‘Libera Terra’: coltivare l’antimafia

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Località Baronello, Castellace, frazione di Oppido Mamertino. Questo il luogo in cui opera la cooperativa Valle del Marro “Libera Terra” che, dal 2004, gestisce un uliveto unico nel suo genere. Ciò che rende questa realtà straordinaria non è l’incredibile crescita che l’ha vista passare dagli iniziali 13 ettari agli attuali 130. Non sono i 12 giovani laureati assunti a tempo indeterminato che hanno così trovato l’alternativa a una sempre più inevitabile emigrazione. Ciò che conferisce un carattere di unicità a questa coltivazione, è lo stesso terreno su cui affondano le radici queste piante simbolo non solo di pace, ma di rinascita e riscatto. Un terreno confiscato alla ndragheta, alla mafia, alla criminalità organizzata. La distesa, che stando a quanto riferito dalla magistratura risulta appartenesse al clan dei Mammoliti, rappresenta così il concretizzarsi di una battaglia, la manifestazione di una rivincita.

Ma come ogni realtà che ha il coraggio di opporsi alla violenza, ne diviene vittima. Nel 2011 un incendio doloso distruggerà 500 alberi secolari. L’anno seguente sarà di nuovo il fuoco a danneggiare l’escavatore impiegato per espiantare gli alberi bruciati. Come il giunco dantesco che si piega e non si spezza, l’uliveto riprenderà la sua produttività grazie all’impianto, nel 2013, di 1200 nuove piantine. Ma continuerà l’escalation di intimidazioni e atti distruttivi. Qualche settimana fa, la decapitazione a colpi di accetta di 98 nuove piante in fiore.

“Dedicarsi a queste attività sociali è sì un onore, ma è anche un onere. Ci sono i risultati, ma ci sono purtroppo anche gli attentati, le intimidazioni – dichiara Sergio Casadonte, vicepresidente della cooperativa – mai minacce dirette a persone, ma segnali di stampo e origine mafiosa. Hanno sempre colpito i luoghi fisici dove noi operiamo: i terreni, il centro aziendale, i macchinari e i capannoni. Ma non ci fermano. Se non avessimo avuto questa determinazione e questa volontà non avremmo neanche pensato di affrontare il progetto. Sapevamo perfettamente a cosa andassimo incontro”. E dal tono di voce si percepisce tutta la determinazione, la perseveranza e l’assoluto rifiuto della resa di un uomo che si fa portavoce di una realtà fatta sì di sacrifici, ma anche di grandi soddisfazioni. “Il nostro progetto è iniziato nel 2004 per iniziativa della cooperativa ‘Libera terra’. Siamo stati la prima cooperativa in territorio calabrese a realizzare un’attività solidale su terreni confiscati. La seconda sul territorio nazionale. Un progetto promosso dal ministero del lavoro con finalità non solo di intesa sociale, ma anche di sviluppo del settore agricolo”.

L’entusiasmo e la soddisfazione non si fermano ai risultati strettamente legati alla realtà dell’uliveto. Ciò che spinge la cooperativa a continuare è anche la grande solidarietà da parte dell’intera comunità. In casi analoghi, risulta relativamente facile ottenere la vicinanza e l’appoggio di associazioni antimafia e istituzioni. Ciò che realmente costituisce l’elemento rilevatore del successo dell’iniziativa è lo spontaneo e sincero appoggio ricevuto. E’ la risposta della cittadinanza a rendere giustizia a tanti sforzi e a una perseveranza tale da ergersi a virtù rara. “I risultati raggiunti dalla cooperativa non si misurano solo in termini economico aziendali, – conferma Casadonte – è un risultato di tipo sociale. Se un tempo questi argomenti erano scottanti, se ne parlava a bassa voce, oggi viene espressa una solidarietà non solo a parole, ma con i fatti. C’è un risultato di vicinanza da parte non solo di chi è stato provato, come l’azienda di De Masi, ma anche dalla comunità formata dalle scuole, dai movimenti, dalle associazioni che sostengono la nostra cooperativa, la nostra causa. Conoscono quelle che sono le nostre finalità e comprendono la mole di lavoro, la spesa e l’onere che sta dietro tutto questo. Possiamo dire che il risultato sociale è grande”. Anche la chiesa, una realtà spesso in bilico tra l’abnegazione e la cecità, ha dimostrato una sincera e partecipativa vicinanza: “la chiesa del luogo è stata sempre al nostro fianco, infatti il progetto non nasce solo con ‘Libera terra’, ma è un progetto policoro. Ha sempre dimostrato e manifestato il suo andare contro corrente rispetto a queste forme arcaiche di cultura e prepotenza mafiosa. Ci ha sempre sostenuto, tant’è che il nostro referente, il nostro punto di forza è don Pino De Masi.”

Risultati concreti, progetti che sembrano scacciare l’utopia e far pensare che la perseveranza, ogni tanto, paga, così come il coraggio: “Avviare una cooperativa del genere significa partire da 3 considerazioni: puntare sui giovani. Giovani laureati che non hanno abbandonato il proprio territorio. La decisione di autotassarci, e la consapevolezza di avere il fiato sul collo. Sapevamo però di poter contare sulla sana e robusta solidarietà della società civile. Non è stata una scommessa, ma un sogno che si è realizzato. E’ nato, cresciuto e ha preso forma in una terra in cui penso che nessuno avrebbe creduto di investire e lavorare. Bonificando e realizzando lavoro legale. Valorizzando soprattutto queste terre confiscate. Prigioniere non tanto delle spine, ma della cultura mafiosa”.

Un progetto che unisce sotto il segno della legalità molteplici realtà: recupero di un terreno confiscato, lavoro per giovani laureati, sostegno a un settore in crisi e, non ultima, LOTTA ALLA MAFIA.

Gaia Stella Trischitta

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