Michele Sindona: da “salvatore della lira” a “bancarottiere di Patti”.

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La busta gialla che ho tra le mani è leggera: contiene solo pochi fogli, ma pesa come un macigno sulla memoria storica della città di Patti. Proviene dalla provincia di Latina, da quelle terre che un tempo, paludose e malsane, il duce sottopose a bonifica rendendole finalmente arabili e produttive. Il mittente vive lì ormai da parecchi anni (precisamente ad Aprilia) e tuttavia nelle sue vene scorre sangue pattese, considerato che in quest’angolo di Sicilia ci è nato e cresciuto. Naturalmente ha un nome e un cognome, ma per sua manifesta volontà eviterò di renderli pubblici, pertanto, come lui stesso mi ha suggerito, mi limiterò a definirlo “un pattese lontano da Patti”. In fin dei conti ciò che importa realmente è il contenuto della busta: un dossier che svela l’ennesimo atto della battaglia silente di quest’uomo per l’affermazione di un sacrosanto principio etico e culturale. Una battaglia combattuta con la carta e con la penna, finalizzata a scuotere le istituzioni comunali pattesi affinché si faccia finalmente qualcosa per “onorare la memoria dell’Avv. Giorgio Ambrosoli, l’eroe borghese fatto assassinare dal purtroppo nostro concittadino Michele Sindona”.

Nonostante sia trascorso più di un quarto di secolo dalla sua morte, il nome di  Sindona riesce ancora a far vibrare le corde di molti pattesi. Da “salvatore della lira” a “bancarottiere di Patti”, Micheluzzo suscita ancora un misto di amore e odio, ammirazione e sdegno, dividendo coloro che ne vorrebbero prendere definitivamente le distanze (magari intitolando il liceo o una via o una piazza a Giorgio Ambrosoli, così come suggerito dal nostro “Pattese lontano da Patti”) da coloro che ne vorrebbero elevare la figura a simbolo dell’uomo in grado di “farsi da solo”, accumulando prestigio e potere con la sola forza delle capacità personali. Che poi si sia trattato di un potere criminale in molti casi pare non debba necessariamente costituire un deterrente (emblematico il caso di un ex assessore comunale nel cui discorso d’insediamento, tra l’imbarazzo generale, elevò Michele Sindona  a modello tipicamente pattese di abnegazione e riscatto).

Una dicotomia vecchia, mai realmente sanata, che ancora oggi qui a Patti impedisce un giudizio sereno e incontrovertibile sulla vicenda umana e professionale di quest’uomo partito da zero alla conquista di un posto nella storia … e che posto! Il “nascente astro del firmamento finanziario italiano” (I Viceré a Torino, Silvio Ori), “uno dei più geniali uomini d’affari del mondo” (Fortune), “personaggio leggendario dell’alta finanza” (Forbes), “salvatore della lira” (Giulio Andreotti), “il più geniale finanziere italiano del dopoguerra” (Business Week), nel 1974 si rende protagonista di uno dei crack più giganteschi della storia della finanza internazionale con tutti i corollari del caso: dalla vicinanza a massoneria e cosa nostra alla gestione tutt’altro che trasparente dei fondi dello IOR, dai maldestri tentativi di evitare l’estradizione in Italia a quel finto rapimento preludio del misterioso viaggio in Sicilia, fino all’ordinato omicidio del commissario liquidatore Giorgio Ambrosoli. Un mix di spietatezza e furberia che spinse un alto prelato canicattese ad affermare – allorché si trovò ad analizzare la triste vicenda di un vescovo di Patti suo conterraneo, allontanato dalla diocesi nella seconda metà degli anni ‘50 per la sua scarsa propensione ad occuparsi di faccende strettamente politiche – che il presule in questione, mons. Angelo Ficarra, si era trovato a “svolgere il suo ministero episcopale in una zona dominata da quel tristo intreccio tra massoneria, affari e mafia che vide tra i suoi principali esponenti il faccendiere Michele Sindona, nativo di Patti”.

Una bibliografia più che esauriente ci racconta oggi cos’è stato il caso “Sindona”: il caso perfetto di un uomo di potere italiano nutrito dall’ideologia del “Principe” di Machiavelli, per cui il “fine giustifica i mezzi”. Sempre e comunque.

Ma non è solo nei risvolti storici proiettati al livello “macro” che parte dei suoi concittadini hanno cercato di trarre un giudizio il più possibile obiettivo e sereno sulla figura dell’”avvocaticchio di Patti”. Questo perché la vicenda personale di Michele Sindona s’insinua decisamente tra le pieghe amene di una storia tutta locale, col finanziere nelle vesti di misterioso deus ex machina del modello di sviluppo economico, sociale e politico impostosi tra gli anni ’60 e ’80 del secolo appena trascorso in quello spicchio di terra al di là del Tindari.

