Nel cuore dell’Europa

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Nel cuore dell’Europa dei 27, nella primavera del 2011, si assiste a scene che paiono rievocare i fantasmi di un secolo scorso che ricordiamo bene per i visi, le scapole, i muscoli usciti come fumo da docce assassine. O che forse non ricordiamo affatto. Ogni anno questa Europa si unisce nel silenzio, per commemorare nel comune cordoglio il dramma della Shoah, ma della guerra, della distruzione che i regimi totalitari novecenteschi hanno saputo piantare in un mondo che si sentiva già salvo, che vedeva nella neonata Società delle Nazioni il mezzo per la pace, per la celebrata “sicurezza”, perché gli orrori della grande guerra non tornassero a colpire l’Europa, il mondo. Era questo il continente che vedeva prima abbattersi come un flagello il golpe spagnolo, la guerra civile, e la dittatura del Caudillo, e, in seguito, l’avanzata dei nuovi regimi, nei nuovi signori della guerra, i nuovi padroni del fulmine, tutti giunti al potere piuttosto facilmente, piuttosto lecitamente.

Oggi è ancora l’Europa che teme, impotente contro le nuove forze dell’estrema destra internazionale, che spingono forte alle elezioni, nei consensi, nelle politiche impregnate di forti accenti totalitari. Conservatori dicono loro. Nazionalisti. Tradizionalisti dicono. Xenofobi. Identitari.

Il 17 aprile si chiudono le urne per le ultime elezioni politiche finlandesi, con la “sorpresa” – a dire il vero poco sorprendente – della conquista di 39 seggi (19% dei voti) nel Parlamento da parte del partito politico dei “Veri finlandesi” (True Finns), che da qualche anno ha fondato con chiarezza la sua politica su due questioni: Europa e immigrazione, con chiari accenti di rifiuto da entrambe le parti. Meno incentivi agli immigrati, meno immigrati – da chiarire che il tasso di immigrazione finlandese è 3.1%, e la popolazione immigrata è principalmente europea – meno soldi all’Ue. Sembra di sentire Umberto Bossi, invece è Timo Soin, leader del movimento nazional (fortunatamente, fino ad ora poco socialista) finlandese. Ma l’affermazione dei partiti di estrema destra, che bene hanno saputo raccogliere il disagio elettorale di fronte le eurodelusioni degli ultimi anni, non si limita alla penisola scandinava, ma investe anche il centro forte della casa europea, a partire dallo Jutland, dove il governo di centrodestra del Venstre si poggia sull’apporto fondamentale del Dansk Folkeparti (“Partito Popolare Danese”, definito da fonti ANSA come «ultraconservatore»), che alle ultime elezioni politiche ha ottenuto 24 seggi (14,6% dei voti). Il leader qui si chiama Pia Kjaersgaard, ma il pensiero non cambia. E se in Belgio i separatisti di “Interesse Fiammingo” (Vlaams Belang) perdono terreno rispetto alla destra più moderata (?) della “Nuova Alleanza Fiamminga” (Nva) di Bart de Wever, in Francia, il Front National della figlia d’arte Marine Le Pen pare attestarsi intorno al 22% nei sondaggi dei media transalpini. Spostandoci un po’ più a nord, il Pvv (“Partito delle libertà”) olandese di Geert Wilders, degno erede dell’estrema destra anti-Islam della Lista Pim Fortuyn è oggi il secondo partito del Paese, essendosi rafforzato progressivamente nelle elezioni europee del 2009, ed in quelle politiche del 2010. Accomunati dalla difesa dei valori occidentali contro «l’islamizzazione della società europea» sono anche i “Democratici” di Svezia, che un modesto 5.7% dei consensi riescono a poggiare ben 40 chiappe – di venti rispettivi individui – nel Parlamento di Stoccolma. Meno pericolosi – e certamente meno ambiziosi all’interno di un contesto fortemente moderato almeno dalla Glorious Revolution del 1688 – sembrano il British National Party e l’Ukip (UK Indipendence Party) britannici, che – pur non possedendo alcun seggio in patria – fanno sedere rispettivamente 2 e 12 membri a Strasburgo. Più vicini a noi certamente gli amici dello Schweizerische Volkspartei svizzero, vincitore assoluto degli ultimi due referendum  di iniziativa popolare sulla proibizione di costruire minareti ed il rimpatrio automatico degli stranieri che commettano crimini, ed il cui leader, Ueli Maurer è tuttora capo del Dipartimento federale di giustizia e polizia. Situazione non molto diversa in Austria, dove l’Fpo (ennesimo “Partito delle Libertà) e il Bzo (“Alleanza per il Futuro”) del deceduto Jorg Haider rappresentano insieme il 28.2% – con 55 seggi nel Nationalrat – dei cittadini austriaci, rinvigoriti dall’annullamento delle sanzioni Ue assegnate per la presunta «politica estremista di destra» della repubblica austriaca. Leggermente ad est la realtà non è molto diversa, al punto che in Romania il Partidul România Mare (“Partito della Grande Romania” – quella fra le due guerre mondiali, successivamente impoverita da Urss e Bulgaria) fonda la sua azione sullo slogan «Cristiani e patrioti per liberare il Paese dai ladri!». Sembra di sentire parlare Borghezio dei rumeni immigrati in Italia.

