Lettera dai familiari dei detenuti, contro l’ergastolo

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Come gruppo di “compagni e compagne contro il carcere” svolgiamo da diverso tempo iniziative di solidarietà nei confronti dei detenuti e delle detenute delle carceri di Secondigliano, Poggioreale e Pozzuoli.
Anche questa volta abbiamo deciso di aderire alla terza giornata di sciopero della fame organizzata dai detenuti contro l’ergastolo!

Contro una realtà sconosciuta, nella quale morire da soli nel letto di una cella, lontano dai propri cari che non hanno avuto la possibilità di starti accanto nelle ultime ore della tua vita, nell’indifferenza generale, è la normalità. È normale che un ragazzo di circa trent’anni muoia nell’indifferenza degli uomini “liberi”; un’indifferenza a cui si contrappone il supporto e la solidarietà da parte degli altri detenuti che hanno tentato di rianimarlo, di coloro che tutti ritengono dei mostri senza cuore e senza anima che meritano di soffrire e morire dietro quelle sbarre.
Nelle carceri italiane ogni giorno si verifica un decesso a causa del pessimo supporto sanitario, un suicidio, una violenza psicologica o fisica, un abuso di qualsivoglia genere da parte dei rappresentati dello stato nei confronti dei detenuti e delle detenute.
Questo però, resta sconosciuto alla maggior parte dell’opinione pubblica.
Si pensa piuttosto ad alimentare la guerra tra poveri, a fomentare e legittimare l’odio razziale, ad alimentare quotidianamente un senso di insicurezza del tutto immotivato; un’insicurezza costante che spinge la popolazione a chiedere più controllo da parte delle forze dell’ordine, massiva presenza di queste ultime nelle piazze e nelle strade, allontanamento (tramite DASpo o arresto) di soggetti marginali, pene più severe e costruzione di più carceri. Tutta questa paura, a un’attenta analisi, risulta del tutto priva di fondamenti: basti pensare al fatto che negli ultimi anni il numero dei reati è diminuito (e non aumentato, come molti credono o percepiscono), e al fatto che la maggior parte dei detenuti è in carcere per reati legati a condizioni di povertà e marginalità.

Più del 56% dei detenuti è in carcere per reati contro il patrimonio, il 34,7% per reati legati alla droga; gli analfabeti certificati in carcere sono più dei laureati e quasi la metà dei detenuti ha figli da mantenere. Non ci sembra un caso che la maggior parte dei detenuti provenga dalle regioni col più basso reddito pro capite e il più alto tasso di disoccupazione: il 17,6% di tutta la popolazione carceraria è di provenienza campana (se teniamo conto dei soli detenuti italiani, la percentuale dei campani si alza al 27,27%, oltre un quarto); seguono i siciliani, i pugliesi e i calabresi.
Alla luce di questi dati, ci sembra facile intuire che non possa esistere un carcere buono – rieducativo e risocializzante – poiché il carcere stesso è un’istituzione che assolve alla funzione di esclusione interna e di allontanamento dalla società di chi non è incluso all’interno dai rapporti di produzione e proprietà privata. Il carcere sembra più una minaccia, quando non un destino, per tutti coloro che sono condannati ai margini della società da sfruttamento, povertà, esclusione e che tentano di sopravvivere alla violenza di questo sistema ingiusto.
Attualmente il sistema penitenziario italiano conta oltre 58.000 adulti detenuti: ciò si traduce in un tasso di sovraffollamento di oltre il 115%, in condizioni igieniche – già precarie in situazioni “normali” – ancor più compromesse, in spazio al di sotto dei 3 metri quadri per singolo detenuto, in un aggravamento dei sistemi contenitivi – fisici e chimici – utilizzati dalla polizia penitenziaria, in un aumento dei suicidi (che solo nel 2017 sono arrivati a 52, né si sono fermati con il nuovo anno: attualmente infatti sono stati già registrati 20 suicidi). Tuttavia la soluzione non può essere quella di costruire più carceri per ovviare al loro sovraffollamento: è l’istituzione penitenziaria stessa che deve essere superata, poiché non è altro che il prolungamento di rapporti economici e sociali di sfruttamento e marginalizzazione.

Ci chiediamo che pretesa di rieducazione possa avere mettere una persona in gabbia, lontana dagli affetti e dalla società nella quale dovrebbe “reinserirsi” e con la quale dovrebbe socializzare e solidarizzare. Molte di queste persone si troveranno costrette all’extralegalità per ovviare in qualche modo alle condizioni di marginalità e povertà in cui si trovano, anche e soprattutto a causa della crisi economica di un sistema che si basa su disuguaglianze, sfruttamento e differenziamento – tra chi è incluso e chi è escluso, tra chi merita di far parte della società e chi non ne è ritenuto degno. Una marginalizzazione che sarà resa ancor più profonda dallo stigma sociale che pesa sugli ex detenuti e che non fa che contribuire ulteriormente all’isolamento di chi è catturato dal sistema penitenziario.

Per questi motivi il 26 giugno saremo ancora una volta fuori al carcere di Secondigliano per supportare i detenuti in lotta!
Tutti liberi!

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1 commento

  1. Come può un uomo togliere la vita ad un’altra persona? Le vittime non sono morte nel proprio letto! Né possono più vedere i propri familiari, sono stati cancellati dal dono della vita, lo stesso dono di un criminale. La giustizia terrena deve fare il suo corso. Quella Divina arriva sicuramente e prima che giunga da una possibilità: Il Pentimento; Ammettere la colpa; Dire tutta la verità; Contribuire e collaborare con la Giustizia pagando il proprio debito. Per la Legge Divina: non esiste perdono se non accompagnato dal pentimento. I familiari degli ergastolani se vogliono la libertà dei suoi cari, è questa e una grande occasione. Che facciano di tutto per farli Pentire dalle loro azioni e non di fare sciopero perché non serve a niente.

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