Michele va via da Patti ancora giovane, dopo la guerra, con una mano davanti e una di dietro. A Messina s’inventa dattilografo, poi aiuto contabile e infine diviene impiegato presso l’ufficio imposte della città dello Stretto. Lì impara a destreggiarsi nell’intricato sistema fiscale italiano. Poi parte per Milano: luogo privilegiato per la sua scalata al potere finanziario. A Patti ci torna ogni tanto, ma è solo agli inizi degli anni ’60 che ci torna da “uomo potente”, da “benefattore”. È in questi anni che a Patti si comincia a parlare insistentemente di industrializzazione, nonostante alcuni studi curati dalla SVIMEZ (Associazione per lo sviluppo dell’industria nel Mezzogiorno) avessero tagliato fuori questa zona perché sprovvista di quelle condizioni logistiche e di mercato che ne avrebbero potuto sottolineare una certa vocazione industriale. Meglio puntare sul turismo: un clima mite, una posizione “favorevole”, un golfo e un mare stupendi, un patrimonio storico-culturale ed architettonico eccellente. Ma Michele può tutto, e se industrializzazione deve essere, industrializzazione sia.

È il prof. Giuseppe Alibrandi, ex sacerdote e acuto storico locale, a spiegare bene questo passaggio nella sua tesi di laurea dell’anno accademico 1971/72: “grazie alla mediazione personale di G. Battista Sciacca (sindaco dell’epoca), si trovò in Sindona il capitale disposto ad investire nella zona […]. Le fabbriche saranno presentate alla popolazione pattese come atti di donazione di un paesano ai paesani; atto di donazione dentro l’azienda sarà il posto di lavoro. Così il processo di industrializzazione, alla vigilia della sua nascita, sarà tarato di quel personalismo che ne impedirà la democratizzazione dei processi produttivi […]. L’operaio, legato mediante questo atto di don-azione da un vincolo personale al potere politico, riceverà la cartolina di ammonimento per aver fatto i primi scioperi. In questi fatti noi troviamo le premesse per il permanere, nella nostra società, del sottosviluppo delle strutture nonostante l’avvio dell’industrializzazione”.

Ecco dunque le fabbriche: “Walworth Alyco” e “Tyndaris”. Entrambe entrate in funzione nel 1963, la prima è specializzata nella produzione di valvole per impianti petroliferi e saracinesche in acciaio fuso, la seconda in caramelle e gomme da masticare: circa 550 unità lavorative tra uomini e donne. Una manna dal cielo. Ma a quale prezzo?

Lo totale dipendenza dal capitale monopolistico di gruppi industriali del nord genera uno sviluppo economico verticale, caratterizzato da vincoli di “dipendenza” che mascherano, dietro una sbandierata “politica di industrializzazione”, una “politica degli incentivi” non in grado di agganciare le nuove attività industriali al tessuto socioeconomico preesistente. L’espansione dell’industria ha provocato il passaggio da attività agricole e artigianali ad attività secondarie e terziarie, compromettendo seriamente il futuro sviluppo di quei settori e  favorendo al contempo il fenomeno dell’urbanizzazione, con il conseguente abbandono delle aree rurali e del centro storico in favore di insediamenti abitativi concentrati nel nuovo centro urbano e residenziale.

Da un punto di vista sociopolitico, la possibilità di reclutare senza fine manodopera a basso costo dai settori dell’artigianato e del bracciantato ha reso nulla qualsiasi rivendicazione operaia e ha legato sempre di più l’operaio alla classe politica dirigente, costringendolo ad accettare supinamente il meccanismo del clientelismo politico. La mancanza di una strutturata coscienza di classe, in forza dei  vincoli appena descritti, sembra aver contraddistinto anche le lotte sindacali del lungo ’68, trasformando le avanguardie operaie impegnate nella militanza sindacale in vittime della reazione padronale “secondata e spalleggiata – scrive Alibrandi – dai gruppi di potere più retrivi”, provocando decine di licenziamenti camuffati sotto l’etichetta dell’insubordinazione disciplinare. Le lotte per l’eliminazione delle “Zone Salariali” si sono risolte, infine, nel meccanismo delle clientele e dell’arrivismo dei capi-reparto, mobilitati in favore della Direzione per riportare gli operai all’obbedienza e all’assenso.

