Lettere al Direttore

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Gentile Direttore

Lei non mi conosce. Non di persona, almeno, ma il mio nome di certo non le è nuovo.

Mi chiamo Matteo Messina Denaro e oggi, 30 aprile 2020, festeggio i diecimila giorni di latitanza.

Diecimila, caro Direttore, proprio così.

Un anniversario di quelli da ricordare. Da festeggiare insieme, tutti, abbandonando per un momento quelle particolaristiche divisioni, così tradizionali e così nocive, per il nostro amato paese.

Ci sono governi, imperi, papati durati molto meno. Navi inaffondabili, colate a picco ben prima. Monumenti e opere pubbliche crollate senza pietà, quando un simile traguardo temporale non era nemmeno all’orizzonte.

Perché, nel pur inesorabile processo di matteizzazione della vita nazionale, che parte dalla fiction per arrivare alla politica, dev’essere chiaro che i Matteo non sono tutti uguali.

Che c’è qualcuno più Matteo degli altri.

Per l’indubbio prestigio e le notevoli doti manageriali.

Per il semplice fatto di aver sempre mantenuto la parola data, che fosse la minaccia di un castigo o la promessa di un perdono. Una pallottola come un assegno.

Una dote rara, specie in tempi come questi.

Eppure sono in tanti ad augurarsi, almeno a parole, che il sottoscritto venga catturato. Forse anche lei, egregio direttore.

Vorrei dire a tutti di non preoccuparsi. Ci sarebbero ben altri problemi, più urgenti, a cui interessarsi.

Può darsi che un giorno, le congiunture e le circostanze portino a questo e può darsi di no.

Ma se, disgraziatamente, i vostri voti dovessero avverarsi, sarà soltanto perché nel frattempo è venuta meno l’utilità della mia modesta persona.

Vorrà dire che altri meglio di me, per anche solo motivi strettamente anagrafici, possono garantire determinati equilibri negli anni a venire.

Ci pensi, caro Direttore. Rifletta, invece di lanciare inutili strali.

Di quali risorse può disporre, una cosiddetta organizzazione criminale, per quanto potente e radicata, a confronto di quelle di uno stato?

Quanti potranno essere, i famigerati uomini d’onore, a fronte di cinque milioni di siciliani? Di sessanta milioni di italiani? Davvero volessero, mi perdoni la scurrilità, potrebbero buttarci fuori a calci in culo.

Invece questo non è mai avvenuto, né mai avverrà.

Perché senza di noi, vi toccherebbe fare gli onesti cittadini per davvero. Studiare per vincere i concorsi, lavorare sodo per ottenere gli appalti. Rispettare leggi e regole, code e divieti di sosta.

Riempire, in altre parole, quello Stato, quelle Istituzioni di cui sapete ben lamentarvi. Lasciandovi all’interno un vuoto che noi siamo lesti a occupare.

A dispetto di quel che si crede, egregio Direttore, io giro parecchio. Mi muovo, nella mia terra, con la disinvoltura di un pesce nel mare.

E ogni volta che vedo un’auto in doppia fila, un elettrodomestico abbandonato per strada, una casa abusiva spuntata dalla sera alla mattina, non posso fare a meno di sorridere.

Sapendo che almeno per un altro giorno potrò dormire sonni tranquilli.

Quanto all’avvenire, mio e vostro, chi può mai sapere cosa ci riserva? Non resta che affidarsi alle parole di una vecchia, dolce canzone.

Queserà, serà.

Cordiali saluti

Aff.to Suo

Matteo Messina Denaro

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