Manicomi. Legge 180/78 nei ricordi degli operatori

L’IMPORTANZA DI RACCONTARE LA STORIA

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Era  il periodo in cui si dimettevano le persone dai manicomi in forza alla legge 180 del 1978. La dottoressa Maria Teresa Pigneri, l’allora  primario del Dipartimento di Salute Mentale  Messina Sud riuscì ad aprire la prima “casa famiglia” a Mili Marina che ospitava 5 pazienti psichiatrici. Era il 1993. Si trattava di una casa dignitosa in un condominio moderno sul mare. Un posto tranquillo e con un vicinato discreto e gentile.

Le pazienti coinvolte nel progetto di casa Mili erano tutte donne con diagnosi di psicosi e schizofrenia ed erano  state accuratamente attenzionate per la nuova esperienza. Ognuna di loro, tra i 40 e i 60 anni,  non aveva più una famiglia, nè una casa propria, aveva perso tutto, aveva alle spalle 20, 30 anni di manicomializzazione e assumeva esclusivamente cure farmacologiche piuttosto pesanti. Nessun tipo di psicoterapia.

Ero molto emozionata il giorno in cui dovetti prendere servizio a casa Mili. Non sapevo cosa aspettarmi.

La prima volta mi sembrarono degli zombi. Erano donne sfiorite, non avevano più niente di femminile. Colorito cereo, occhi cerchiati e capelli spettinati e lanuginosi, andatura robotica, sguardo fisso.

Pensai tristemente che mai si sarebbero potute riprendere  dagli anni di manicomializzazione. Erano proprio ridotte molto male. Assenti, trasfigurate, rallentate, quasi incorporee.

Eppure, col passare del tempo, mese dopo mese, “le signore di Casa Mili”, così come comiciammo a chiamarle noi operatori, ebbero una trasformazione insperata.

Non ci volle neanche troppo tempo ma ciò che fece la differenza fu senz’altro  vivere in un clima sereno, libero, scandito da ritmi che rispettavano i loro bisogni e la loro malattia, circondate da un personale attento e garbato. Si cucinava assieme, spesso si pranzava con loro, si giocava a carte, si passeggiava in riva al mare, si andava al centro commerciale, a prendere un gelato,  a Natale si addobbava la casa, a Pasqua si aprivano le uova di cioccolato. Certo  ci furono momenti critici, quelli  delle  crisi psicotiche, delle grida e degli agiti, dei deliri e delle allucinazioni ma tutto si ricomponeva  con grande serenità e calma, senza attrito, con pazienza. Bastava stargli accanto, accogliere la loro disperazione con un ascolto paziente, parlare  sottovoce, adottare  atteggiamenti  nè  esigenti, nè punitivi. A volte se  le crisi  erano  resistenti e continuative e la sofferenza troppo forte si somministrava qualche goccia in più di terapia. Ma ciò che funzionava era la possibilità di poter esprimere il loro disagio liberamente e sentirsi accolti, al sicuro perché avevano  fiducia in noi.

Ben presto quando la mattina montavamo di turno alle 8.00, già “le signore” ci aspettavano davanti la porta di casa, pettinate, vestite con cura e persino alcune col rossetto sulle labbra. Sorridevano quasi sempre, pronte  per uscire in paese e fare la spesa o ritirare la pensione. La vita nella casa  aveva dato loro una speranza, quella di una vita normale pur in presenza della loro malattia.

Questo breve racconto solo per dare l’idea dell’importanza della chiusura degli ospedali psichiatrici e dell’utilità della narrazione.

L’ospedale psichiatrico, com’è noto, (ma di questi tempi è bene ribadirlo con forza), non poteva definirsi un luogo di cura, piuttosto è stato un luogo di reclusione dove si ripetevano spesso abusi e violenze. La legge Basaglia ha messo fine a tutto ciò liberando non solo i pazienti dall’isolamento e dalla brutalità  ma anche l’intera collettività, sensibilizzandola da una sorta di cecità.

