La parte umana!

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“Non dirò nessuna bugia. C’é un misticismo naturale che vola nell’aria. Se ascolti attentamente, sentirai …”.

Mi svegliai sentendo quei versi sparati da qualche vicino ed andai diritto in bagno. Non lavorare significava perdere delle abitudini, ma sopratutto, ritrovarne altri. La sveglia naturale é una delle più importanti di queste nuove abitudini. Svegliarsi perché il corpo te lo chiede, sazio del riposo, pronto alla giornata. Chi lavora aspetta di essere svegliato ma molto spesso, accorda l’orologio interno suo a quello su di cui ogni giorno é costretto a mettere una mano per azzittirlo. Ma in realtà, molti si potrebbero passare dell’orologio sul comodino. Riposiamo male, ansiosi di svegliarci, di non perdere il treno del tempo, la metro, il pullman, il lavoro. La punizione é sempre dietro l’angolo per chi arriva in ritardo. La città si muove voce le nostre vite. Con frenesia. L’Uomo cerca di guadagnare il massimo di libertà sul lavoro affinando i gesti della mattina a casa e della sera prima di lasciare il lavoro. Chi lavora é prevedibile nei suoi meccanismi. Le abitudini di ognuno sono proprie ad ognuno ma purtroppo rimangono fisse nel futuro. La sequenza in cui uno si spoglia, fa il caffè , la colazione, lavarsi i denti, consultare velocemente internet, o vedersi la TV, o semplicemente sentirla. L’eccezionale sparisce dalla vita del lavoratore, sopratutto quando esso é costretto in un edificio, o in una buca come i minatori. Fortunatamente, la musica esiste, fortunatamente, l’Uomo é un imbecille, o sfortunatamente. La rabbia che deriva dall’umiliazione evidente della società nei confronti dell’Uomo non ha sbocchi per il grande isolamento in cui si é costretta la gente. Gli uomini diventano molto prima della vecchiaia dei bambini capricciosi che arborano col sorriso la ricetta del dottore giustificando la loro follia con l’uso di psicofarmaci. Il lavoro da la possibilità di vivere, per chi non la ha già. ma questo, il fato o qualcos’altro lo decide. Non lavoriamo con gioia dunque, nemmeno quelli che sono in campagna sui trattori, eroi della nostro gioventù perché sempre sorridenti ed affettuosi con una famiglia pressoché perfetta. Già … Lavoro, casa, famiglia. E poi? Morte. E durante? Stanchezza, confusione, infelicità. Nemmeno siamo più in grado col poco tempo rimasto di curare l’amore. Il mio vicino patito di Bob Marley passò ad una canzone che a me piaceva tantissimo. “I shot the sheriff”. Sempre di Bob Marley. Ascoltavo un pò di musica diversa e fondamentalmente mi piaceva tutta. Però, avevo individuato in Bob Marley un Uomo riempito di pena, un essere che faticava a comprendere determinate cose perché dotato di una sensibilità e di un intelligenza fuori dal comune. Bob Marley nasceva già controverso. Figlio di un ufficiale britannico e di una donna nera della Jamaica, crebbe in un ghetto ove capi che i suoi unici fratelli e sorelle erano gli esseri umani. Visse la privazione condividendo e sviluppo un spirito di leaderismo che lo portò insieme alla sensibilità estrema ed al dono di musicista a creare e promuovere la sua musica. Una musica di pace, di amore, di coscienza. Una musica che ti attraversava a volte l’anima con dolore. Era cosa corrente pensare che chi ascolta Bob Marley si fuma gli spinelli, ma era anche corrente il pensiero che chi ascoltava meta rock si faceva di pastiglie. Insomma, l’eterna tergiversazione tra il fatto che il sole é più importante rispetto alla luna. Senza loro due, il mondo non ci sarebbe. Tutto é possibile, e ciò, in qualunque lingua, in qualsiasi parte del mondo, in qualunque colore. Mi chiamò Pamela e ci mettemmo d’accordo per la cena. Volevo uscire ed andare in un ristorante che nella precedente passeggiata avevo visto. La musica continuava, ma questa volta, passava “Fast car” di Tracy Chapman. Bella canzone. Tutti vorrebbero partire se potessero. Anche non da soli. Comunque, siamo tutti in un posto, e siamo tutti vivi, e fortunatamente, ci possiamo tutti lamentare. Da quando avevo ritrovato la memoria, osservavo le cose con chiarezza per comprendere meglio. Non c’era bisogno di andare in un paese per conoscerne i costumi ed i valori. E certo che la promiscuità ha un altro odore, ma SKY aveva provveduto largamente a soppiantare la vista. In tutto ciò che mi era stato dato di vedere, di capire, tutti avevano una ragione per cui morire. A volte, ragioni completamente opposte, da popoli completamente opposti. Il valore di se per se é assurdo quando si pensa di globalizzare un mondo così diverso. Ma quando le basi per la globalizzazione sono le armi, si capisce allora che gli usi migliori siano quelli occidentali. Ci ritroviamo allora un continente tale l’Africa