L’asino di Buridano e le sirene di Partenope

La vulgata filosofica attribuisce a Ioannes Buridanus, rettore dell’università di Parigi, il celebre apologo dell’asino che, posto a uguale distanza da due mucchi di fieno, muore di fame non sapendo quale scegliere.

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La vulgata filosofica attribuisce a Ioannes Buridanus, rettore dell’università di Parigi, il celebre apologo dell’asino che, posto a uguale distanza da due mucchi di fieno, muore di fame non sapendo quale scegliere.

L’esempio, apocrifo e derivato probabilmente da uno scritto di Aristotele, ben rende i comportamenti dell’attuale governo che, come il gatto del Macbeth, vorrebbe, ma non osa.

Non solo fare, ma nemmeno ammettere di non possedere il necessario patrimonio, politico ed economico, per imporre un nuovo lockdown.

E allora se ne resta lì, immobile tra i covoni della libertà e del distanziamento, cercando di masticare qualche stelo più lungo, con un occhio ai numeri del contagio e l’altro ai sondaggi del consenso.

Rifugiandosi dietro provvedimenti di rara vigliaccheria, come la scuola a distanza solo per i ragazzi delle superiori, i quali non hanno certo bisogno di baby sitter o la chiusura di bar e ristoranti alle 18. Che tradotto significa ti obbligo a chiudere, ma senza darti una lira.  

Se a tutto ciò aggiungiamo la folle ignavia estiva, i mille provvedimenti strombazzati e mai concretizzati in decreti attuativi e le disposizioni di largo respiro, come i banchi semoventi e i protocolli calcistici, bisogna ammettere che di motivi per protestare ce ne sarebbero parecchi.

La triste verità di un paese commissariato da ogni possibile trojka, con una classe politica di sugheri che si fingono corazzate, di mozzi improvvisatisi timonieri.

E come diceva il mio amico Seneca Ignoranti quem portum petat, nullus suus ventus est.  Nessun vento è favorevole, per il marinaio che non sa verso quale porto è diretto.

in un mondo che sta attraversando la più grave crisi dalla fine del secondo conflitto mondiale. Con l’ovvia constatazione che andare in guerra capitanati da Churchill e Roosevelt, è cosa ben diversa che andarci con Di Maio o Salvini.

Detto questo, di fronte ai recenti disordini avvenuti a Napoli, con violenze e arresti, è legittimo nutrire più di un dubbio.

Perché la narrazione della protesta spontanea di onesti cittadini indignati, esasperati dal timore di un nuovo lockdown, è una favoletta buona per i convegni dei terrapiattisti.

Interroghiamoci, per esempio, sulla capillare organizzazione della protesta, con centinaia di scooter utilizzati per rallentare o impedire l’arrivo delle forze dell’ordine. E chiunque sia passato una sola volta da posti come Scampia, o altro quartiere dove lo Stato risulta non pervenuto, sa bene come quei motorini siano onnipresenti vedette, fluide e circolanti, che garantiscono il controllo del territorio.

Domandiamoci come mai tutti i fermati per i disordini erano soggetti già noti alla magistratura per spaccio di droga.

Non abigeato, furto con scasso o abusivismo edilizio.

Spaccio.

Perché il lockdown nuoce alle mafie più che a qualsiasi altra attività economica. Svuotando quei luoghi di movida, da sempre foce privilegiata dei mille rivoli del riciclaggio e Wall Street dello spaccio.

Sarebbe meglio, quindi, che gli asini (di Buridano, of course) nel provvedere al dovere costituzionale di tutelare la salute pubblica, evitassero di prestare orecchio alle sirene di Partenope. Purtroppo, invece, c’è il rischio che si ceda alla consolidata abitudine nazionale della trattativa, rimuovendo dai media ogni notizia al riguardo. Come già avvenuto per le rivolte nelle carceri nella scorsa primavera, azionate presumibilmente dagli stessi telecomandi che guidano le attuali proteste.

C’è da aggiungere che quando le mafie giocano a braccio di ferro con lo Stato, significa che loro ritengono così debole, da farne un interlocutore di pari livello.

Con la complicità di certe forze politiche, spesso contigue alla criminalità con allarmante costanza, che fingendo di difendere i cittadini oppressi, tirano con entusiasmo il generoso carro delle cosche mafiose.

Nessuna sorpresa, comunque.

Dalla camorra, ci si aspetta che faccia la camorra.

Ma dallo Stato ci aspetteremmo che facesse lo Stato.

E qui casca l’asino. A Parigi come altrove.

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