Maurizio Di Stefano, parliamone

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Chiude “Librando”, a Catania, fiaccata dai colpi del racket. Il titolare della libreria, denuncia di essere stato lasciato solo. Sonia Alfano critica l’antiracket. Rosario Crocetta chiede di essere più forti. E Catania guarda.

 

 

Solo. Solo, solo e basta. Solo come uno di quegli alberi che si vedono sull’Etna circondati dalla lava diventata pietra e bruciato per metà, e per metà alto. Solo, solo e basta.

Maurizio Di Stefano mi ha dato questa impressione. Arrabbiato, poi. Anzi, incazzato. Con la coppia di zeta che a pronunciarla salta fuori dalla lingua e va in giro per Catania a prendere a calci la gente che si volta dall’altra parte. Della sua libreria di via Teramo, nella città che guarda l’Etna, ne hanno parlato un po’ ultimamente. Non come si dovrebbe. Almeno stando a quanto mi ha detto.

Prima che parlasse lui, però, ho ascoltato Sonia Alfano. Pure lei arrabbiata. Le sue parole erano necessarie, perché in questa storia di carogne che vengono a chiederti di farti derubare lei si ci è calata, si è immersa fino in fondo, fino a farsi congelare le dita dei piedi. Si interessa di antiracket, Sonia, e si è interessata della storia di Maurizio e della sua libreria fatta saltare in aria con la stessa facilità con cui lui ha pronunciato un “no” in faccia alle carogne. Si è interessata e ha scritto, sul suo blog, in mezzo alle parole sulla Tav e a quelle sull’Aicon Yachts. Ha scritto: “Racconta, Di Stefano, che le associazioni antiracket cittadine non lo hanno mai contattato e che l’unico sostegno è arrivato dall’europarlamentare del Pd Rosario Crocetta. Si lamenta Di Stefano, sarà anche lui un prevenuto, un politicizzato, uno che non si accontenta mai, come quasi tutti i testimoni di giustizia. Sarà, ma sono proprio in tanti”. Pietrate, tira Sonia. E poi, per telefono, il macigno: “Ricordiamoci che c’è il racket anche nell’antiracket”. La frase volteggia per un attimo, poi precipita, e cade sui numeri che compongono il cellulare di Rosario Crocetta e di Maurizio Di Stefano. Prima di chiamarli, in ogni caso, ho ascoltato ancora lei, figlia dell’antimafia, nemica giurata dei mammasantissima; l’ho sentita dire che in questi mesi sta gestendo diversi testimoni di giustizia e tanti commercianti antiracket che si erano già rivolti alle associazioni “istituzionalizzate” e sono poi rimasti “in aria”; l’ho sentita dire che la sua segreteria “sta diventato un telefono viola” per loro e le loro richieste; l’ho sentita dire che le leggi varate in materia sono “leggi farsa, che hanno provveduto a istituire gli uffici del Commissario straordinario, ma che hanno lasciato questi poveretti più soli di prima, senza più soldi neanche per mangiare, perché qualcun’altro gestisce il denaro in maniera assolutamente discutibile. C’è gente – ha spiegato – che non ha mai preso un euro di rimborso; c’è gente che coi rimborsi c’ha pagato il racket ….”.

“Non è che l’antiracket è una sorta di mamma o di padre buono che assiste il mondo. È evidente che l’antiracket lo formiamo noi”. Rosario Crocetta, chiamato subito dopo aver sentito Sonia Alfano, storce un po’ il naso davanti alla questione della lontananza fra associazioni antiracket e taglieggiati. C’è da premettere che come la Alfano anche lui (con una storia da antimafia in trincea) si è schierato immediatamente al fianco di Di Stefano, con una denuncia che trasuda concretezza al di là dei sempre presenti attestati di solidarietà a volte importanti come un termosifone ad agosto. Solo che la questione è delicatissima: “Io non voglio assolutamente mettere l’uno contro l’altro. Non penso che il nostro compito sia quello di polemizzare o di fare a gara a chi è più bravo. Penso che il livello che ha complessivamente raggiunto Catania nella battaglia al racket è delicato. Se a Catania il pizzo lo denunciano in tanti, allora l’antiracket è forte. Se lo denunciano in pochi è debole. Catania è una città decisiva nella battaglia contro la mafia. Le associazioni sono anche il frutto dei movimenti che poi noi sviluppiamo. Il problema è che nel caso di Di Stefano ci sono stati diversi equivoci, e che Di Stefano è rimasto solo. Il mio invito a tutti è di stargli vicino”.

