Meriti toponomastici alle meretrici siciliane

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La prostituzione nelle città è come il pozzo nero nei palazzi: togliete il pozzo nero è il palazzo diventerà un luogo sporco e maleodorante”.

Tommaso d’Aquino

 

Dai numerosi articoli legati alla toponomastica femminile si evince come sia  piuttosto raro imbattersi in odonimi stradali che si riferiscono a donne laiche e comuni, oltre le conosciute, venerate ed apprezzate religiose e sante. Tuttavia è singolare come una piccola percentuale di una già triste esigua quantità di toponimi femminili sia dedicata a donne del popolo, assolutamente scognite e identificate dal solo nome di battesimo. Si tratta, per lo più, di proprietarie di bettole dalle note capacità culinarie e d’intrattenimento o di donne “di male affare” ma dalle rispettabili qualità seduttorie, tanto da avere, alla stregua di suberbi eroi risorgimentali e di altezzosi filosofi classici, targhe stradali a loro intitolate.

Sono spesso toponimi legati a nomi propri di donna (cortile di Lucia), vezzeggiativi (la nota Olivuzza di Corso Olivuzza o Via Filiciuzza – diminuitivi che derivano dai nomi Oliva e Felicia), o “inciurie”, cioè antichi soprannomi (Cortile la Bella, Fondaco “delli Messinesi” oggi Piazzetta della Messinese[1]), che lo studioso toponomasta Mario Di Liberto ha sapientemente studiato e descritto all’interno del suo interessante lavoro “Palermo, dizionario storico toponomastico”. Si tratta di un prezioso dizionario dove, partendo dai nomi delle strade, è possibile attingere utili informazioni, legate all’eterogenea e sfaccettata città di Palermo, e riguardanti la storia, la cultura, le arti e il “gossip del tempo”.

Tuttavia risuta inconsueto e originale come città come Palermo, in cui nomi di donne laiche e rinomate in ogni campo del sapere siano, soprattutto nel centro città, quasi del tutto inesistenti, abbondino però di nomi di donne scognite ma rinomate per possedere qualità spesso legate ad altri mestieri.

Dopo aver letto l’interessante libro dello studioso Antonio Cutrera “Storia della Prostituzione in Sicilia”, ho aggiunto un tassello in più alla mia conoscenza su Palermo; ed è per questo che oggi desidero dedicare questo articolo di toponomastica femminile alle scognite donne meretrici che hanno avuto nella storia della Sicilia e di Palermo, un, non meno, interessante ed importante ruolo.

Che l’attività di meretrice fosse uno dei mestieri più vecchi del mondo è una cosa ben nota a tutti, ma quanto effettivamente tale mestiere fosse obsoleto, è tuttavia qualcosa che solo pochi in realtà conoscono. Sebbene in un’ottica sessuofobica, derivante da una realtà tradizionale, il sesso è considerato un tabù, oggetto di vergogna e di derisione, non era così durante i tempi classici nei quali la prostituzione era considerata una pratica sacra.

La storia ci insegna che già nell’antica Babilonia le donne – sacerdotesse erano spesso costrette a prostituirsi in onore della dea Mylitta o Venere, i sacerdoti erano degli autentici ed apprezzati lenoni[2] e l’amplesso si svolgeva all’interno dei templi che erano dei veri e propri postriboli sacri.

Per non parlare dell’antico Egitto, le cui donne più belle, considerate per i templi delle reali ricchezze, venivano “generosamente” offerte alla Dea Isis. Nonostante fossero costrette per devozione a prostituirsi, erano tuttavia lautamente ripagate e onorabilmente apprezzate, tanto da vivere una vita terrena ricca di lussi e permettersi nella vita post-terrena di preservare i loro sfiniti e sfruttati corpi, all’interno di maestose piramidi.

Tuttavia la situazione già nell’antica Atene comincia presto a cambiare. Al culto sacro della Venere Pandemos, Dea del piacere e della prostituzione sacra onorata nelle antiche città di Cipro e di Corinto, si contrappone il concetto di prostituzione legale. Le donne cominciano così a distinguersi tra: donne – mogli destinate alla riproduzione della specie e donne-meretrici che, condannate alla sterilità, avevano l’esclusiva “funzione di eccitare i sensi voluttuosi degli uomini”[3].

Sulle orme dell’antica Grecia erano numerose le regioni che praticavano il culto a Venere. Nella Sicilia classica, ad esempio, era molto praticato il culto alla Venere Ericina che si professava sul monte San Giuliano, sopra Trapani. Durante il culto, che avveniva all’interno del tempio dedicato alla Dea, erano le schiave a prostituirsi e ad allietare gli spiriti dei Siculi ivi presenti e dei ben capitati forestieri “di passaggio”. Per non parlare dei Segestiani, Selinuntiani, Agrigentini, Siracusani, Ennesi che, all’interno degli antichi Templi e in compagnia dei numerosi viaggiatori punici, romani e greci, s’inebriavano di saporiti liquori prima di procedere ai voluttuosi amplessi.

Già a partire dal III secolo d.C. si registra però una battuta di arresto. La donna comincia pian piano a perdere ogni considerazione e dignità umana. Anche il lavoro della meretrice, che non ha più finalità sacre, riveste un mero scopo sociale.  Sebbene si riconosca la necessità di tale impiego, le donne dedite a tale mestiere sono tuttavia perseguitate e considerate puro oggetto di piacere e di libidine.

Nel IV-V secolo d. C., in tutta Europa, le esigue e sporadiche case di prostituzione vengono regolate da tasse. Le prostitute hanno la possibilità di condurre una vita agiata e lussuosa purché stiano segregate e non creino scandalo tra la gente. Nella fase senile della loro vita possono andare “in pensione” entrando in un qualsiasi monastero destinato ad accogliere donne “disoneste” pronte al “riscatto” e a morte sopraggiunta sono seppellite in appositi cimiteri per donne “single”.




[1] Scriverà Mario Di LIberto, all’Interno del suo dizionario storico toponomastico di  Palermo, “appare poco attendibile l’interpretazione del Piola che riferisce come << in questa piazzetta aveva dimora una donna di mal affare, la quale veniva indicata con questo nome, perché nata a Messina>>”.

[2] Lenone è un mercante di schiave personaggio del Phormio di Terenzio. L’etimologia esatta è incerta anche se può derivare dalla parola latina leno o da Lenonem (lenire render dolce, mitigare). È diventato nel tempo sinonimo di ruffiano, puttaniere,  paraninfo, ovverosia chi induce altri alla  protituzione.

[3]  Edmond DupouyLa Prostitution dans l’antiquité”, Paris, Sociètè d’èdition scientifiques, 1898

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