L’immigrazione oggi

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La spinta alla mobilità territoriale e alla colonizzazione di nuovi spazi va considerato un elemento caratteristico della nostra specie, la cui straordinaria riuscita dipende dalla capacità dell’uomo di adattarsi socialmente e culturalmente ai nuovi ambienti, annullando e superando i limiti dell’adattamento biologico cui sono costrette le altre specie animali (K. Davis,1974).

Il fenomeno migratorio, nella più ampia accezione del termine, inteso sia come “emigrazione” cioè spostamento da uno stato all’altro, sia come “immigrazione”, vale a dire ingresso in un altro Stato, è prima di tutto un fenomeno sociale generato dalla sempre ricerca dell’uomo di nuove e migliori condizioni di vita.

            Le odierne migrazioni, si distinguono rispetto al passato, non solo nell’entità dei flussi ma anche per una serie di motivi specifici (S. Beccucci, M. Massari, 2002).

            In primis va sottolineato il carattere globale che, in modo sempre più marcato, tendono ad assumere.  Il mutamento più rilevante è rappresentato dalla pluralità di direzioni col quale questo fenomeno si presenta.

            Vi sono consistenti spostamenti di popolazione all’interno delle stesse aree continentali, specialmente in quei paesi che sono emersi come centri di attrazione.

            Così come in breve tempo un paese in via di sviluppo diviene meta di migranti provenienti dai paesi contigui, altrettanto velocemente, quello stesso paese si trova costretto, a causa di improvvise crisi finanziarie transnazionali o fattori endogeni di altra natura, ad espellere il surplus di forza lavoro straniera.

            I processi migratori sono innescati principalmente dalla voglia di cambiare vita ma, contemporaneamente si registra il crescente aumento del numero di individui spinti ad emigrare a causa di guerre e persecuzioni di natura politica o religiosa.

            Questi fattori sono comunemente definiti motivi di push e di pull, rispettivamente di spinta e di attrazione.

            Una volta all’interno dell’immigrazione, “l’intera condizione dell’immigrato e tutta la sua esistenza diventano la sede di un intenso lavoro di integrazione. È un lavoro totalmente anonimo, sotterraneo, quasi invisibile, un vero lavoro di modellamento o seconda socializzazione. È fatto di piccole cose che però non cessano di accumularsi quotidianamente, al punto da suscitare profondi cambiamenti, come se non fossero solo piccole cose” (A. Syad, 2002).

            Una comprensione profonda di questo fenomeno è possibile se si riescono ad individuare gli elementi di continuità, evidenziandone di volta in volte le peculiarità di ogni singolo flusso.

            Nei flussi degli ultimi decenni si può,  ad esempio, evidenziare che si sono realizzati in un sistema globale a elevata interdipendenza, o si può ulteriormente sottolineare la rapidità con cui il fenomeno s’è manifestato.      

            Continuando in questo ragionamento, il fattore di discontinuità può essere rappresentato dall’attenuazione del legame tra crescita economica e aumento dell’occupazione (F. Chiarello, 1990).

            I flussi migratori sono mutati di natura e direzione: si può affermare, semplificando la questione, che da una migrazione determinata principalmente dalla domanda, caratterizzata da fattori di attrazione, cioè la necessità di manodopera non qualificata nei Paesi industrializzati, si è passati ad una di offerta, contraddistinta dai fattori di spinta, cioè miseria, disoccupazione, guerre nei paesi di origine dei flussi migratori (P. Martucci, C. Putignano, 2001).

            Gli stati europei industrializzati hanno, in un primo momento, adottato una politica di utilizzo della manodopera allogena, vista come funzionale all’espansione industriale, per irrigidirsi successivamente in un atteggiamento di chiusura, con il blocco delle frontiere o il contingentamento dei nuovi ingressi e anche ponendo in atto misure protezionistiche di varia natura.

            Queste politiche restrittive attuati nei Paesi maggiormente attrattivi del Nord-Europa, hanno spostato il centro di affluenza dei flussi migratori.

            Al momento, la  tendenza dominante è  costituita dallo spostamento dai paesi del Sud del mondo e dall’Est europeo verso i paesi dell’Europa occidentale. I Paesi protagonisti dei flussi migratori diventano quindi L’Italia, Spagna, Portogallo e Grecia.

            Uno dei motivi che hanno fatto sì che l’Europa diventasse centro di attrazione è sicuramente  il ruolo negativo giocato dalla peculiarità della struttura economica europea, dove è presente un doppio mercato del lavoro, l’uno ufficiale e garantito, l’altro sotterraneo, non protetto e retto dall’arbitrio assoluto, che si alimenta dalla manodopera immigrata a basso costo, illegale, tenuta in condizione di perenne clandestinità, rappresenta un indubbio fattore di attrazione per i migranti. 

