L’influenza “magiara” investe l’Europa.

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di Francesco Polizzotti

 

L’esercizio della libertà è stato il motore propulsivo dei popoli europei nel perseguimento del sogno europeo, beneficiando di una stagione positiva che ha permesso di completare un percorso storico intrapreso ma solo dagli anni novanta in poi realizzato a pieno. L’Europa delle nazioni, alla pari del modello americano, rappresenta bene un sistema politico completo in cui l’esercizio delle libertà, la crescita economica e sociale, così come l’affermazione del diritto, vengono garantiti da tutte le Istituzioni. Un’Europa che la storia ha segnato proprio per l’eterogeneità dei processi politici che oggi la vedono casa comune degli europei ma che in passato ha saputo generare anche i peggiori totalitarismi. Le macerie di ciò che è stato, tuttavia sembrano non essere servite alla memoria comune. Capita così che nelle nazioni più giovani nell’esercizio delle “regole” democratiche del vecchio continente, sia in atto un’inversione di tendenza rispetto al sogno europeo dell’integrazione concreta dei popoli, sotto l’ideale comune di Europa delle democrazie.

Nazioni come la Polonia e le repubbliche ex sovietiche nell’ultimo ventennio hanno improntato un percorso di forte europeizzazione, nonostante siano attraversate da problemi economici e sociali. Nazioni che, nel cammino verso l’integrazione europea, hanno potuto ambire a ricoprire ruoli nuovi all’interno dell’Europa delle Istituzioni ed in generale dell’Occidente.

E’ il caso dell’Ungheria, nazione entrata il 1 maggio 2004 nell’Unione europea, nazione che tra le prime ha saputo rivendicare l’adesione ai principi democratici della libertà e dell’autoaffermazione dei popoli già sotto il regime comunista, ma che oggi vive una situazione politica assai preoccupante anche per l’intera regione dei Balcani.

2010, elezioni politiche all’insegna del populismo. Lo scorso anno, gli ungheresi sono stati chiamati al voto, dopo una stagione di veleni e di fallimenti istituzionali. I governi socialisti che si sono alternati alla guida del paese negli ultimi anni hanno eluso la grave crisi economica nascondendola al Paese. Il crescente malessere sociale – spesso sfociato in azioni violente da parte di gruppi organizzati di estrema destra, tra cui diverse formazioni di ultras di squadre di calcio – ha fatto si che dopo un periodo di stallo istituzionale, si andasse al voto. L’opposizione di destra (FIDESZ), raccogliendo il malcontento della nazione –  anche dietro agli scandali del premier uscente Ferenc Gyurcsany, reo di aver confessato ad un giornalista di aver negato la crisi e il buco di bilancio fuori controllo per vincere le elezioni precedenti – ottiene la maggioranza assoluta all’Assemblea parlamentare (in Ungheria esiste un sistema monocamerale) col il 52%.

Il chiaro mandato elettorale, teso al recupero della credibilità del governo e all’uscita dalla crisi, nel giro di pochi mesi sta già svelando le reali sue intenzioni. Il governo di destra, guidato dal conservatore Viktor Orbán, ha posto tra le priorità non la tutela dei più deboli, non il risanamento dei conti, non l’Europa come antidoto alle ricette politiche precedenti ma l’autoritarismo come prassi, la repressione come metodo di governo, il limite alla libertà di stampa come strumento di controllo imposto ai cittadini, con provvedimenti come la “legge bavaglio” e la riduzione dei poteri della magistratura, attraverso provvedimenti che conferiscono al governo, ed in ivi al ministro della Giustizia, gran parte del potere di nomina dei giudici. Provvedimenti la cui matrice ideologica è facilmente rintracciabile in altre esperienze di governo più prossime a noi italiani. Paese che vai, giustizia che trovi!

