La zingara

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Undici anni fa, fui confrontato ad un episodio singolare che forse cambiò la mia vita per sempre. Ero da poco in Italia e cercavo una improbabile via che avrebbe dovuto migliorare me in quanto essere umano e sopratutto avevo la forte convinzione che i soldi potessero a quei tempi assicurare una certa serenità. Tornando dal lavoro sotto la pioggia con il mio vecchio ma amatissimo motorino, incontrai ad un semaforo un ragazzo completamente bagnato, ma ostinatamente piantato li. Non guardava nessuno, aveva gli occhi ed il viso bagnati dalla pioggia, io sono sicuro che stesse piangendo, ma la pioggia lavava tutto. Mi fermai e li chiesi se voleva il passaggio. Quando si girò, i suoi occhi mi colpirono nel profondo, mi guardò dapprima con rabbia, come se fossi il responsabile della sua tragedia che ancora non immaginavo, ma poi i suoi occhi incontrarono il mio colore di pelle, e si trasformarono, diventarono stanchi, le lacrime assieme alle gocce di pioggia ripresero a colare senza che facesse nulla. Capii che era una ragazza e rimasi ancora più colpito, non compatito. Era olivastra di pelle, minuta notai, magra, molto, ed aveva dei vestiti sporchissimi addosso. In un secondo, ci fu un incredibile dialogare muto, una magia permessa dalla pioggia e dalla disperazione, l’umido del cielo e l’umido degli occhi. lei salii sul motorino, e la portai cone me. Senza parlare, andai a casa mia. Una piccola casa a Trentola Ducenta alle porte di napoli che mi costava tre quarti del mio stipendio ma che salvava la mia salute mentale. Amavo il silenzio e la solitudine e sopratutto non volevo la mia forza fosse scalfita dagli altri. Già. Stare in mezzo ad una massa di disperati risucchia la speranza, annerisce il futuro e trasforma in zombie. Quando lei entrò a casa, osservò tutto, senza parlare, dalle foto all’arredamento che avevo voluto fortemente etnico. I suoi occhi chiedevano, ed io cercavo di rispondere senza farla imbarazzare. le mostrai la doccia e le diedi dei panni troppo grandi per lei. Non sapevo ancora il suo nome. Avevo paura di impressionarla, di farle paura, mi muovevo appena nella casa, cucinai e lei rimase sorpresa della mia destrezza. Avevo dovuto imparare a cucinare per non continuare a mangiare schifezze ben ovviamente. Il ristorante é precluso all’immigrato per una ragione o un altra. La doppia vita costa cara e sopratutto l’inizio é dura. Qiuando otrnò dalla doccia, mi nascondevo per guardarla, la osservavo sperando che non se ne accorgesse. Guardammo la televisione fino a tardi. Volevo che si addormentasse cosicché sarei riuscito ad infilarmi nel letto accanto a lei senza che possa pensare alle mie intenzioni. Mi infilai comunque distrutto mentre lei continuò a guardare la televisione ed ad osservarmi di nascosto. Mi svegliai la mattina scettico sulla condotta da tenere. Mi veniva istintivo lasciarla dormire, riposare. Non bevevo il latte la mattina, ma il caffé, rimpiansi di non avere del latte e dei cornetti. La lasciai li, con il doppio delle chiavi sul tavolo, senza scrivere un bigliettino. Non sapevo se scrivesse italiano o a meno. Non sapevo semplicemente nulla di lei. Andai a lavorare. Tornai la sera a casa. Non avevo mai visto casa cosi pulita. Oltre a pulire e mettere in ordine, aveva anche cucinato. Ci accogliamo con un sorriso semplicemente. Quella sera seppi il suo nome che ora non ricordo più. Parlammo poco. Non mi disse cosa le successe, il perché della sua situazione, ed io non le chiesi nulla. Mi venne in mente che l’unica cosa normale era la vita. Lo accettavo così ed ero in posizione di fare una cosa che non mi dava fastidio. Una cosa piccola. Per una settimana, il nostro rapporto fu di grande rispetto e curiosità. Non partano delle nostre culture. io non sapevo nulla a parte il fatto che il suo popolo che indovinavo essere rom era un popolo di viaggiatori e grandissimi artigiani del ferro oltre a famosi saltimbanchi. Così avevo studiato e così sapevo. Quando al lavoro, parlai per la prima volta di questa situazione che stavo vivendo, mi venne rimproverato di avere accolto a casa mia una rom … Rimasi allibito. La mia personale esperienza mi aveva visto affrontare anch’io la dura vita del senza tetto e comprendevo perfettamente la disperazione che poteva nascerne, ma che si potesse rimproverare di aiutare una rom era al di sopra del mio intendimento. Forse perché io lo avevo vissuto. I miei colleghi non l’avrebbero capito. Qualcuno di loro malignamente avanzò anche che forse la mia difficoltà in quanto nero di trovare una donna spiegava la mia ospitalità incondizionata. Questa derisione nata da un atto che trovavo così normale, questo accanimento su un popolo, un etnia, un gruppo, questo odio viscerale nei confronti del popolo zingaro. Lavoravo con due immigrati e rimasi ancora più scioccato quando loro mi consigliarono di buttarla immediatamente fuori da casa se volessi ritrovarmi le mie cose. Non feci nulla di tutto questo, ma fui così triste che mi verme la febbre. Io non amava lei, non volevo nemmeno una relazione con lei, le volevo bene, aveva bisogno di qualcuno che la rassicurasse sulla vita, mi ero trovato per caso, ma la responsabilità non é un caso. Ero stato discriminato e mi si chiedeva di discriminare. I miei fratelli stranieri repressi dalla loro condizione, soggetti anch’essi di disprezzo, trovavano un sbocco psicologico nell’odiare che stava ancora peggio di loro. Un camminarsi a vicenda senza nessuna ragione vera. Almeno per me. Non si perde nulla a condividere la povertà, ed io, ero povero. Non mi sentivo nessun merito in ciò che faceva e cercavo con tutte le mie forze di trovare per lei una situazione ove la sua dignità possa essere ripristinata. Parlavo con molte persone ed ero ben voluto, ma nessuno, nessuno volle assumere una rom, o perlomeno raccomandarla. All’epoca, non era così difficile trovare lavoro, anzi, era anche abbastanza veloce, ma bisognava essere dell’etnia giusta notai. Rimase a casa mia per tre mesi. tre mesi in cui non seppi tanto di lei e lei non tanto di me. Il nostro rapporto era semplice, basilare, umano, senza ritorsioni, istintivo, provvisto solo di amore sano. Il sesso era precluso, sia da parte mia, che da parte sua, avrebbe guastato l’equilibrio, ed ognuno di noi due lo sapeva. L’amicizia e l’amore senza condizioni era il filo conduttore che legava le nostre esistenze. Quella ragazza di cui non ricordo il nome diede a me la vita. Era stata spogliata di tutto, ma aveva tutto, perché era viva quanto poco persone ho conosciuto in vita mia. Mi diede la forza necessaria a proseguire in un mondo che sentivo alieno, mi ha ricordato che c’é sempre una ragione per vivere bene e far vivere gli altri bene. Se ne andò una mattina. Avevo dei problemi al lavoro, e la casa mi pesava, dovevo cambiare di nuovo, trovare qualcosa di meno caro. E questa scelta non poteva includere lei. O a meno che, forse, sul motorino, con i bagagli, ci vedrà un signore con una grossa mercedes, e ci porterà a casa. Io non lo so. lei se ne andò con semplicità, ma rimase per sempre nella mia anima.

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