LA QUOTA ROSA DELLA DONNA

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E’ strana e particolare questa definizione.
Indica precisamente un quid di femminile, come se dovesse specificare un’asserzione sottolineando uno stato di fatto da legittimare.
Ci penso e ci ripenso e mi capacito che è fuori luogo, quasi l’opposto di quello che realmente comunica e di quello per il quale è stato coniato.
Non perché non riconosce l’altro sesso come stato civile con tutti i diritti annessi e connessi ma perché esplica una condizione presente ed conosciuta da anni diventando per ciò solo una forzatura.
La QUOTA ROSA è l’insieme di diritti femminili legittimati dal lavoro, dal mondo sociale, delle pari opportunità o anche il numero di candidati di sesso femminile inserite, e perciò candidate, nelle liste elettorali valide per tutte le elezioni. Secondo il testo di legge approvato dal Consiglio dei Ministri, nelle liste elettorali deve essere candidata una donna ogni tre uomini, una quota non inferiore al 33% del totale, favorendo così l’accesso al Parlamento.
E’ chiaro a tutti che approvando questa legge, grottesca, si è ghettizzato la figura femminile. Diventa un’offesa, una forzatura brutale all’essere persona; la donna è un essere vivente che esiste da sempre , partecipe alla vita, che da la vita.
E’ l’essere vivente.
In questo modo sembra che ella sia per il legislatore una donna al 33%. Bisognerebbe domandarsi che ne è stato dell’altro 67% .
Ognuno di noi ogni giorno si confronta e vive con la donna, madre, moglie, collega, antagonista o amica che sia, riconoscendone tutte quelle peculiarità, pregi e difetti, intrighi e complicità, insomma ciò che anche noi uomini abbiamo e che dobbiamo riconoscere e rispettare.
E’ facile dire che oggi la donna è pari all’uomo. Eppure per comprenderlo ci son voluti millenni.
Mi si può contestare che la quota rosa oggi rappresenti lo spazio attribuito alla donna per identificare uno Status femminile ed identificare una loro piena affermazione e completa integrazione nella società.
In realtà con tale termine invece di parità o di pari opportunità non si fa altro che affermare e accentuare una differenza tra uomo e donna, tra forte e debole, tra primo e secondo. In altri termini al sesso debole tocca il 33 per cento e al sesso forte tocca il 67 per cento. Di cosa? Ma di tutto no!
Se veramente le nostre società sono state dominate per millenni da una cultura sessista, allora bisogna riconoscere che essa ha costretto entro stereotipi basati sul genere sessuale non solo le donne, ma anche gli uomini. Se gli stereotipi del “sesso debole” sono stati smitizzati e infranti, è ancora necessario infrangere il mito e lo stereotipo del “sesso forte”. Ed è ancor più necessario che a farlo siano gli uomini.
Fin dai tempi più remoti, le società umane sono state organizzate secondo ruoli distinti basati sul genere sessuale delle persone: caccia e raccolta; lavoro domestico e lavoro extradomestico (da cui deriva la distinzione fra il lavoro retribuito e lavoro non retribuito). La moderna società non ha bisogno di questi ruoli, ma come tutte le tradizioni essi sono assai radicati e duri a morire, soprattutto se non si fa niente per rendere consapevoli le persone di quanto questi ruoli condizionino in termini negativi la loro vita di tutti i giorni.
Le origini della supremazia maschile sono state studiate, fra gli altri, dall’antropologo Marvin Harris, secondo il quale la nascita dello Stato, della schiavitù, della gerarchia sessuale e della guerra possono essere spiegate in termini demografici: un aumento della popolazione determina la necessità di trovare nuove forme di sfruttamento del territorio e quindi nuove organizzazioni sociali per attuare tale sfruttamento. La subordinazione delle donne e l’esaltazione degli uomini sono quindi strettamente collegate alla maggior competizione fra le società organizzate in bande e villaggi in uno stesso territorio di caccia e raccolta. Sono collegate insomma alla nascita della guerra che “incoraggiava l’allevamento dei figli maschi, la cui virilità veniva esaltata dalla preparazione alla guerra, e svalutava il ruolo delle femmine che non combattevano. Ciò, a sua volta, portò alla limitazione delle figlie femmine mediante l’incuria, i maltrattamenti e l’omicidio vero e proprio”
Ancora oggi in molti paesi del mondo l’infanticidio è orientato selettivamente verso le donne, e non riguarda solo le bambine già nate. Il governo dell’India nel 1994 ha scoperto che circa 100.000 feti femminili venivano soppressi ogni anno e ha tentato di porvi rimedio vietando l’amniocentesi.
Le guerre esistono ancora, ma non esistono più quelle società in cui era necessaria una tale educazione differenziata. Dopo millenni, si presenta alle moderne società industriali la possibilità di sviluppare un nuovo modo per concepire i rapporti fra i sessi ed i ruoli di genere, ma per far sì che questa opportunità sia colta non basta che coloro che stavano in una posizione subordinata si ribellino al sistema, è necessario che anche gli uomini si rendano conto delle gravi limitazioni, e degli effetti potenzialmente letali che la gerarchia dei sessi impone al loro genere.
In questa prospettiva per andare oltre la quota rosa bisognerebbe rifarsi ai concetti positivi del movimento femminista che non solo ha fatto molto per ottenere la parità giuridica per le donne, ma una volta ottenuta la parità, ha anche analizzato la cultura sessista – almeno dall’angolazione femminile – ed ha reso consapevoli le donne delle discriminazioni che esse subivano a causa di questa cultura. Grazie alla loro battaglia i ruoli basati su distinzioni sessuali di genere sono stati messi in crisi. Essi permangono ancora nella società (come si può vedere dalle statistiche sul numero delle donne in Parlamento, nei ruoli dirigenziali e nel mondo del lavoro tout court), ma non sono più un destino ineluttabile per ogni persona.
Forse molte femministe e molte donne non si sono accorte che cambiando le donne, sono cambiati anche gli uomini e la loro percezione di sé e dei loro ruoli tradizionali.
Pietro Giunta

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