Manovra economica, effetti per 24,9 miliardi: c’è una “stretta” sulle nuove pensioni di invalidità

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L’invalidità nel decreto legge licenziato dal governo: confermata l’assenza del tetto di reddito per le indennità di accompagnamento, c’è l’aumento della soglia per ottenere le nuove pensioni: dal 74% all’85%. Immediata l’entrata in vigore, prevista per il 1 giugno 2010. Previsti 500 mila controlli straordinari in tre anni. Sulla scuola, stop all’aumento dei docenti di sostegno

Scatterà subito, dal 1 giugno 2010 e non dal 1 gennaio 2011, la stretta sulla concessione delle nuove pensioni di invalidità: è l’ultima modifica in materia di invalidità apportata al testo del decreto legge che contiene la manovra economica decisa dal governo. Un testo che ancora non è stato reso disponibile dal governo, e che sarà inviato al Capo dello Stato. Un provvedimento da 24,9 miliardi di euro complessivi. Fra le misure, la più rilevante in materia di invalidità è l’innalzamento della soglia per ottenere le nuove pensioni: dal 1 giugno 2010 potrà ottenere l’assegno di invalidità solamente chi si vede riconosciuta una quota di invalidità pari almeno all’85%, contro il 74% previsto finora. Nulla cambia invece per le indennità di accompagnamento: non saranno legate al reddito, come pure si era a lungo ipotizzato nei giorni scorsi. Non sono previste novità per coloro che sono già titolari di pensione, neanche per coloro che hanno una percentuale compresa fra la vecchia e la nuova soglia. Come tutti gli altri titolari di pensione, però, anche questi ultimi potranno essere chiamati alla visita di accertamento: la manovra del governo prevede infatti che l’Inps dovrà effettuare 100 mila verifiche straordinarie nel 2010 e 200 mila per ciascuno degli anni 2011 e 2012. Una novità rilevante è quella che prevede il concorso delle regioni alle spese per l’invalidità civile: il 45% dei trasferimenti sarà proprio a carico delle regioni, tenendo conto della distribuzione pro-capite della spesa effettuata in ogni regione. Un meccanismo che peserà di più, evidentemente, sulle regioni in cui la percentuale di titolari di pensione rispetto al numero degli abitanti è maggiore.

“Il livello di invalidità necessario come requisito per accedere ai benefici – afferma il ministro del Lavoro e Politiche Sociali Maurizio Sacconi – viene elevato all’85%: vogliamo determinare le condizioni di un maggior impegno delle regioni a che vi sia una oculata gestione delle provvidenze che sono tanto doverose per chi ne ha bisogno e tanto odiose quando si scopre che sono state assegnate a chi non ne aveva diritto. Certamente però – afferma Sacconi – pulizia va fatta: nell’ultimo decennio la spesa è esplosa troppo, da 6 a 16 miliardi”. Il ministro fa riferimento al riguardo al meccanismo per cui “le regioni hanno il privilegio di decidere chi ha diritto alla provvidenza senza doversi far carico della provvidenza stessa: d’ora in avanti le regioni parteciperanno, come giusto, alle spese”.

E’ definitivamente tramontata invece la correlazione fra l’importo dell’indennità di accompagnamento e l’importo del beneficio stesso: contro questa ipotesi era stata veemente la reazione delle associazioni rappresentative delle persone con disabilità. Nelle bozze dei giorni scorsi era circolata l’ipotesi di un tetto di reddito di 25 mila euro, al di sopra del quale l’indennità sarebbe stata ridotta fino al raggiungimento del limite reddittuale. Per gli invalidi coniugati, il limite familiare era fissato a 38 mila euro. Le proteste erano state immediate: in particolare si faceva notare come l’indennità di accompagnamento rappresenti una provvidenza assistenziale, e non una fonte di reddito, dal momento che viene concessa a favore degli invalidi civili totali che non sono in grado di deambulare autonomamente o senza l’aiuto di un accompagnatore o non sono in grado di svolgere autonomamente gli atti quotidiani della vita. In sostanza la sua erogazione rappresenta una indennità concessa per quei servizi assistenziali che lo Stato non eroga. Nel testo definitivo, dunque, il riferimento a qualsivoglia tetto reddittuale è sparito. Il testo del decreto legge, che sarà portato alla firma del capo dello Stato, arriverà poi in Parlamento (probabilmente al Senato) per la conversione.

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