Dal canto suo la politica ha continuato ad esercitare un potere di controllo sulla società pattese attraverso la “donazione” del posto di lavoro, legando a vincoli personali il singolo dipendente. Un lavoratore mantenuto nella più rigida subordinazione alla politica padronale e al ricatto personalistico di una politica municipale ammantata di demagogia, mediante cui “si sposa a parole la causa operaia – si legge in un documento sindacale del’69 – mentre la si tradisce nei fatti, come sta accadendo agli attuali gruppi di opposizione che mirano unicamente al raggiungimento di fette più o meno ampie del potere e dell’ingrossamento delle loro fonti elettorali”.

Ed è verosimilmente in nome e nell’interesse delle fabbriche di Sindona che proprio nei primi anni 60’ si realizzano a Patti, dopo un accanito antagonismo durato più di un decennio, i presupposti per quell’improbabile sodalizio tra la ricca borghesia agraria e professionale della cittadina, raccolta nella lista civica della “Concentrazione pattese” (d’ispirazione liberale, anticlericale e massonica), e la locale Democrazia Cristiana stretta intorno ad un potere curiale espresso con estrema intransigenza dall’allora vescovo di Patti: mons. Giuseppe Pullano. Emblematico un carro allegorico del 1968, attraverso cui i ragazzi del liceo rappresentarono un particolare aspetto della vita politica e amministrativa della cittadina. Da una parte la figura del sindaco Sciacca; di fronte al sindaco un’aquila, simbolo della “Concentrazione Pattese”; dietro … il vescovo di Patti. Scandalo assicurato e carro sottoposto a sequestro. Secondo alcuni osservatori politici l’allegoria sarebbe servita a spiegare l’unione tra democristiani e i rappresentanti della “Concentrazione”. Che le fabbriche, gli interessi che vi sottendevano, i rapporti di potere che vi si instauravano e da cui si dipanavano fossero i principali motivi di quel tanto chiacchierato sodalizio?

Ad ogni modo, le dinamiche appena tracciate sembrano poter rivelare la persistenza di modelli di sottosviluppo che, per buona parte, affondano le loro radici proprio nella “stagione delle fabbriche” a Patti. Ciononostante permanevano i presupposti per una modernizzazione dei rapporti sociali e politici, per la nascita di una vera coscienza di classe, per l’irrobustimento del tessuto economico attraverso l’incentivazione di attività collaterali e di un efficiente indotto industriale.

Ma la storia di questo modello di sviluppo è legato ad un atto di donazione: è legato a Michele Sindona e al suo potere. Chissà cosa sarebbe accaduto se il nostro Michele non fosse morto avvelenato da un caffè al cianuro consumato nel carcere di Voghera in una mattina di marzo del 1986. Chissà se sarebbe riuscito a salvare le fabbriche. Ma queste sono solo fantasticherie. La verità è che Sindona è morto e che le fabbriche furono smantellate alla fine degli anni ’80 e trasferite al nord, lasciando gli operai in cassa integrazione e affidando alla politica il compito di elargire “contentini”, promesse d’impiego, “lavoretti tampone” a destra e a manca, perpetuando il sistema rodato delle clientele. Senza contare i settori sacrificati e ormai compromessi del turismo, dell’artigianato, dell’agricoltura.

Alla luce di questi brevi frammenti storici riesce forse più agevole comprendere l’ostinazione del nostro “pattese lontano da Patti”: non è solo questione di onestà intellettuale. Si tratta anche di riconoscere i legami storici tra Sindona, Patti e i conseguenti modelli di sviluppo economico, sociale e politico che hanno plasmato la colonna vertebrale scoliotica dell’intera comunità pattese, e da questi ripartire per cercare finalmente di raddrizzarla. Dall’altra parte si comprende anche la sordità delle amministrazioni comunali pattesi nel prendere in seria considerazione la possibilità di celebrare la figura di Ambrosoli: troppo scomoda un’operazione del genere, troppo suscettibile di urtare la sensibilità di qualcuno, magari di chi grazie all’appartenenza al “sistema Sindona” ha continuato ad oliare gli ingranaggi della politica dei privilegi, basata sul ricatto e le clientele. Infine non si può non considerare la posizione di chi vorrebbe frettolosamente tagliare i ponti col passato, minimizzando la portata di quella stagione, nella convinzione che i fantasmi del passato siano innocui e ininfluenti per la costruzione del futuro.

E tuttavia qualcosa sembra muoversi. Di recente il Presidente del Consiglio Comunale ha fatto inserire tra i punti all’ordine del giorno anche questo: “intitolazione via all’Avv. Giorgio Ambrosoli”. Vedremo quando e se sarà discusso. Che l’ostinazione del nostro “pattese lontano da Patti” abbia finalmente sortito i suoi effetti?

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