            In effetti,  questi paesi non essendo dotati di un ordinamento giuridico adeguato, hanno consentito agli immigrati di trovare terreno fertile, autoalimentando il flusso migratorio.

            Negli ultimi decenni, si è preso consapevolezza della trasformazione dell’emigrazione da fenomeno  temporaneo a fenomeno permanente, caratterizzato da estrema dinamicità temporale e spaziale, si è compreso, soprattutto che ci troviamo davanti ad una situazione strutturale nella nostra società.

            Nonostante un crescente apparato di controlli, limitazioni e barriere, i migranti a livello mondiale, secondo le statistiche dell’ONU, sono cresciute da 16 milioni  di unità tra il 2000 e il 2005, e si aggirano oramai intorno ai 200 milioni (Rapporto Caritas/Migrantes, XVI Dossier Statistico, 2006).

            Dobbiamo pensare che le istituzioni hanno un’influenza profonda sui flussi migratori, non dimentichiamo che le politiche sono sia le cause che spingono all’emigrazione centinaia di persone in tutto il mondo, sia coloro che determinano le dimensioni dell’immigrazione consentita.

            Bisogna partire dalla considerazione che l’immigrazione è un fenomeno che si colloca nel contesto di un mondo ingiusto e sollecita la presa in considerazione anche delle ragioni dei paesi di origine (Caritas/Migrantes, 2009).

            Ma veniamo all’Italia. Qualsiasi riflessione possiamo fare non può prescindere dal prendere in considerare quelli che sono i caratteri peculiari del fenomeno migratorio nel nostro paese, che, più che per la sua presunta problematicità, colpisce per il rapido sviluppo

            L’Italia diviene così paese di immigrazione, seppur di ripiego, proprio in un momento in cui, con le dovute differenza tra un paese e l’altro, tutta L’Europa attivava politiche regolative dei flussi di persone in ingresso, facendo del nostro paese meta obbligata per mancanza di alternative.

            Perrone parla a tal proposito di “migrazione di ripiego”, cioè legata all’impossibilità di raggiungere la meta ambita nei paesi ricchi del Nord-Europa, a causa dei limiti e dei “paletti” posti dalla legislazione nazionale (2007).

            Avevo accennato ai fattori di pull che incidono sulla volontà di emigrare da un paese ad un altro.  Uno dei fattori di pull che ha sempre inciso sulla volontà di cambiare vita, è stato senza dubbio la possibilità di lavoro che offriva il paese d’arrivo. Abbiamo avuto modo di vedere che, anche quando la domanda di manodopera non specializzata è venuta meno, i flussi non hanno cessato di esistere. 

            Questo accadde poiché, in realtà, non vi è stata proprio o una diminuzione della domanda, bensì una diversificazione della stessa. È sempre più evidente che i migranti arrivano poiché sono richiesti dalle economie sviluppate per colmare i vuoti che si sono aperti negli ambiti più sacrificanti del sistema occupazionale molto segmentato e stratificato.

            Il loro arrivo, consente di trasformare esigenze diffuse in domanda di lavoro economicamente rilevante, come nel caso delle “badanti” che si occupano dell’assistenza delle persone anziane e bambini a domicilio, o delle “colf”, lavoratrici domestiche. 

            Dunque, puliscono le nostre case, accudiscono  bambini e anziani,  ci servono il caffè al bar, li osserviamo lavorare, li utilizziamo quando ci servono, e ci comportiamo come se non esistessero, evitando accuratamente di appesantire la nostra coscienza pensando alla loro condizione di vulnerabilità all’interno della nostra società, evitando di ragionare e parlare della loro condizione di  uomini senza diritti.

            Chi vive in una situazione di “ombra” è soggetto al ricatto quotidiano, e la legge piuttosto che essere uno strumento per difendersi, diviene la “cosa” da cui difendersi.

            Questa parziale ricostruzione del fenomeno migratorio dovrebbe farci riflettere sulla necessità di proporre e dare direzione ad un nuovo corso dello sviluppo mondiale, che parta da un semplice e  necessario principio, quello dell’uguaglianza e del rispetto della dignità di tutti gli uomini.

Cercare di “sortire insieme”, per dirla con Don Milani, non è solo auspicabile, ma indispensabile. Una strategia che, qui e adesso, includa tutti i popoli e assuma i valori e le conseguenze politiche della fraternità umana da esprimere col rispetto e con l’accoglienza (Franco Bentivogli, 2009). 

 

                                                                                                         

 

 

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