L’esito elettorale, quindi, ha permesso al Governo ungherese in carica, di poter affrontare le principali riforme del Paese senza dover richiedere alcun tipo di appoggio al partito di opposizione e di riflesso senza avere alcun organo parlamentare che ne controbilanci l’azione, avendo la maggioranza 2/3 dei seggi assegnati. “La legge bavaglio”, com’é stata definita dai principali media europei, è entrata in vigore il primo gennaio del 2011 ed ha introdotto una serie di modifiche volte a intensificare il controllo politico sul mondo dell’informazione, tra cui il potere di sanzionare tutti quei giornalisti, che nell’esercizio della loro professione, commettono una “violazione dell’interesse pubblico”. La parola adesso va a Bruxelles che non ha nascosto eventuali procedimenti sanzionatori.

Pesanti critiche sono infatti piovute da diverse istituzioni internazionali come l’OSCE, dal Commissario per i diritti umani del Consiglio di Europa, dalle principali organizzazioni di giornalisti, nonché dalla Commissione europea. Non si è trattato infatti di una semplice divergenza di opinioni, oppure di un diverso modo di concepire la società moderna, ma bensì di presunte violazioni dei Trattati internazionali.

Lo stesso Parlamento Europeo, nella sua Proposta di Risoluzione Comune del 14 febbraio 2011, ha espressamente richiamato la libertà di espressione e informazione, sancita all’articolo 11 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea, e dalla Convenzione europea dei diritti umani, che all’articolo 10 sancisce testualmente “il diritto alla libertà di ricevere e comunicare informazioni, senza controlli, interferenze né pressioni da parte delle autorità pubbliche”.

Esemplare è stata anche la pronta reazione del commissario europeo Neelie Kroes, incaricata di dialogare con il Governo ungherese in merito a questo scottante dossier.

 

Indicativo è stato infatti il tentativo del Governo ungherese di inserire in questa sciagurata legge anche un obbligo di trasmettere un elevato flusso di informazioni di cronaca nera (20%).  Questa pretesa di imporre tale obbligo, si pone l’obiettivo implicitamente dichiarato di capitalizzare le paure della gente, attraverso la messa in onda di immagini macabre e tristi che generano riflessioni e preoccupazioni per la propria sicurezza e per un vantaggio elettorale di convenienza.

Dal cuore dell’Europa sembra sollevarsi il fantasma mai superato del fascismo e a pagarne le conseguenze, come nella Germania nazista e nell’Italia fascista, sono soprattutto gli intellettuali. Il governo di destra ungherese sembra alle prese con le prove tecniche di regime, sposando strategie di intimidazione tacciando di atteggiamento antipatriottico, chi critica l’operato del governo.

“Sono stata tacciata di essere una pensatrice “liberale””. Agnes Heller, celebre studiosa ungherese, racconta la campagna di diffamazione che il governo di Budapest ha organizzato contro di lei e altri suoi colleghi. “Assistiamo a un Kulturkampf, ad un´offensiva del potere contro gli intellettuali. La maggior parte delle personalità di rilievo dell´élite culturale è stata «eliminata». È il caso, ad esempio, del direttore artistico e direttore d´orchestra dell´Opera di Budapest Adam Fischer, famoso a livello mondiale, o ancora del direttore del Balletto e di un gran numero di direttori di teatro, di redattori televisivi, di presentatori, di opinionisti, di giornalisti”. In un’intervista a Le Monde, la Heller usa un monito per tutta la comunità internazionale, quasi un appello alla libertà per il suo Paese: “La solidarietà che ci è stata manifestata dai filosofi del mondo intero, e dagli intellettuali e dai liberi pensatori in genere, ci riconforta. L´eco è stato più ampio di quello che ci si sarebbe potuti immaginare. Petizioni e lettere di protesta sono affluite dai quattro angoli del pianeta, da tutti i Paesi d´Europa. Ovunque, la stampa si è mobilitata. Sembra finalmente che la libertà di espressione, la libertà di opinione, la libertà di pensiero siano concetti che non conoscono confini. E che anche la filosofia, alla fine, non sia diventata un vecchio leone sdentato”.

Nazione avvertita, mezza salvata. Parlarne non è mai troppo.

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