La mediterranea Messina nella deriva liberista

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“Ma ora il tradizionale gioco di infamare la popolazione sembra estinguersi”: quel che scrive Salvatore Palidda, nell’ultimo libro da lui curato sulle “Città mediterranee”, a proposito delle “plebi” meridionali e dei “lazzaroni” partenopei, vale anche per Messina?

La città dello Stretto, che pure è stata a più riprese ingiuriata nei suoi abitanti, nell’ultimo venticinquennio si è dovuta confrontare con la Grande Opera per eccellenza. Una parte sempre più consistente dei suoi cittadini ha assunto una sempre più perfetta consapevolezza di cosa quella Grande Sfida volesse dire. Una parte – ovviamente minoritaria per forza di cose e di strumenti “tecnici” a disposizione – si è “impadronita” di tutta la documentazione anche scientifica; quindi persino un solo studioso messinese, appartenente a quella che viene considerata una marginale Università, può tener testa, ad esempio, sul piano dei conti economici della Grande Impresa alle grandi imprese multinazionali. Insomma una parte crescente degli “indigeni” dello Stretto non appare più alla mercé del primo imbonitore di passaggio su questo lembo di terra.

 

Ma occorre uno sguardo, a questo punto, in grado di guardare al di là del Ponte, al sistema economico globale e alle applicazioni locali, per cercare di vedere quanto Messina sia coinvolta nella deriva liberista e se sia possibile de-linkarla, farla uscire dalla corrente di un limaccioso fiume che si avvia spietatamente verso la “cascata”.

Voglio usare apposta l’avverbio “spietatamente” per segnalare l’assenza di “pietas” del sistema stesso verso gli uomini e verso la natura.

Approfittando dei casi segnalati da Palidda di città mediterranee come Napoli, Tunisi, Istanbul, Genova, Barcelona e altre metropoli, si può tentare di fare un discorso non retorico su un centro di più modeste dimensioni? Le conseguenze della rivoluzione liberista sulle rive dello Stretto non hanno attratto finora grandi attenzioni, eppure, per certi versi e con le specificità del caso, Messina riproduce alcuni elementi presenti in altri luoghi del Mediterraneo (se guardati con la pupilla depurata dalla retorica mediterraneista).

Partiamo dallo skyline che si offre allo sguardo di chi viene dal mare; entriamo dentro e guardiamo il design delle nuove architetture; avviciniamoci ai materiali diventati abituali: ci si presenta una sostanziosa modificazione, coperta dai discorsi sul post-moderno (quando vengono fatti). Insomma, nel suo piccolo e “brutto”, Messina non ha niente da invidiare ad altre città mediterranee. In fotocopia rimpicciolita, centri commerciali, cinema multisala, video-camere di sorveglianza, negozi e boutiques à la page, riprendono le “maestose” innovazioni architettoniche delle più grandi città euro-mediterranee. Quanto ai palazzi, restiamo in attesa di vedere gli esiti finali di quelli in costruzione su corso Cavour-piazza Duomo e su via La Farina-Cavalcavia, le cui strutture si sono già insediate sulla storia della città, schiacciandola.

E poi ci sono i progetti delle nuove installazioni edilizie. Il grattacielo nel quartiere storico del Tirone sarà come quelli di Beirut? Lì ai piani alti abita la nuova gentry, esponenti delle classi borghesi emergenti di rentiers. Qui cosa rappresenterà, sotto il velo del discorso sul decoro, sulla morale, sull’igiene, sul risanamento?

Cosa ci sia sotto i discorsi sullo sviluppo di Messina l’hanno scritto non gli studiosi, ma i magistrati. Un recente sequestro di beni per 450 milioni di euro, motivato dal procuratore Guido Lo Forte, ha illustrato bene il modello “liberista”. Naturalmente ci interessano poco le responsabilità individuali, che tocca alla magistratura indagare, ma trarre dalla fonte giudiziaria elementi per capire come questo modello ha funzionato nella città dello Stretto. Molti politici, che normalmente vengono accusati di “incapacità”; diversi componenti delle amministrazioni pubbliche, che normalmente vengono accusati di “inefficienza”; svariati imprenditori, che normalmente vengono incolpati di scarso attivismo imprenditoriale; ed ancora i “tecnici” del riciclaggio dei capitali illegalmente accumulati: ecco, tutti questi soggetti sono i protagonisti di un modello locale, che ha tenuto Messina sul filo della “modernità” liberista. Aggiungiamoci le pale eoliche sulla cresta dei Peloritani e il “bombolone” di gpl sotto il parco progettato al posto del campo Rom, e si ha un’idea di come il modello si eserciti non soltanto sulle persone, ma anche sull’ambiente. Ci manca solo il grande evento, ma per questo potremmo interpellare Sgarbi e poi i grandi architetti, quelli che vanno per la maggiore e che per certi versi sono diventati non più di un logo.

Cosa ci sia sotto i discorsi sullo sviluppo, santificati dalla propaganda informativa e “culturale”, lo dicono i fatti, ossi duri a morire: declino demografico, fuga dei giovani, clima di stallo.

Un altro elemento ancora, e qui si può finire con questo primo approccio: il Ponte sullo Stretto si farà, e così pure l’aeroporto del Mela, la Stu del Tirone e l’isolotto di fronte al waterfront di Maregrosso. Come recentemente ci ha spiegato Ivan Cicconi, il modello italiano ha due madri: la Tav e la Legge Obiettivo. Ricalcando quella sagoma, si possono tirare a “buon esito” tutte le operazioni: purché ci siano a garanzia bond pubblici, subito le banche accorrono ad accendere prestiti, a contrattarsi poi i bonds e a riprodurre l’infernale meccanismo dell’attuale crisi finanziaria. I soldi si prendono dal futuro, dall’accrescimento del debito, che pagheranno fondamentalmente i nostri figli (i quali già qualcosa hanno cominciato a pagare). Anche una media città può “crescere” su questo.

L’inversione di tendenza? La democrazia dal basso, ovvero la partecipazione con diritto di decisione delle persone che stanno in questo luogo del Mediterraneo. Ma la “caldaia urbana” di Messina sarà in grado di dar vita a quest’inversione, e per tempo?

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