È degli  stessi anni la legge che sancisce l’abolizione delle classi speciali e differenziali nella scuola dell’obbligo. Un’altro avanzamento culturale stavolta a vantaggio dei bambini con handicap (legge 517 del 1977). Fino ad allora i cosiddetti “caratteriali”, e “disadattati” frequentavano le classi differenziali, mentre quelli ritenuti più gravi, gli insufficienti mentali, i down, gli autistici, i disabili venivano accolti nelle “classi speciali”. Erano dei veri e propri cottolenghi infantili gestiti da insegnanti e personale non ancora specializzato, privo di conoscenze scientifiche (non esistevano ancora le insegnanti di sostegno). Si trattava piuttosto, nella maggior parte dei casi, di luoghi dove venivano contenuti i bambini piuttosto che adeguatamente seguiti didatticamente. Non c’era futuro per questi bambini, nessuna forma d’integrazione.

Da allora tanti passi sono stati fatti, tante battaglie vinte  a favore della dignità dell’individuo. Era un periodo illuminato, un vivaio di persone preparate che hanno fatto della complessità la loro ragione.

Oggi, in un Sistema che alza muri e chiude porti è difficile concepire che il progresso si ottenga con la capacità di misurarsi con i propri pregiudizi e la paura dello “straniero”, qualunque esso sia, dal migrante al malato di mente.

Oggi si assiste invece ad una deriva pericolosa che ci sta catapultando indietro facendoci scivolare in un medioevo culturale.

La Storia ci insegna che, a cicli, si incontrano persone affatto illuminate, che fanno del loro potere una dittatura, una dittatura soprattutto culturale. Tutto sembra avvenire improvvisamente.

E allora  tutto ciò che si è conquistato attraverso la lotta e l’approfondimento rischia di essere cancellato, di non avere più importanza. La conseguenza è una generazione priva di un break ground significativo da un punto di vista politico e sociale. Siamo accerchiati da una “mala educazione” sentimentale e intellettuale, che imbarbarisce la gente, anche chi occupa ruoli istituzionali. Chi ci dovrebbe rappresentare, infatti, spesso non è avvantaggiato da conoscenze approfondite sui temi che tratta, ma soprattutto dall’umiltà di riconoscerlo e provvedere in merito. È così dobbiamo sentire personaggi, chiamati momentaneamente ministri, la cui ignoranza supera l’arroganza e viceversa. Ascoltiamo un linguaggio da trivio, toni sgarbati quando va bene o termini inappropriati dettati con tutta evidenza dall’ignoranza e dal poco spessore. Si pensi al “decreto dignità” la cui scelta delle parole è quanto mai infelice. È un decreto che può conferire “dignità” alle persone?  E di quale dignità parliamo ? Da quale punto partano i  “nouvelle” amministratori ? Quale kultur li sostiene tale fa “forgiare” siffatte bizzarrie di linguaggio (oltre che di contenuto)?….

Oggi le “accoppiate” politiche farebbero impallidire persino  “il gatto e la volpe” di bennatiana memoria. Mai canzone è stata più attuale, riascoltatene i versi. È proprio vero che gli artisti sono degli anticipatori.

Va bene tutto, se si vuole, ma giù le mani da chi soffre, dalle persone indifese, giù le mani dai diritti umani. Non è ammessa nessuna ignoranza.

Credo fortemente  che oggi, un modo per fare un sano dissenso sia testimoniare. Chi c’era durante le lotte deve raccontare da dove si è partiti e il perché di certe battaglie. Questa narrazione la vedo come una risorsa per affrancarsi e combattere il clima di propaganda che è un clima sterile e debole e che  non potrà mai divenire storia. È un modo per informare i giovani, a cui per primi è stata tolta la dignità di un futuro significativo,  affinché sollevino lo sguardo dai loro tablet e, anziché usare strategie difensive, si elevino, conoscano, partecipino, abbiano idee e progetti.  Recentemente alla fiaccolata silenziosa dell’8 luglio a Messina si è registrato un dato importante :  l’assenza dei giovani. Si contavano più bambini portati per mano da genitori illuminati che non la “nuova generazione”, segnale tanto triste quanto inquietante.

Chi c’era deve raccontare! Abbiamo bisogno di questo.  Perché solo raccontando la Storia  si disconferma la cultura della propaganda. Dobbiamo piuttosto  fare attenzione a non diventare strumento di propaganda di chi la usa per governare non avendo altro spessore culturale e nessuna preparazione, persino scolastica (!)

Attenzione dunque agli affondi salviniani o di chi per lui, sono veri e propri agguati studiati a tavolino. “

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