Le sorti dell’Europa (il problema)

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Le tesi proposte dai governi e dalla stampa, raggiungendo vette di ridicolaggine, incompetenza e giustificazionismo assolutamente inimmaginabili – Nino Sunseri sul Giornale di Sicilia afferma che la crisi greca sia frutto dello strapotere dei dipendenti pubblici – , sono l’esito della mediocrità con la quale siamo abituati a trattare ogni faccenda che ci passa sotto il naso. «La Grecia ha vissuto al di sopra delle sue possibilità». È vero, ma l’indebitamento greco non nasce da un eccesso di spesa sociale – già la riforma delle pensioni del governo Caramanlis del 2008 riduceva il numero dei fondi pensionistici da 100 a 7 ed aumentava drasticamente la tempistica per l’ottenimento delle pensioni stesse – , ma da un alto tasso di evasione fiscale, e da una scarsa trasparenza nella gestione delle risorse da parte della Banca Centrale greca, oltre che dall’inevitabile condizionamento delle spese prodotto da un alto grado di corruzione. La corruzione è il fattore determinante. La Grecia è 88esima nell’Index of Economic Freedom (Indice di libertà economica) aggiornato costantemente dal quotidiano The Wall Street Journal, una posizione dopo quella dell’Italia, (entrambe considerate «economie moderatamente libere»), ed è 28esima nel Democracy Index (Indice di democraticità) redatto ogni anno dal settimanale The Economist, una posizione prima quella dell’Italia (entrambe considerate «democrazie imperfette»).

Poi ci sono le colpe dell’Europa. Sul Financial Times del 22 Giugno, Mario Monti ha ricordato che, proprio in occasione del Trattato di Lisbona del 2007, di fronte alla proposta della Commissione europea che fosse l’Ue a controllare direttamente i conti degli Stati membri, proprio per preservarsi da eventuali sorprese e per salvaguardare la moneta in comune, furono Francia e Germania ad opporsi fermamente, in nome di una sovranità economica nazionale in palese contrasto con le logiche europee ed europeiste. Se parlare di integrazione politica europea appare ormai una barzelletta, di fronte una Bce il cui unico compito istituzionale è quello di controllare la stabilità dei tassi di inflazione, lasciando il compito di intraprendere politiche di sviluppo economico e di controllo del settore privato ai singoli Stati, cade persino ogni pretesa utilitaristica degli Stati dell’Ue. La realtà è una: così com’è, l’Unione europea, non serve agli Stati né alle economie, non responsabilizza la classe politica né eleva il livello di partecipazione democratica dei cittadini. Un’Unione europea incapace di controllare i processi finanziari e che, anzi, si accoda ad essi e su di essi modella la propria politica, è un’istituzione incapace di governare, incapace di perseguire ogni bene – politico ed economico – della cittadinanza e degli Stati.

L’ultima – si fa per dire – colpa della crisi greca è quella delle cosiddette “Big Three”, ovvero le agenzie di rating made in U.S.A.: Moody’s, Standard & Poors e Fitch Ratings. Perfetti esemplari di quegli oligopoli che Adam Smith, padre dell’economia di mercato, rifiutava categoricamente, e che invece, oggi, i nuovi liberali presentano come esempi di libertà e concorrenza, i tre colossi per azioni dominano insieme il 95% delle quote di mercato del settore della ricerca e dell’analisi finanziaria, e, troppo spesso, con i condizionamenti che le loro previsioni producono su tutto il mercato, giocano un ruolo importante nel realizzarsi delle crisi finanziarie. I continui downgrade del debito greco da parte di queste agenzie – uniti agli incredibilmente ed irrazionalmente alti tassi di interesse fissati dall’Ue alla Grecia – spingono nel baratro della bancarotta il paese ellenico. Il debito greco è oggi di 350 miliardi di euro: il 53% di questo debito appartiene alle principali banche francesi, mentre il 34% a quelle tedesche, terzo – e decisamente staccato – è il Regno Unito, che ne possiede il 13%. Il collasso greco avrebbe effetti inevitabili per tutta l’eurozona – a maggior ragione in quei paesi fortemente indebitati come il nostro, che sul debito pubblico hanno giocato la loro stessa esistenza – e quei quattro teleschermi delle capitali finanziarie del pianeta attendono con impazienza di potere continuare a speculare sopra i drammi civili ed umani di un Paese che scende verso il suo inferno. Oggi è sempre, le politiche economiche le fa più il panico che il Mercato o lo Stato. Lo scorso aprile il primo ministro greco George Papandreou aveva dichiarato: «Oggi i governi nazionali sembrano deboli di fronte al potere del capitale globale. Sono le agenzie di rating e non i governi eletti dal popolo a voler definire il nostro destino e determinare il futuro dei nostri figli».

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