramente il luogo, l’abitazione dinanzi a me, fu’dimora d’un uomo, la cui versatilità venna ignorata, confinata in un fondo di bottiglia?

    Sono uscita dal tema ,poichè, mi riserbo il giudizio su Eleonora Duse, confinandolo in un secondo tempo, ovvero appena avrò modo di leggerne attentamente la storia .

    I miei saluti

    Masotto Marinella.

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