costretto a dimenticare il proprio passato, ad oscurare la gloria di cui ogni popolo europeo si para, a obliare il suo passato per non avere futuro. Avevo visto delle culture nell’Africa nera, o nell’Asia orientale che erano delle soluzioni al caos della vita, degli insegnamenti preziosi di cui l’umanità intera si farebbe tesoro. Ma conta solo il galateo, la tavola rotonda, le abitudini del vincitore sono le migliori. Gli uomini che fecero tesoro dall’estero regnarono su distese infinite. Roma ne é un esempio. ma l’Italia dopo la gloria, si é rinchiusa nel souvenir di tale gloria. Comunque, mi affacciai sul balcone fumando una sigaretta. Guardai per curiosità verso la destra del palazzo da cui proveniva la musica. C’era una ragazza che fumava anch’essa sul balcone. Mi sorrise salutandomi. Risposi. Di solito, non salutavo perché avevo notato una cosa triste. Quando un Uomo visibilmente ricco saluta qualcuno, riceve sempre una disposta, anche se sorpresa. Quando un Uomo povero saluta un Uomo ricco, difficilmente riceve risposta. Certo che sono estremi quelli di ci sto parlando qui, ma estremi che mostrano una media per niente rassicurante. Un nero in Italia non ha molta considerazione e quando saluta, molto spesso, viene ricambiato con un sguardo di diffidenza. Comunque, rispose al saluto della ragazza e scesi da Andrea per la mia chiacchierata. Jacques sarebbe passato nel pomeriggio. Volevo chiedergli di accompagnarmi in Africa insieme a Pamela. Lui conosceva, sapeva, poteva muoversi, Pamela ed io, no. E quindi, era logico. Salutai Andrea baciandola sulla bocca. Ci salutavamo così. Le labbra sulla labbra son morbide, belle, calde. Non c’era nulla di malizioso in ciò. ne da parte sua, ne da parte mia. Pamela ne fu sorpresa all’inizio, ma dopo la mia reazione nel sapere di lei e di Jacques, capiva facilmente che ero un altra persona. Già, un altra persona. Volevo ridiventare come prima? Prima chi ero? Non lo so e non lo avrei saputo perché per ogni persona che mi parlò di me ero una persona sempre più diversa. Il presente contava, il futuro anche, forse meno del presente. Jacques arrivò ed andammo subito al parco Virgiliano a passeggiare tra i colli. Gli proposi di accompagnarci e lui accettò volentieri. Gli dissi che gli avrei pagato io il biglietto e non intendevo affatto tergiversare. Stette zitto. Ero contento che venisse. Pamela passò a prenderci li davanti al parco e ci fermammo a prendere un aperitivo. “Yac!”. Una coppia si buttò letteralmente su di me. “Ma che fine hai fatto?” mi chiesero. Guardai disperatamente Jacques e Pamela che li salutarono senza grande entusiasmo. Martina e Giuseppe erano due miei amici di un pò di tempo fa. Li vedevo di rado ma li vedevo comunque. Pamela spiegò loro della mia perdita di memoria e di nuovo mi sentii osservato come un animale raro. Dopo l’aperitivo diedimmo il passaggio a Jacques e chiesi a Pamela di fare un giro sul Vesuvio. Era come se le avessi chiesto di pugnalarmi. Saltò letteralmente sul suo sedile e mi guardò con due occhi enormi. La guardai e le chiesi perché avesse avuto questa reazione. Mi disse che era uno dei miei posti preferiti. Aveva creduto che mi fosse tornata la memoria. Il vesuvio mi spiegò era uno dei miei rifugi segreti. Amavo il silenzio della notte, la consapevolezza di calpestare venti bombe nucleari, lo sovrastare la città ed il golfo di napoli. Quando arrivammo all’inizio della montagna, mi impressionai un pò per il grande buio e sopratutto per l’assenza di macchine pian piano che salivamo su. Le chiesi se sapesse dove stesse andando e mi rispose di si. Ci voleva coraggio, ero un Uomo coraggioso una volta pensai con un sorriso. Non c’era niente, silenzio, e solo i nostri fari bucavano un oscurità densa e quasi ostile. Mi ricordai anche la canzone di Bob Marley. Se ascolti attentamente, sentirai il mistico. Arrivammo davanti ad un spiazzo che dominava uno dei versanti. Era mozzafiato. Ebbi la voglia di condividere la mia energia con Pamela. Le presi la mano. Una scarica leggera e delicata ci pervase. Capivo perché amavo questo posto. La bellezza pura può essere peggiore del male. Apre alla consapevolezza di una vita bitumata alle ortiche, di un mondo pazzo di dolore con dei giardini magici alle porte ove annegare il male e tornare a sorridere. Strinsi più forte la mano di Pamela. Rimanemmo per una mezz’ora e tornammo a casa.

Pamela doveva lavorare l’indomani. Arrivammo a casa e cominciò a prepararsi una camomilla mentre si svestiva. La guardai, mi alzai, la presi per mano, e facemmo l’amore per ore. Lei pianse molto. Quando mi alzai la mattina, lei non c’era. Ascoltai attentamente, e sentii il misticismo naturale, ma anche l’amore.

 

Ouango K Judicael

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