A osservare il ragionamento dei due europarlamentari viene fuori che le associazioni antiracket, figlie della società civile più coraggiosa, non sono icone di perfezione. Sono semplicemente umane. Altrimenti la vicenda di Maurizio Marchetta a Barcellona Pozzo di Gotto non sarebbe mai nata o sarebbe esplosa tra i tg e i fogli di giornale. Quindi Catania appare ancora debole, appare ancora quella entreneuse amata da Pippo Fava, meravigliosa, ma facile ai vizi e ai luccichii della moneta. Capace di lasciarti solo per correre altrove.

Solo. Solo, solo e basta. Maurizio Di Stefano lo ha spiegato con forza, nonostante la ripetitività della denuncia potrebbe oramai fiaccarlo. Ha la voce carica, pronta a graffiarti se credi che il problema non riguardi pure te. Perché la miseria umana del gesto che ha colpito la sua libreria di via Teramo è un fatto che riguarda ognuno di noi. Sono centinaia le persone che guardiamo negli occhi quotidianamente, all’atto di pagare qualcosa, senza immaginare che quei soldi finiranno fra le mani sporche di sangue di gente che ha fatto della cattiveria e dell’ignoranza un dio al quale votare i propri figli. Centinaia di sguardi che convivono con la paura. Molti di meno sono quelli che oppongono  un “no” sapendo che il rischio di vedere saltare in aria il frutto della propria fatica è dietro l’angolo. In due andarono a far saltare “Librando”, con la complicità della notte. Pare che le telecamere li abbiano filmati. È a causa delle loro mani che sparisce un luogo di cultura, uno di quei posti dai quali rinascere dalle ceneri della malavita. E che adesso, invece, è caduto, lui, nella cenere. Costringendo Maurizio a dirmi che lì, nell’aeroporto di Catania dove c’è un’altra sua libreria, si sente molto più sicuro. Perché lì le carogne non riescono ad arrivare. È sicuro, ma è anche solo. “La cosa che mi indigna di più è che io in tempi non sospetti mandai una mail all’associazione ‘Addiopizzo’ di Catania chiedendo un incontro, ma l’incontro non c’è mai stato. Nessuna risposta. Magari riceveranno migliaia di mail, ma neanche in questa occasione ho ricevuto una telefonata. Un conforto, una mail per parlare di quello che è successo… Niente. Né loro, né nessun altro. Tutto si è limitato ad una fiaccolata. E all’intervento di Crocetta. Per il resto, al di là dell’intervento di un esponente di un’associazione antiracket della provincia di Siracusa, ho perso le tracce di tutti”.

Già. Tutti spariti. La politica ha appena affacciato la testa, ma a volte è pure distratta. Beppe Lumia, ad esempio, ammonisce: “Attenzione: spesso lo Stato non è all’altezza del ruolo positivo che alcuni operatori economici svolgono quando sfidano a viso aperto la mafia. Non vorrei che ci trovassimo di fronte lo stesso caso di sempre”. Bingo.

Così, in attesa che arrivi il corriere per prendere la merce rimasta lì, in via Teramo, Maurizio affronta le giornate osservando il passaggio di migliaia di persone che attraversano il mondo solcando il cielo e atterrando a una manciata di metri da lui, ignare del fatto che la loro presenza colorata e confusionaria è distante lunghezze infinite dalla realtà di uno che ha detto “no” credendo di avere alle spalle un pezzo di città. Poi s’è voltato…

 

Sebastiano Ambra

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2 Commenti

  1. Per,quel luogo è stato un costante punto di riferimento culturale e umanop e piango assieme a Loro non il disastro materiale,ma quello morale dell’abbandono e dell’ipocrisia.
    Catania dorme ancora profondamente il sonno degli ingiusti e la sua classe politica e dirigente ,inetta e quindi complice,merita solo l’inferno.
    Qui,non ce la faremo mai .

  2. Per,quel luogo è stato un costante punto di riferimento culturale e umanop e piango assieme a Loro non il disastro materiale,ma quello morale dell’abbandono e dell’ipocrisia.
    Catania dorme ancora profondamente il sonno degli ingiusti e la sua classe politica e dirigente ,inetta e quindi complice,merita solo l’inferno.
    Qui,non ce la faremo mai .

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