Le mostre di Toponomastica Femminile continuano a viaggiare

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Bassiano e Giulianello sono state  tra le  ultime sedi che hanno ospitato due sezioni decisamente interessanti del materiale fotografico relativo alle targhe stradali dedicate alle donne. Giulianello è una frazione di Cori che come Bassiano, si trova in provincia di Latina. 

Bassiano ha accolto la parte dedicata alle donne divenute famose per la loro capacità di esprimersi nella scrittura, dalla narrazione al giornalismo passando per ogni diverso genere letterario; Giulianello ha ospitato la mostra dedicata alle donne che hanno avuto un ruolo nella storia politica e militare del nostro paese e dell’Europa. La realizzazione delle mostre è inserita all’interno del progetto n. 184 “Linguaggi di genere” della Regione Lazio.

Come spesso accade, soprattutto per le donne, la possibilità di concretizzare questi eventi è nata da un incontro tra persone che si sono “riconosciute”  in quanto sensibili ed interessate a tematiche culturali più ampie e moderne. Alcune di queste persone sono donne attive nella politica dei due paesi come Giovanna Coluzzi, assessora a Bassiano, e Chiara Cochi assessora a Cori; entrambe si distinguono anche per l’attenzione alla questione femminile. Altre sono impegnate nella diffusione della  cultura e danno a questo termine un forte valore fondante,  come Loretta Campagna che ha svolto precedentemente attività sindacale e politica, maturando un forte interesse a quella che è la condizione della donna.

Ho avuto la fortuna di conoscerle e soprattutto ho avuto modo di vedere come si sono rivolte alle/ai giovani e alle bambine e ai bambini presenti ai due incontri. Nel loro modo di fare non vi è stato nulla di artificioso e di retorico, nemmeno quel tanto che siamo di solito ben disposti ad accettare da una persona che rappresenta l’istituzione: tre donne molto diverse che si sono rivolte alle ragazze e ai ragazzi della scuola con semplicità, chiarezza e autenticità. Conseguentemente le scolaresche hanno fatto prima di tutto una bella esperienza di incontro con l’autorevolezza della politica quando questa fonda la propria essenza sulla necessità di stimolare riflessioni su problemi veri e rispondere a delle esigenze forti delle comunità. Perché, anche se troppi lo dimenticano, la parità di genere è un’esigenza, una necessità e la politica deve impegnarsi per cercare delle possibili soluzioni.

Ma la parte che ritengo più interessante dei due momenti è proprio l’incontro con le ragazze e i ragazzi. Devo dire, più correttamente, che il primo momento a Bassiano ha coinvolto anche i bambini e le bambine della scuola elementare. E come al solito, quando si crea un clima di dialogo, tutto quello che è avvenuto è stato molto significativo.

 A Bassiano ho iniziato salutando cordialmente sia i bambini che le bambine. Non solo non volevo usare il cosiddetto “maschile inclusivo” ( grammaticalmente poco valido) ma ho voluto con un gesto concreto, provocare una riflessione. Ho spiegato perché salutavo anche le bambine che da sempre, per motivazioni ancora poco chiare ( La grammatica italiana? La necessità di non perdere tempo da dedicare alle lezioni? Ma quanto tempo si impiega, esattamente, per dire “Buongiorno ragazze, buongiorno ragazzi”?) vengono escluse da quel saluto del mattino che dovrebbe dare il via ad un’intensa giornata di studio, tra lavoro e gioco. Alla mia domanda “Ma perché le bambine vengono escluse dal saluto?” ho ricevuto una  risposta vera, priva di quel conformismo elegante, da benpensanti che molte ragazze e ragazzi dei licei ormai sanno usare davanti ai loro docenti: “Perché il maschio è più importante”. E quando ho chiesto al mio giovanissimo interlocutore di riflettere sul ruolo della sua mamma e su quello del suo papà, non ho fatto in tempo ad aggiungere altri spunti di riflessione. Con   serafica sicurezza il bambino ha risposto “Il maschio è il capo della famiglia”, aggiungendo come ulteriore spiegazione, per assicurarsi che avessi compreso il messaggio: “ Il maschio è quello che comanda”.

