La riforma Costituzionale tra un NI e un SO

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Di questi tempi, se si parla di Riforma Costituzionale e del referendum che presto dovremo andare a votare, si rischia di perdere l’amico o il conoscente. Come sempre in Italia si arriva allo scontro, alla fazione contrapposta, all’eterna guerra tra Guelfi e Ghibellini che sembra essere entrata nel DNA di questa Nazione. I toni di questi tempi s’accendono e per confermare la “sacralità e l’inviolabilità” della Carta Costituzionale si richiama Calamandrei e le lotte partigiane, si arriva addirittura al Risorgimento e all’Unità d’Italia per sottolineare il rischio di una secessione territoriale di alcune regioni che con la riforma perderebbero alcune specifiche competenze. Si pensi al tanto decantato pseudo federalismo, anch’esso frutto di una riforma costituzionale, che ha aumentato i centri di costo e di spesa a carico della fiscalità generale, senza apportare nessun reale beneficio.

Ma andiamo per ordine e cerchiamo di vedere cosa questa riforma costituzionale prevede e cosa con la nostra crocetta sul SI o sul  NO dovremmo come popolo Italiano essere capaci di determinare.

Se passa la riforma Costituzionale, la Camera sarà l’unica a votare la fiducia. I deputati resteranno 630 e continueranno a essere eletti a suffragio universale. 

Il Senato, invece, pur continuando a chiamarsi “Senato della Repubblica”, sarà composto da 95 membri eletti dai Consigli Regionali (21 sindaci e 74 consiglieri-senatori), a questi se ne aggiungeranno altri 5 nominati dal Capo dello Stato che resteranno in carica per 7 anni. Il “nuovo” Senato avrà competenza legislativa piena solo su riforme e leggi costituzionali. Avrà facoltà di suggerire alla Camera di modificare le leggi ordinarie, ma i deputati non avranno alcun dovere di rispondere positivamente alla richiesta. In questo caso, però, se la legge riguarda il rapporto tra Stato e Regioni, la Camera potrà respingere la proposta di modifica solo con maggioranza assoluta. I 95 senatori saranno ripartiti tra le Regioni in base al peso demografico. I Consiglieri Regionali eleggeranno, con metodo proporzionale, i senatori al loro interno: uno per ciascuna Regione dovrà essere un sindaco.

 L’articolo più discusso dell’intero decreto è il 2, che stabilisce la modalità di scelta dei senatori. Il testo finale, dopo ampie discussioni, ha previsto che potranno essere i cittadini, al momento di eleggere i Consigli Regionali, a indicare quali consiglieri saranno anche senatori. I Consigli, insediati, dovranno ratificare la scelta. I membri rimangono in carica per la stessa durata del mandato “territoriale”, così da provocare una costante mutazione della composizione del Senato che potrebbe cambiare maggioranza politica più volte nel corso della stessa legislatura, divenendo ora rossa, ora nera, ora niente.

I nuovi senatori godranno delle stesse tutele dei deputati: non potranno essere arrestati (e di questo ne gioiranno in molti) o essere sottoposti a intercettazione senza che lo stesso Senato ne approvi l’azione. In altre parole, si salveranno da sé.

 Spariscono i grandi elettori: il Presidente della Repubblica verrebbe eletto dal Parlamento in seduta comune più 58 rappresentanti regionali. Per i primi tre scrutini sarà necessaria la maggioranza dei due terzi, dal quarto basteranno i tre quindi dell’assemblea. Al settimo, i tre quinti dei votanti. Gli elettori e il quorum cambieranno: nei primi quattro scrutini servono i due terzi dei membri della Camera e del Senato (730 persone), dal quinto i tre quinti e dal nono la maggioranza assoluta.

Taglio delle teste per i senatori a vita. Attualmente lo sono solo gli ex presidenti della Repubblica ancora in vita e personalità che “hanno illustrato la Patria per altissimi meriti nel campo sociale, scientifico, artistico e letterario”. Quest’ultimi saranno nominati, ma siederanno in Senato per soli sette anni.

La revisione costituzionale prevede, inoltre, che la seconda carica dello Stato sia il Presidente della Camera (fino a ora è stato quello del Senato). Ma spetta al Presidente del Senato il compito di convocare il Parlamento in una seduta comune, nel caso in cui il Presidente della Camera eserciti anche le funzioni del Presidente della Repubblica se quest’ultimo è impedito ad adempiere in modo permanente (morte o dimissioni).

 Lo shampoo viene fatto anche alla Corte Costituzionale: dei 15 giudici costituzionali, tre saranno eletti dalla Camera e due dal Senato.

Anche i regolamenti parlamentari dovranno indicare un tempo più certo per il voto dei ddl di governo, tanto che vengono introdotti limiti allo stesso sui contenuti dei decreti legge.

Viene anche introdotto il ricorso preventivo sulle leggi elettorali alla Corte Costituzionale, ma devono richiederlo un quarto dei componenti della Camera

Si ritorna a fare la barba al Titolo V: dopo la l. 3/2001, che aveva modificato l’art. 117 in merito alle potestà legislative (esclusive e concorrenti) di Stato e Regioni, il testo della riforma rimette mano a ciò che era già stato “sistemato”. Vengono riportate in capo allo Stato alcune competenze come l’energia, l’infrastruttura strategica e il sistema nazionale di protezione civile. Su proposta del governo, inoltre, la Camera avrà facoltà di approvare leggi che sono di competenza delle Regioni, ciò può avvenire “quando lo richieda la tutela dell’unità giuridica o economica della Repubblica, ovvero la tutela dell’interesse nazionale”.

