La terra trema e la speranza muore: 43 anni dal terremoto del Belice

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La notte di domani darà un altro anno, un nuovo anniversario, un’ennesima commemorazione di lutto di un territorio, di un popolo che, 43 anni dopo, trema ancora al ricordo della distruzione, delle morti, degli sfollamenti, di una fallita ricostruzione, di un terremoto di cui non si ha più memoria, il primo del dopoguerra, il capofila di tutti gli altri che lo hanno seguito, in un Paese che non ha mai imparato ad affrontarli, ma che, oggi come ieri, sa perfettamente come specularci sopra.

Valle del Belice, notte fra il 14 ed il 15 Gennaio di quel 1968 che avrebbe lasciato ben altre emozioni all’Italia ed al mondo, ma che apre ancora un solco nel cuore di chi ha visto le macerie, di chi ha vissuto la sofferenza delle baracche, di chi è dovuto fuggire per non tornare mai più. Poggioreale, Gibellina, Salapatura, Montevago, Santa Ninfa, Partanna, Salemi, Alcamo, Menfi, Calatafimi, Vita, Sambuca di Sicilia, Contessa Entellina, Chiusa, Santa Margherita di Belice, Camporeale, Sclafani Bagni, Sciacca. Paesi distrutti. Una prima scossa molte ore prima – secondo la perenne logica di questo strano e sempre inascoltato avvertimento della terra, del suo ultimatum alle popolazioni ignare – , una seconda la notte. La terza è l’Inferno che apre le sue porte. Un terremoto di magnitudo 6.4, in una zona considerata fuori da ogni rischio sismico. Qualche ferito e alcune case lesionate, titolano alcuni quotidiani. Salapatura, Montevago e Gibellina distrutti al 100% dice invece il telegiornale. Gli altri paesi fra il 30% e il 50%. Circa 400 morti dice il telegiornale. Circa 1000 feriti ripete il telegiornale. Circa 70000 sfollati affermeranno in seguito anche i quotidiani nazionali.

E il sisma senza precedenti repubblicani divenne il precedente per eccellenza. Impreparazione dello Stato ad affrontare l’emergenza, ritardi nei soccorsi, mancanza di un coordinamento reale nella distribuzione dei viveri, nella dislocazione dei feriti. E le difficoltà materiali, con intere vie di comunicazione con i centri abitati totalmente risucchiate dalla furia tremenda di un territorio ancora vergine – arretrato, diremmo oggi. E gli interventi in forze: Vigili del Fuoco, Croce Rossa, Esercito Italiano, Carabinieri, Polizia, Guardia di Finanza, volontari. Ed i giornalisti, Saragat, Taviani, Moro. La commozione, gli aiuti, la volontà unirono un Paese attorno a questo epicentro di disperazione. I corpi esanimi delle vittime trascinati a pezzi fuori dalle macerie, da sotto muri di tufo fragili per la forza di un terremoto, ma grevi sul ventre di un contadino, di una massaia, di una bambina. I feriti trasportati d’urgenza agli ospedali più vicini, privi di arti, con la morte negli occhi e il sangue tutto attorno. I profughi, con una coperta di lana sul capo, contro il freddo di gennaio, a proteggersi dal vento, dalla neve che quei giorni era scesa qui giù a fargli compagnia, e i giornali sotto piedi, nel disperato tentativo di scacciare il fango da quella vita in disfacimento, crollata sotto i colpi della scossa definitiva. Definitiva per uccidere un territorio già martoriato dalla povertà, dallo sfruttamento agrario, dai soprusi dei due Stati, entrambi “sovrani” in questa terra, entrambi assassini di questi luoghi.

Furono la commozione, la volontà a salvare le vite. Poi il deserto. Il tentativo di ricostruirsi una realtà – magari diversa da quella del passato – , il ritorno immediato nelle campagne, la forza degli agricoltori, l’urlo dei sindaci, la solidarietà e gli aiuti dall’esterno non bastarono. L’apparizione dello Stato in quella terra dimenticata persino dal suo dio fu un attimo, come sempre. E i giornalisti, e Saragat, e Taviani, e Moro. Tutti via, lontani, oltre il deserto, oltre il mare. E come chiedere, come pretendere che gli altri rimanessero? Nessuno vuole stare all’Inferno. L’unico aiuto delle Istituzioni fu la concessione immediata del passaporto a tutti. Quasi un avvertimento. Andatevene, non c’è motivo di rimanere, non c’è motivo di restare, qui nulla vi sarà dato, qui non avrete un futuro, qui non avete un presente, dunque fuggite, dimenticate anche il passato. E così fu. Un esodo di donne, vecchi e bambini. I mariti, i figli, i padri non c’erano già più. Avevano lasciato il deserto loro, erano oltre il mare adesso, oltre la fame, oltre la miseria, oltre Saragat, Taviani e Moro.

