L’unico progetto efficace sui Rom

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di Roberto Malini

 

Il meccanismo è sempre lo stesso: si fanno progetti sui Rom, si accede a fondi pubblici, si spendono in modo inefficace tali fondi e poi si afferma: “Colpa della discriminazione. Colpa del razzismo.

Servono altri soldi, servono altri progetti”. Si va avanti così da settant’anni. Si spendono decine di milioni, in Italia, ma negli insediamenti Rom non si nota alcun beneficio, non si nota un solo euro a vantaggio delle famiglie emarginate e povere. Montagne di denaro che scompaiono ogni anno. Ma che cos’è, un gioco di prestigio di David Copperfield? Purtroppo no, perché tanta abiltà prestidigitatoria si riflette su un popolo già perseguitato da secoli, e contribuisce ad annientare le sue possibilità di emancipazione e progresso sociale. Superare i campi Rom: sembra la direttiva del “Festival dell’illlusionismo umanitario”, un’arte in cui gli italiani sono campioni assoluti. Perché il cuore del problema deve essere questo “superamento”?

Spiego con un esempio all’ennesimo sostenitore di questa “strategia per i Rom” che ha ormai un corso pluridecennale con i risultati che vediamo quando incontriamo le famiglie Rom, povere ed escluse come settant’anni fa, misere ed emarginate come l’anno scorso. I Rom sono persone, non entità diverse dagli altri esseri umani. Le persone, quando non hanno una casa né mezzi di sussistenza, si riparano sotto un ponte o in un edificio abbandonato. Questo è il grado zero del sopravvivere. Per uscirne, bisogna entrare nei meccanismi della società: lavorare, pagare un affitto e le bollette, fare la spesa, mandare i figli a scuola ecc. ecc. Nel caso del popolo Rom, per consentirgli l’ingresso nelle dinamiche sociali bisogna prima disinnescare il razzismo. Non servono altri progetti, se non mirano a questo obiettivo. Quando i Rom saranno guardati senza odio, troveranno occupazioni e case senza bisogno che altri lucrino sulle loro difficoltà.

Se esiste la fame, il problema non è il pane secco di cui dispongono i poveri. Non si può dire: togliamo loro quel cibo troppo umile, visto che esistono pastasciutta, carne e aragoste. Quel pezzo di pane secco è intoccabile. Bisogna sconfiggere la fame. Creare attenzione sul tozzo di pane (o sui campi Rom, di cui è metafora) e distoglierla dalla fame (l’emarginazione causata dal razzismo) è un procedimento che non può avere fini umanitari, perché distoglie il pensiero di chi è distratto e non conosce la realtà dei Rom (purtroppo questa ignoranza è presente anche nelle istituzioni) dalla soluzione del problema, che non sono i progetti che arricchiscono speculatori di ogni bordo, ma la creazione di condizioni di parità sociale. Nella parità, una persona Rom ha gli stessi diritti, gli stessi doveri e le stesse opportunità di tutti gli altri. Raggiunta tale parità, il problema scompare automaticamente.

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