Addio alle 110 province, che aveva già subito una trasformazione in via transitoria in Enti di secondo Livello, ma erano ancora nella Costituzione, inserite nella riforma del 2001.

Addio e tante belle cose anche al Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro (Cnel), nato nel 1948 come raccordo tra la società civile e i Palazzi della politica.

Anche al referendum vengono fatti barba e capelli: rimane la soglia delle 500mila firme per presentare un quesito referendario. Ma se i promotori raccolgono oltre 800mila sottoscrizioni, si abbassa il quorum che non viene più calcolato sugli aventi diritto, ma sul numero dei votanti dell’ultima tornata elettorale. Per renderlo quindi valido, sarà sufficiente la metà di questi ultimi. Vengono introdotti i referendum propositivi: non più quindi solo referendum abrogativi, volti a eleminare parti o intere leggi.

Se queste sono le principali novità che il testo prevede, il percorso per arrivare al referendum è diventato uno scontro tra i fautori del Sì alla riforma e i fautori del No che attraversa tutti gli schieramenti politici e ideologici. Oltre al leader del partito del Sì, Matteo Renzi, a predicare le ragioni della riforma costituzionale c’è anche l’ex presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, il quale ha spiegato: “Le due debolezze fatali della storia repubblicana sono stati la minorità dell’esecutivo e il bicameralismo perfetto”.

Contemporaneamente i comitati del No, presieduti da costituzionalisti e opposizioni hanno definito il referendum “l’anticamera di uno stravolgimento totale dei principi della nostra Costituzione e di una sorta di nuovo autoritarismo”.

Detto questo, lo scontro, anzi la guerra aperta tra le fazioni, non si comprende affatto. E invero quello che si sta cercando di cambiare non è il cuore e il cervello della nostra la Carta Costituzionale, ciò i primi 49 articoli che sono i Principi generali e solenni della nostra Repubblica, i dogmi del nostro essere popolo, persone e genti italiane che vivono e si relazionano con il mondo attraverso l’esercizio di diritti di libertà e d’associazione democratica. Quello che la riforma vorrebbe cambiare sono solo i vestiti e le scarpe con le quali questa Nazione va girando per il Mondo. 

Molti dimenticano che la Carta Costituzionale nasce non solo dopo la guerra e il fascismo, ma nasce anche dopo una Monarchia che prevedeva un re che promulgava le leggi, ecc. Ecco che il primo gennaio del 1948 entrano in vigore una serie di articoli con il compito di riportare le libertà democratiche, i primi 49, e di cambiare la struttura della Stato da Monarchica a Repubblicana, i restanti articoli della Costituzione. Ciò significa che scopo ultimo della riforma è un tentativo di snellire le procedure, di togliersi di dosso i vecchi cappotti della Guerra Fredda, dei nazionalismi e degli uomini soli al comando. Sono cambiati i tempi, oggi un dittatore non avrebbe nessuna possibilità di affermarsi. Le Primavere Arabe sono lì a testimoniarlo, con un semplice Twitter oggi si muove un intero popolo.

Se questo è vero, forse prima di votare dovremmo accettare il suggerimento di Michele Ainis, Professore di Diritto Costituzionale e costituzionalista, già editorialista del Corriere della Sera, che in un articolo pubblicato appunto sul Corriere pone tre domande al cittadino che si appresta ad andare a votare.

Sei contadino o marinaio? Ti senti orizzontale o verticale? Sei ottimista o pessimista?

1)“Se sei un contadino ed hai le scarpe piantate sulla terra il mutamento radicale della Costituzione reca in sé una sfida, mette alla prova la tua capacità d’immergerti nel nuovo, di partire in viaggio per l’ignoto.” Se sei un marinaio, invece, metterai il vestito nuovo e t’imbarcherai per una nuova avventura della Repubblica.

2)Ti senti orizzontale o verticale? La differenza tra il prima e il dopo di questa riforma è infatti la medesima che c’è fra una pianura e una montagna: questione d’altitudini, d’altezze. La pianura consiste nel paesaggio disegnato dai costituenti… La montagna svetta in solitudine dopo l’aratro dei riformatori… Tutto più semplice, però se soffri di vertigini magari ti viene un capogiro”.

3)Sei ottimista o pessimista? Sta di fatto che la nuova Costituzione reclama un atto di fiducia, di speranza. Reclama, in altri termini, un mosaico di leggi d’attuazione, cui spetta completare l’intervento di chirurgia plastica, ma con il rischio di sfigurarle i connotati… Quanto tempo ci toccherà aspettare? L’altra volta trascorsero 22 anni fra la Costituzione del 1948 e la legge sui referendum del 1970; stavolta, chi lo sa. L’unico dato certo sta nella distinzione antropologica fra pessimisti e ottimisti scolpita in una battuta messa in circolo dalla burocrazia sovietica, ai tempi di LeonidUn pessimista e un ottimista stanno in fila da ore dietro uno sportello. Dice il primo: Peggio di così non potrà mai andare. E l’ottimista: Ma no, vedrai che andrà peggio.”

 “Se voi volete andare in pellegrinaggio nel luogo dove è nata la nostra Costituzione, andate nelle montagne dove caddero i partigiani, nelle carceri dove furono imprigionati, nei campi dove furono impiccati. Dovunque è morto un italiano per riscattare la libertà e la dignità, andate lì, o giovani, col pensiero, perché lì è nata la nostra Costituzione.” Piero Calamandrei, 26 gennaio 1955.

@LS

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