L’appello di Tonino Torre:

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Tonino ce l’ha fatta. E non perché ha cominciato a credere in Dio. Ma perché ha cominciato a credere in sé, nella sua forza, nelle sue potenzialità. A capire che anche per lui un mondo migliore è possibile. Un mondo fatto di pace, di amore, di condivisione, di onestà, anche là dove delinquere è la normalità. Tonino nella sua vita ha conosciuto la paura, le rapine, la droga, spiragli di cielo intravisti tra le sbarre di una prigione. E così i suoi figli. Ho incontrato Tonino nella sua tana di Scampia. In uno dei tanti condomini del quartiere famoso per le Vele, per lo spaccio, dove le strade sono tutte uguali, dove le facciate dei palazzi si distinguono a fatica e sembrano giocare con la tua memoria. Dove accanto ai secchi dell’immondizia la spazzatura è appoggiata quasi con cura. Entriamo nel condominio. A portarmi dall’ex boss, Don Aniello Manganiello, il prete anticamorra, il mio lasciapassare per l’Inferno. Ad accogliermi i rumori di una casa affollata: un bambino che piange, una cucina in piena attività, l’odore del caffè appena preparato. In salone, al tavolo, un uomo silenzioso, ancora giovane, con gli occhi di chi ha faticato tanto nella vita. Occhi che hanno visto troppo. Occhi stanchi. Occhi buoni.

Quando hai deciso di dire basta alla tua vita passata da boss camorrista?

“Mi trovavo nel carcere per un mandato di 8 mesi – mi racconta Tonino Torre -. Mio figlio Jenny mi portò un giorno una Bibbia, da parte di Don Aniello, che conosceva tutta la mia storia. Mi misi a leggere… E ogni giorno leggevo e sentivo la necessità di continuare a farlo. Anche da bambino ho sempre fatto il rosario. Lo facevo tutti i giorni, pure quando andavo a rubare. Ma lo facevo come portafortuna. Poi la Bibbia. Sarà stato un risveglio. È come se qualcuno mi abbia detto “adesso smetti, perché io ci sono”. A me piacevano i Salmi. Una volta mi sono trovato in ginocchio alle tre di notte e così è successo che il Signore si è fatto sentire. Ho avuto serenità, amore, fratellanza. E in me questo non c’era”.

 

Quanto tempo sei stato in carcere nella tua vita?

“Intorno ai 15 anni, in tutto. Già a 14 ero in carcere, facevo furti. A 16 anni ero a Poggioreale. Dei miei reati non ho mai pagato un reato… dei miei reati non ho mai pagato un reato…”, mi spiega con voce pacata.

 

Quanto è difficile tornare a casa e cambiare strada?

“E’ molto più facile ricadere. Non c’è lavoro. Ma per un po’ di anni è andata bene: avevo borse di lavoro tramite i sacerdoti di Poggioreale e Suor Livia. Ti dico, è andata alla grande in questi 10 anni. Ci siamo arrangiati, mi sono messo a restaurare mobili vecchi e a rivendere cose comprate a basso costo. Con i soldi delle borse di lavoro compravo il materiale per comprare i prodotti da vendere ai mercatini. Ma ora non ho più borse di lavoro. Da più di un anno e mezzo. E a questo punto non so cosa fare. Ho anche chiesto aiuto, ma nessuno mi aiuta. Perché sono sicuro che vado a fare la vita di prima. Ci sono le bollette da pagare, il cibo… come facciamo?”.

La tua famiglia?

“Abbiamo 7 figli. Di questi due sono in carcere a Poggioreale. Tengo a mio figlio Jenny, che Dio me lo sta guardando: non ha mai voluto delinquere, ma sono due anni che non sta facendo niente, non ha lavoro. Adesso sta smontando le giostre, dalle 7 del mattino a mezzanotte per 30 euro al giorno. E ha anche un figlio… Poi ho un altro mio figlio che spaccia. Lui dopo la comunità aveva deciso di diventare onesto. Voleva lavorare. Scaricava elettrodomestici tutti i giorni per 40 euro a settimana. E alla fine ha deciso che si guadagnava meglio spacciando… Ma voglio che se ne vada. Io non riesco a portare soldi a casa e lui arriva con tanti soldi, ogni giorno: soldi sporchi”.

 

Cosa vorresti?

“A me serve di stare impegnato sul lavoro. Io so fare tutto. Sono veloce, bravo, me lo dicono loro. Ma tutte le porte sono chiuse. Anche la Chiesa mi aveva promesso un aiuto… ma niente… Mi poteva succedere di tornare per strada, perché è successo, lo potevo fare. L’avevo anche accettato. Mi avevano fatto entrare: prendevo 350mila euro puliti. Prima avevo accettato. Poi mi sono trovato pentito e non ho accettato più… Non voglio niente. Voglio faticare”.

 

Accanto a Tonino, la moglie piange. C’è rabbia nei suoi occhi.

“Io vorrei dirne quattro a questi pezzi grandi. Anche alle guardie quando vado a trovare i miei figli a Poggioreale. Ti trattano male, ti danno del tu, ti maltrattano, tu non puoi fumare e loro fumano e poi i bambini che piangono. Quello di 22 anni sta nel cunicolo, in tre. Quell’altro sta con 10 persone. E di cosa si fa e di cosa si parla dalla mattina alla sera? È assurdo. Come può uscire migliorato da lì?”.

 

Quanto è difficile essere onesti a Scampia?

… Sospirano… “Io ho preso la decisione di andarmene – prosegue Torre -. A casa sono blindato. Che faccio… incrocio solo persone che fanno proposte… allora rimango a casa… Ho 59 anni e ho tanta voglia di lavorare: voglio essere onesto. I delinquenti non siamo noi, noi siamo ignoranti… i delinquenti sono quelli là che ci sanno giostrà…“.

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