Mobilità docente e secessione

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Il CoNaVinCos, il coordinamento nazionale che riunisce i vincitori del concorso scuola 2016, lancia un allarme attraverso l’hastag #NonTocchiamoLePercentuali a seguito di una trattativa in corso in questi giorni fra il Miur e i principali sindacati nazionali, riunitisi per rivedere la percentuale da destinare alla mobilità.

“Al centro delle trattative le beghe legate al popoloso numero dei maestri italiani che aspettano l’assunzione. A tenere banco, però, non sarà la necessità di trovare soluzioni idonee per l’assunzione di coloro che attualmente transitano in GAE e GM,quanto la vicenda legata al famigerato “algoritmo impazzito” cui è connesso il rientro,doveroso secondo taluni,dei docenti “deportati” a km di distanza dai luoghi di origine”.

“Anche quest’anno i sindacati” – prosegue il comunicato- “alzano la posta e propongono una percentuale stellare da destinare ai “rientri” pari al 50% del contingente ” rosicchiando, così, un ulteriore 10% a favore di docenti già in servizio. I vincitori dell’ultima tornata concorsuale (in attesa di essere assunti, a differenza dei primi) hanno da sempre diviso il totale dei posti disponibili con altre categorie di colleghi, ma con percentuali più favorevoli: sul contingente totale, infatti, alla mobilità era destinata una quota pari al 40% , di cui il 10% destinato ai passaggi di ruolo (30+10). Il rimanente 60% era suddiviso equamente fra gli inseriti in graduatoria di merito nel concorso 2016 e i colleghi inseriti in Gae (30+30).

Ma, se la trattativa dovesse andare a buon fine, i vincitori di un concorso fra i più duri degli ultimi anni, vedrebbero scendere di un ulteriore 5% i posti a loro destinati, mentre i sindacati porterebbero a casa un risultato certamente numericamente più appetibile (e spendibile). Insomma, chi ha vinto il concorso 2016 rischia di finire nel dimenticatoio, vista la loro esiguità numerica, privi di qualunque rappresentanza e tutela sindacale. 

Chi ha interesse a difendere una manciata di docenti di cui poco si parla, di fronte a sindacati-paladini “riuniti per difendere le necessità dei “molti deportati”? .

La manovra a cui stiamo assistendo, la guerra fra poveri a cui tutti i governi non hanno risparmiato di apportare il loro contributo,                    è piuttosto vecchia.

Quello che è nuovo, invece, e ciò sta avvenendo con l’apporto determinante proprio delle organizzazioni sindacali: la realizzazione della secessione tanto cara alla formazione partitica che attualmente, di fatto, governa il paese. Un disegno politico preciso e calcolato, che pone davanti agli occhi luccicanti dei sindacati la possibilità di portare a casa un ghiotto risultato: il rientro dei “deportati”; e che non si accorge di essersi trasformato in un pericoloso grimaldello che spianerà la strada alla secessione, di fatto spezzando il fianco dell’assetto repubblicano e unitario della nazione. Una operazione secessionistica di cui il concorso straordinario (di prossimo svolgimento) rappresenterà un ulteriore passo verso la parcellizzazione del paese. E, d’altronde, questa è la direzione indicata al punto 20 del programma di governo 5S-Lega (che molti consensi elettorali ha raccolto proprio al sud): la possibilità di organizzare concorsi in autonomia, così come la gestione di organici e trasferimenti.

Già Lombardia e Veneto hanno avviato la richiesta al governo centrale, promettendo di aumentare gli stipendi (esigui, per la verità) ai loro docenti, una volta accolta la loro richiesta. Dal canto suo, il ministro Bussetti non nasconde il proprio favore, poiché la riforma porterà “a un modello virtuoso di gestione più capillare delle scuole”.

La secessione, mascherata da un più rassicurante federalismo, è iniziata

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