 La sua risposta ma soprattutto la sincerità che l’ha generata, non può suscitare in nessuna persona intelligente che lavori nella scuola ( e non solo), né stupore né indignazione. Eventualmente possiamo trarne delle conferme, come è successo a me. Il primo aspetto a cui ho ripensato è questo: ciò che passa attraverso il contatto quotidiano con chi vive con noi, ci nutre, ci cura, ci assiste ogni giorno, sin da quando siamo piccoli, costituisce una forma di trasmissione del sapere che ha una forza impressionante. Qualunque cosa si voglia fare, dunque, per il raggiungimento della parità di genere, deve anche prendere in considerazione la possibilità di rivedere tutto quello che riguarda i ruoli familiari e gli infiniti stereotipi che questi si portano dietro. Ad esempio, per entrare in un ambito decisamente cruciale, bisogna continuare a difendere il diritto delle donne al lavoro come il diritto dei padri ad assentarsi dal lavoro per assistere i figli. Perché, concretamente, il padre che non va al lavoro per misurare la febbre al bambino e somministrargli l’antibiotico, è una vera e autentica lezione di parità. Il secondo aspetto a cui mi sono trovata costretta a ripensare è un altro: ci sono film bellissimi in cui recitano attori bravissimi; alcune pubblicità sono talmente tanto ben costruite da generare ammirazione; le fiction permettono distrazione e riposo; i talk show facilitano l’informazione. E tutti noi fin da tenerissima età, siamo spettatori di questo tipo di comunicazione.  Ma ognuna di queste forme di rappresentazione che ho citato, propina spesso ( troppo spesso) un’immagine della donna stereotipata o comunque semplificata. Anche quando non è nelle intenzioni degli autori. Perché lo stereotipo ha la propria forza in questo: passa senza che nessuno se ne accorga. O meglio ce ne accorgiamo spesso dopo, quando ha già compiuto il suo effetto negativo. Quindi per noi che lavoriamo nella scuola non rimane che continuare a  combattere da una parte la superficialità in generale che ci costringe a leggere la realtà senza spirito critico, e dall’altra continuare ad agire in modo paritario, costruendo percorsi didattici che includano nei contenuti e nelle strategie il femminile ed il maschile, usando sistemi di comunicazione che non escludano il femminile nei nostri discorsi, nelle circolari, nelle attività didattiche, nelle riflessioni in classe e nelle riunioni tra colleghe e colleghi. Ma non c’è bisogno di continuare l’elenco: le/i docenti sanno bene a che cosa faccio riferimento. Dobbiamo cercare di arrivare a fare in modo che una giovane ragazza di prima media non sia più incerta nell’identificazione di una donna con tanto di guanti, mascherina, divisa da dottoressa; come il suo collega della fotografia vicina, la signora in questione è una chirurga e non è un’infermiera. Ed è possibile chiamarla chirurga: la ragazza non deve pensare che ci sia una norma grammaticale ad impedirlo. Perché questo è successo a Giulianello dove le ragazze e i ragazzi delle medie hanno svolto una rilettura del ruolo delle donne nella storia. Nelle slide che ho proposto l’uomo con la toga è automaticamente il giudice, la donna è “un avvocato”. Dopo attenta riflessione diviene “un’avvocata” e forse poi anche “la giudice”. Al maschio viene attribuito facilmente il ruolo importante che la foto suggerisce; alla donna, se è possibile, un ruolo minore e con l’incertezza della concordanza: si può dire “ la chirurga”? Si può dire “la giudice”? Le giovani generazioni devono poter comprendere che il non usare “chirurga” dipende da questioni culturali e sociali, non grammaticali.

Detto così può sembrare un lavoro immenso e poco produttivo, talvolta, eppure quando mi trovo davanti a scolaresche così attente e partecipi come quelle di Giulianello,  a bambini e bambine  così spontanei e ancora aperti al dialogo come quelli di Bassiano e a docenti così sensibili ed impegnate, mi sembra di poter dire che dobbiamo davvero provarci ancora ma soprattutto che le mostre di Toponomastica Femminile devono continuare a viaggiare.

Pina Arena

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