Mouchette salvata dalle acque

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“Gli uomini rifiutano i profeti e li uccidono. Ma adorano i martiri e onorano coloro che hanno ucciso.”

 

Fëdor Dostoevskij, I fratelli Karamàzov

 

Tratto da Nuova storia di Mouchette (1937), romanzo di Georges Bernanos nel quale il romanziere recupera un personaggio già presente nel suo Sotto il sole di satana (1926, alla base dell’omonimo film del 1987 di Maurice Pialat), Mouchette- Tutta la vita in una notte (Mouchette, 1967) narra le disavventure di un’adolescente alle prese con la brutalità della ambiente che la circonda.

Ogni azione, ogni momento della sua vita è contrassegnato da una negatività che non sembra avere via d’uscita: la vita in casa, con la madre malata e il padre e il fratello che contrabbandano liquori; l’ingenua invidia verso le compagne indifferenti alla sua solitudine e alle quali, come per vendetta, lancia delle palle di fango; la volgarità dei ragazzi che la chiamano “faccia di topo” e le mostrano il sesso quando la vedono passare; il lavoro da lavapiatti al bar del paese solo per guadagnare qualche spicciolo da consegnare immediatamente al padre.

Eppure Robert Bresson, stando alla scena d’apertura, sembra voler indirizzare il film verso toni speranzosi: una pernice presa al laccio da un bracconiere prenderà il volo grazie all’intervento del guardiacaccia. Subito dopo, come a voler palesare la similitudine, ci viene presentata Mouchette, con il suo vestitino sgualcito, gli zoccoli troppo grandi per i suoi piedi e le sue trecce scomposte, tenute su da due lacci.

Ma al pari dell’asinello di Au hasard Balthazar (1966), la storia della piccola Mouchette è un mosaico di dolore e sofferenza: essa funge da specchio, da finestra attraverso la quale Bresson può rivelarci una realtà contrassegnata dalla presenza del male e dall’assenza della misericordia e della pietà. Proprio come Balthazar e la sua padroncina Maria, Mouchette è costretta a subire le pressioni che provengono dall’esterno, assumendo sulle proprie spalle il peso di un esistenza misera, fatta di violenza, egoismo e aridità sentimentale.

La vediamo a scuola (in una di quelle classi che da Jean Vigo a François Truffaut assumono l’aspetto di un carcere) stare in silenzio mentre le compagne intonano una canzone.

Costretta dalla maestra a cantare a sua volta, Mouchette, con la testa china sui tasti del pianoforte, fa udire la sua voce angelica e al contempo stonata.

Una breve sequenza con poche ed essenziali inquadrature basta a Bresson per mostrarci sin da subito la condizione della ragazza: una voce fuori dal coro, emarginata, impossibilitata a dialogare con gli altri. Sarà così per tutto il film e – la scena al luna park, con lo schiaffo che il padre le da perché sta per flirtare con un ragazzo, ne è forse l’esempio più chiaro – ogni tentativo di socializzare è frenato dal contingente.

Una realtà statica ed opprimente, che esisteva già prima dei titoli di testa e che continuerà ad esistere anche dopo la fine del film e alla quale non ci si può opporre.

È l’ineluttabilità della sua condizione esistenziale a caratterizzare Mouchette e, del resto, quello della predestinazione è, almeno a partire dal Diario di un curato di campagna (1951, tratto sempre da Bernanos), il tema dominante nella filmografia di Robert Bresson: dal Fontaine di Un condannato a morte è fuggito (Un condamné à mort s’est échappé/Le vent souffle où il veut, 1956) alla santa martire del Processo a Giovanna d’Arco (Procès de Jeanne d’Arc, 1962) e dal somaro di Au hasard Balthazar fino agli ultimi capolavori, i personaggi bressoniani hanno la vita segnata da un destino che li sovrasta e al quale essi non possono non assoggettarsi.

Pur tuttavia, questa ineluttabilità, per quanto possa apparire dolorosa, assume in Bresson il senso di una liberazione da una condizione negativa tutta immanente. È un paradosso: il pessimismo di fondo che accompagna i film del regista viene capovolto per lasciare spazio all’idea che l’unico modo per rifuggire il male è assecondare il proprio destino, anche a costo della propria vita.

È uno spostamento dal piano del sensibile a quello del trascendentale.

E così è per Mouchette: gli avvenimenti precipitano e il male sembra aver deciso di scatenare tutte le proprie forze contro l’indifesa ragazzina.

La notte passata nella capanna del guardiacaccia che, nonostante sia ubriaco e in preda ad attacchi epilettici, inizialmente le si mostra gentile e premuroso, sancirà la definitiva perdita di innocenza da parte di Mouchette e il disinganno che ne consegue: in questo mondo, in cui la grazia sembra essere perduta, non c’è spazio per l’altruismo fine a sé stesso e il guardiacaccia non può che approfittare della ragazza.

L’innocenza perduta nello scontro con il mondo, allora, non può che trasformarsi in sfregio e vendetta, in cattiveria apparentemente ingiustificata: con la morte della madre, Mouchette sembra aumentare il proprio disprezzo verso gli altri (“Vi odio tutti!”) e si vendicherà dell’ostentata bontà di chi le offre aiuto. Un disprezzo che risponde con parole volgari – “Merda” – all’elogio funebre che il padre consacra alla madre e che si oppone agli occhi delle vedove che vanno in chiesa e la fissano, alle parole ostentatamente gentili della bottegaia che si mostra sin troppo dispiaciuta per la recente perdita, ai doni – un lenzuolo che funga da sudario per la defunta e dei vestitini per la ragazza – che le porge l’anziana chiusa nel suo culto smodato dei morti.

Ma questi tentativi di opporsi, di contrastare una realtà che non le appartiene, saranno futili: a Mouchette – come Giovanna d’Arco, come Balthazar – non resta che accettare il suo ruolo di martire e santa, assecondando fino in fondo il proprio destino: soccombere in un mondo sul quale non veglia più la grazia divina.

Così, la battuta finale di un Diario di un curato di campagna (Journal d’un curé de campagne, 1951) – “Che importa? Tutto è grazia.” – cambia di segno: adesso dio appare assente, indifferente al tragico destino delle sue creature.

Troppo piccola per essere adulta e troppo grande per essere bambina, Mouchette ha aperto gli occhi su se stessa, sulla propria condizione, ma senza compatirsi. Si allontanerà dal centro abitato e, indossato un abito chiaro donatogli dalla vecchia, quasi come fosse un gioco, comincerà a rotolare verso la riva di un fiume.

Mouchette appare pienamente cosciente di quello che sta per fare e forse è per questo che allungherà la mano verso un contadino, nella speranza che egli possa fermarla. Ma l’uomo non reagisce, la guarda solamente, come tutti gli altri, senza fare o dire nulla di concreto per aiutarla.

Così, la pernice che fuggiva all’inizio del film ha lasciato il posto ad una lepre straziata dai pallettoni di tre cacciatori. È un presagio.

Se la grazia non c’è più, se non c’è più la speranza, allora l’unica via per la salvezza è accettare la propria sorte.

Bresson non ci mostra il momento clou della scena, con una di quelle ellissi che contraddistinguono il suo stile registico ci lascia, sulle note del Magnificat di Monteverdi, a contemplare gli anelli che il corpo di Mouchette hanno prodotto sulla superficie dell’acqua: possiamo solo immaginare il suo corpo che, come una goccia immessa in un fiume, viene travolto dalla corrente.

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