Messina, beni archeologici in balìa di una sorta avversa

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Ad un mese esatto di distanza, smaltito l’effetto “stupefacente” della Notte della Cultura, eliminati quasi del tutto i postumi, ecco riacquistata la lucidità, pronta a disilluderci sul fermento culturale della città di Messina.

Galleria Permanente a parte, conclusesi mostre ed esposizioni, non resta che volgere lo sguardo a quei beni culturali che sono parte integrante della città, che sono, letteralmente, le sue radici. Sono i beni archeologici, investiti del sacro compito di raccontarci la storia della città dello stretto. Un bavaglio, però, li avvolge rendendoli muti. Lo stesso bavaglio che benda i nostri occhi, rendendoli ciechi. Come in una perizia che segue il ritrovamento di un reperto, è necessario verificare quale sia la natura di questo bavaglio. Di quale materiale sia fatto, ad esempio, ed a quanto tempo addietro risale.

 

E, come spesso accade subito dopo una scoperta archeologica, diversi e discordanti sono i pareri, le convinzioni. Chi parla di un totale disinteresse verso la cultura, non solo da parte della popolazione, ma da parte dell’amministrazione stessa (che comunque non potrebbe aggrapparsi al primo per giustificare il secondo), e chi, invece, si batte per difendere un interesse reale e appassionato che viene, però, di volta in volta mandato in frantumi da finanziamenti insufficienti. Dietro questi ultimi si cela la causa, come dichiara Gabriella Tigano, sovrintendente ai Beni Culturali, della maggior parte delle sventure che hanno inesorabilmente travolto il patrimonio archeologico messinese.

A partire dalla dimenticata Tomba a Camera di Largo Avignone, rinvenuta nel 1971 sotto la scalinata che conduce alla Caserma Zuccarello, il cui valore era stato ribadito dall’allora sovrintendente alle Antichità della Sicilia Orientale, Luigi Bernabò Brea. Quarant’anni non sono bastati per renderla fruibile alla popolazione e a quei turisti che, spesso, si soffermano solo a Piazza Duomo. E mentre Franz Riccobono, presidente dell’associazione Amici del Museo, ci dice che “ad ostacolarne la fruizione è l’averne fatto un deposito di carriole e altro materiale”, il sovrintendente risponde che è stata, sì, adibita in tutti questi anni a deposito, ma di materiale archeologico come scheletri e corredi funerari, per la cui sistemazione non sono sufficienti né lo spazio nei depositi della sovrintendenza – ormai saturi – né i fondi per trovare a questi reperti una collocazione alternativa.

 

Gabriella Tigano afferma, infatti, il desiderio da parte della sovrintendenza di rendere fruibile il monumento, tanto da aver già proposto un progetto che ne prevedeva l’apertura al pubblico, ma ecco che vengono nuovamente tagliati i fondi e quindi anche le speranze che si riponevano nel progetto. “Stesso progetto che – continua la Tigano – ha visto tagliare le gambe anche alla valorizzazione del cosiddetto sito di Colapesce”. Ancora una volta lo scontro. Se Riccobono sostiene che lo scavo, come la storia di Colapesce, sia una leggenda, Gabriella Tigano conferma, invece, la presenza di reperti di valore. Tali reperti, vogliamo ricordarlo, sono stati trovati durante alcuni lavori edilizi, ed attorno ad essi il progetto stroncato prevedeva che si proseguisse la costruzione. Ricoperti da vetri, sarebbero stati fruibili dall’alto. “E affinchè sia così – dichiara con convinzione la sovrintendenza – ci si batterà ancora.

 

La copertura ipotizzata per il sito Colapesce, fa riferimento a quella già adoperata per il sito archeologico scavato dinanzi al Duomo di Milazzo, Santo Stefano Protomartire. Tornando ai giorni nostri, essendo andanti un po’ indietro nel tempo, si tratta della stessa copertura scelta per il sito archeologico di Largo San Giacomo nell’ultimo incontro tra Sovrintendenza e Comune, a dispetto di un interramento che, come dichiara il sovrintendente Tigano, “sarebbe stato vissuto come una sconfitta”.

 

Pur non di meno, non si può ancora cantare vittoria. Al contrario di quanto si potrebbe pensare, non per l’acqua che, vetro o meno, potrebbe riaffiorare continuando a regalarci il degrado a cui oggi assistiamo, perché a questo ci penserà  una pompa che, improvvisamente accesasi una lampadina, verrà presto messa in funzione per un costante intervento di bonifica. Non si può ancora cantar vittoria perché, ad eliminazione dell’acqua di risalita eseguita, bisognerà presentare un progetto per la richiesta dei fondi con i quali intervenire sull’area. Visti i precedenti, quindi, non resta che sperare in una sorte più favorevole.

Ugual speranza si ripone in merito alla tomba a thòlos di recente ritrovamento, durante un intervento edilizio, sotto gli ex Molini Gazzi. Anche in questo caso, impacchettato il reperto affinché il proseguimento dei lavori non ne danneggi la struttura, la Sovrintendenza auspica di renderla fruibile, sempre fondi permettendo, nel minor tempo possibile, corredata da un pannello didattico.

 

A questo punto bisognerebbe, certo, scavare ancora più a fondo, per vedere a quanto ammontano i finanziamenti elargiti e per cosa, nel dettaglio, questi soldi vengono spesi per vedere se si tratti davvero di mancanza di fondi, o se si tratti di scarso interesse, come sostengono alcuni, ma ci allontaneremmo, al momento, da quello che è l’attuale sito d’indagine.

Infatti, che abbia ragione l’una o l’altra “scuola di pensiero”, è sicuramente possibile affermare che i beni culturali e archeologici di Messina hanno avuto ben poca fortuna.

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