E fu presto il 2 Marzo, a Roma. Quelli che rimanevano, gli abitanti delle tende, gli abbandonati, quelli che pretendevano l’aiuto, che volevano guardare in faccia lo Stato dalla bella camicia e dalle mutande sporche, per urlargli in faccia la verità, il disagio, la rabbia. Erano 1500 loro, ma non erano soli. C’era la forza del ’68 con loro, e l’urlo di 6000 studenti in rivolta. E fu lo strepitio della civiltà contro lo Stato che unì studenti e terremotati, dal Belice a Valle Giulia. Dall’Aquila di oggi, con le sue nuove palazzine insanguinate, alla Via del Corso di un mese fa’, con le fiamme e i feriti. E poi le proteste a Palermo, gli scioperi, le battaglie sindacali, la legge “Per la ricostruzione e lo sviluppo della Valle del Belice”, l’occupazione delle terre. E Danilo Dolci, i suoi digiuni, le sue lotte per il lavoro, per la democrazia, le sue scritte sui muri, la piena condivisione delle condizioni dei pescatori, dei braccianti, le sue poesie, i progetti per la ricostruzione, il suo impegno costante per la SUA terra, la terra di un friulano che teneva ad essa più di ogni uomo che in essa fosse nato. E la “radio dei poveri cristi” – la prima radio libera, la prima radio clandestina italiana – , le denunce locali, regionali, nazionali, internazionali in 27 ore di trasmissione continua – prima del bavaglio dell’autorità – , con le voci delle madri, dei pastori, di una popolazione abbandonata dal proprio Stato, la prima della nuova Repubblica, non di certo l’ultima.

Abbandonati dentro le baracche, 12 anni, fino al 1980, a morire di afa estiva e di vento invernale. A morire e basta, di malattia. Così una popolazione dovrebbe crescere, così dovrebbe ricominciare – anche se cominciare sarebbe un verbo più adatto – a vivere. Nel deserto dell’acqua, nel deserto del pane, nel deserto del lavoro e della democrazia. E la voce della Sicilia Occidentale colpita si alzò forte e rinnovata, nel rifiuto di ogni contribuzione fiscale, nei comitati anti-leva militare che nascevano in ogni paese, nelle parole di Padre Antonio Riboldi – aldilà delle pressioni della Dc e della Chiesa alla “mansuetudine”.

E nuovamente Roma, nel 1970. E le spinte per la ricostruzione. La spartizione dei lotti, i progetti di ricostruzione locali immobilizzati ed annientati al cospetto dei nuovi progetti di cementificazione ex novo, delle infiltrazioni mafiose in opere come quelle che soltanto la gente del Sud può conoscere, prive di utilità, inutilizzate ed inutilizzabili, prive di senso, distruttive del paesaggio, dell’ambiente, con i pilastri di ferro filato che si lanciano, nudi, verso il sole, e i muri di acqua e sabbia che bollono al sole caldo, in un territorio che oggi è vittima di un eccesso di cementificazione che uccide l’aria, la terra, la gente che lo abita ancora. In una terra priva di collegamenti reali al suo interno, priva di una ferrovia che la colleghi alla zona costiera, che guarda da lontano l’autostrada Palermo-Mazara del Vallo, l’autostrada del deserto, un territorio ricostruito grazie ai progetti calati dall’alto, con le sue meraviglie architettoniche, costruite più per esaltare l’ego di qualche grande architetto che per restituire la vita ad un territorio arido di idee e di speranze, senza passato e privo di futuro.

Non mancò il coraggio di un popolo solo nel Belice, né la forza di innovazione del sindaco Corrao, né la speranza nella nuova Gibellina delle Orestiadi. Ancora una volta, chi mancò – o chi sarebbe stato meglio mancasse – , non è stata la gente, ma lo Stato. Ricordiamo il 15 Gennaio 1968, nel Belice, come il 6 Maggio 1976, in Friuli, il 23 Novembre 1980, in Irpinia, il 31 Ottobre 2002, in Molise, il 6 Aprile 2009, nell’Aquilano. Ricordiamo cos’è successo in quegli istanti di terrore, e ricordiamo cos’è successo nei momenti successivi, pensiamo agli interventi, alle ricostruzioni, agli sciacallaggii, alle baraccopoli, alle prese in giro dei governi di turno. Ci sono disgrazie peggiori di un sisma, la storia recente ci mette di fronte a questa realtà: dai terremoti si riparte, dallo Stato Italia no.

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