Ma è nel cuore dell’Europa, dell’Europa dei 27, che si assiste a qualcosa di imprevisto, qualcosa che soltanto pochi anni fa’, a Maastricht, pareva follia, invenzione. Incubo. È l’Ungheria a regalarci questa nuova sorpresa, ampliamente prefigurata dalla schiacciante vittoria del Fidesz – Magyar Polgári Szövetség alle ultime elezioni politiche del 2010,nelle quali il partito populista e conservatore magiaro ha ottenuto la maggioranza assoluta dei voti, e i 2/3 delle poltrone del Parlamento. E così oggi, nella primavera del 2011, ci troviamo a parlare di una nuova Costituzione – che per ora, causa alcuni difetti di forma, non abroga la precedente – in Ungheria, una Costituzione accusata da Amnesty International di violare «le norme internazionali ed europee dei diritti dell’uomo», definita dalla stragrande maggioranza dei quotidiani europei come «ultraconservatrice», approvata con 262 voti favorevoli, 44 contrari ed un’astensione dal Parlamento di Budapest. Dio, il Cristianesimo, la Nazione; questi gli elementi fondanti della nuova Costituzione, che si inserisce in un progetto di ampio respiro del governo di Viktor Orban, che già si era manifestato nelle leggi di censura di qualche mese fa’. Non vi è modo migliore, tuttavia, di parlare di tale Costituzione, se non attraverso le parole di chi la esalta: in questo caso Paolo Deotto, dalle righe di Riscossa Cristiana.

«Pensate un po’: la nuova Costituzione magiara contiene un preambolo in cui si dichiara che “Dio e il cristianesimo… …sono gli elementi unificanti della nazione”. Ohibò. Poi ci sono altre cose terribili. Si arriva a dire che la vita del feto va protetta dal momento del concepimento, il che significa un futuro divieto dell’aborto. Brivido. […] E poi, altre norme che limitano il potere della magistratura» – sottomettendola al potere esecutivo, aggiungo io…e che sarà mai caro Deotto, quando c’era Pio IX mica esisteva la divisione dei poteri, eppure in chiesa si poteva andare tranquillamente – «e altre che identificano la nazione politica con la nazione etnica» – un passaggio simile si può trovare nelle leggi di Norimberga del 1935, che, per chi fosse stato in clausura a Port-Royale per questi ultimi settantacinque anni, furono il primo passo per l’Endlösung (la soluzione finale della questione ebraica). Se questa è la riscossa cristiana, preferivo il “non expedit”. È l’Ungheria, l’Ungheria della «nazione etnica», delle ronde per le strade di Gyöngyöspata, dei campi d’addestramento del Véderö, organizzazione paramilitare fortemente legata a quel Jobbik Magyarországért Mozgalom (“Movimento per un’Ungheria migliore”), che con la sua politica xenofoba, omofoba ed antirom, ha ottenuto il 16.7% dei voti alle elezioni politiche dello scorso anno, presentandosi per la prima volta in Parlamento. Un campo d’addestramento di tre giorni per questi “movimenti panmagiari”, che, all’ombra di un governo particolarmente distratto, e con alle spalle una nuova bella Costituzione che consente il possesso di armi anche senza licenza – magari per difendere la «nazione etnica» – ha obbligato la Croce Rossa Internazionale ad operarsi in difesa della minoranza zigana di quei luoghi, portando 277 fra donne e bambini in un luogo più sicuro, lontano dalle milizie della Guardia Ungherese come dalla neonata gendarmeria del Jobbik, definita “Terrore bianco”, in ossequio alle squadracce che un secolo addietro perseguitavano. ebrei e socialisti. Da mesi questi territori sono oggetto di pogrom in stile Porajmos nazista, con la polizia che non interviene ed il governo che si diverte a definire come una «gita pasquale» lo spostamento forzato della popolazione zingara, vittima degli abusi razzisti del nuovo hitlerismo in fasce. Questo succede in Ungheria, questo succede in Europa.

Noi in fondo siamo fortunati, perché, a parte gli sproloqui di Assunta Almirante, i brindisi alla memoria di Hitler di qualche sconosciuto consigliere comunale del Pdl, le ossessioni per il sole delle Alpi di un eccentrico sindaco del Nord, e qualche – seppur grave – episodio, abbiamo ancora una cosa a difenderci. La Costituzione. Teniamola stretta, finché possiamo.

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