Non chiamateci “razzisti”. “indifferenti” è meglio.

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Patti. Vigilia di Natale. Ore 7,30. Nella chiesa San Nicola di Bari in piazza Niosi un 42enne di nazionalità indiana è raccolto in preghiera quando d’un tratto gli si avvicinano due giovani: 29 anni uno, 20 l’altro, ambedue residenti a San Giorgio, grossa frazione marinara di Gioiosa Marea. I ragazzi, fingendosi agenti di polizia, intimano all’uomo di seguirli fuori dall’edificio di culto. E in un attimo lo stupore cede il passo alla paura: i due non indossano divise, non mostrano alcun tesserino e il loro fiato sa di alcool, implicita testimonianza di una notte trascorsa a fare bagordi. In men che non si dica l’indiano viene trascinato fuori dalla chiesa. A niente valgono i disperati tentativi di rimanere aggrappato alla ringhiera che cinge l’atrio d’ingresso del tempio. La macchina su cui viene caricato a forza schizza via veloce lungo la strada che conduce dal male al peggio: è lunga solo quattro chilometri e il peggio si trova in località Vigna Grande, poco distante dal centro abitato. Qui i due giovani, dopo aver sottratto alla vittima cellulare ed effetti personali, la immobilizzano in una gomma d’auto. Il resto sono botte da orbi: un valzer di calci e pugni bloccato appena in tempo da una pattuglia di carabinieri giunta sul posto dopo provvidenziale segnalazione. L’indiano rimane accasciato al suolo, dolorante al busto e agli arti, mentre i due tentano di darsi alla macchia sgattaiolando via per la campagna, ma sono presto raggiunti ed arrestati. Dovranno rispondere di sequestro di persona, rapina e lesioni personali.

Immediatamente la notizia fa il giro di tutti i quotidiani on-line della provincia, i quali, nella stragrande maggioranza dei casi, si limitano a copiare ed incollare il comunicato stampa diramato dalle forze dell’ordine. Ma il fattaccio ha tutte le credenziali per trasformarsi in notizia che scotta, non fosse altro per il fatto che la vittima del pestaggio è un extracomunitario. Ed ecco che il Tgr, “La Repubblica. it”, il foglio elettronico de“L’Unità” e altre testate on-line regionali e nazionali lanciano la notizia di un probabile “raid razzista nel messinese”. A questo punto, dopo l’iniziale inspiegabile silenzio, la comunità pattese s’indigna e il social network più in voga del momento diviene cassa di risonanza di un moto d’orgoglio tutto provinciale: “Repubblica è un giornaletto da quattro soldi!”. “Patti non è città razzista!”. “È stata solo una bravata!”. “Sono due ragazzi per bene!”. Copione visto e rivisto, fedele riproposizione di un endemico complesso d’inferiorità di stampo meridionale che tende ad identificare nell’assunto “raid razzista” un’operazione di bassa lega giornalistica volta allo screditamento tout court della categoria “Noi povera gente del sud”. In realtà dietro quel lancio d’agenzia non c’è nulla di discriminatorio, nulla che possa far pensare ad un’operazione volta ad offrire una chiave di lettura del tipo “Sud razzista e violento/ Nord xenofilo e pacifico”. A ben vedere la scelta – tutta mediatica – di evidenziare l’improbabile movente razzista del raid risponde alle consuete logiche di sensazionalismo di cui ci ciba, voracemente, tanta stampa nazionale. E del resto la follia xenofoba di Casseri che il 13 dicembre a Firenze apre il fuoco contro alcuni venditori ambulanti senegalesi uccidendone due e l’assalto al campo rom di Torino per vendicare uno stupro fantasma, per citare solo i fatti più eclatanti, bruciano ancora appena sotto le calde ceneri di un problema sociale tutto italiano, avvolto nel clima plumbeo e schizofrenico di un allarmismo strisciante gestito a colpi di decreti sicurezza e di CIE. E in un tale contesto la stampa, che nutre l’opinione pubblica e dell’opinione pubblica si nutre, ha buon gioco nel mantenere desta l’attenzione su una delle le tematiche più dibattute negli ultimi tempi.

Ecco perché, verosimilmente, il pestaggio di due giovani ai danni di un 42enne, avvenuto nella remota provincia meridionale, non desterebbe in alcun modo l’interesse dei media nazionali. Senonché il 42enne è un indiano, un extracomunitario: e allora tutto cambia. La notizia ha le potenzialità di una bomba e le sapienti mani del giornalista Ansa conoscono bene il modo d’innescarla. Il movente razzista è solamente una delle tante piste battute dagli investigatori e tuttavia è l’unica a cui il giornalista decide di dar credito, perché è l’unica, in fondo, a fare notizia.

Gettato l’amo il pesce abbocca e più la notizia fa il giro dei fogli elettronici nazionali più la comunità virtuale della piccola Patti si accanisce: “La nostra città non è razzista!”, come se il gesto dei due sconsiderati, nell’eventualità remota che fosse di matrice razzista, debba necessariamente rappresentare – e poi chissà per quale oscura legge della fisica – il modo di sentire di un intero paese. “Giornalisti culattoni e marchettari”, scrive un altro. “I veri razzisti sono loro che incentivano raccolte fondi per gli alluvionati della Liguria dimenticandosi di Barcellona” scrive un altro ancora. E mano a mano, commento su commento, si è già perso il focus che avrebbe dovuto alimentare una conversazione quantomeno dotata di senso. Qualcuno lo fa notare, cerca di raddrizzare il tiro, di spostare l’attenzione su ciò che senza mezzi termini si può definire il tratto più evidente della deriva socioculturale a cui la cittadina pare essersi abbandonata. Ma a questo punto i commenti scemano gradualmente e l’argomento perde attrattiva: pratica archiviata.

Nell’esasperata ostentazione di un miope campanilismo ciascuno si perde nell’autocelebrazione di una cittadina per bene, ospitale, scevra da sentimenti razzisti e pratiche violente, mentre nessuno si domanda come stia la vittima, quale sia il suo nome, cosa faccia nella vita, quale sia il suo rapporto con gli autoctoni e cosa pensi di tutta questa tragica vicenda. La comunità si chiude su stessa, ancora una volta impermeabile a tutto ciò che non scardini direttamente quei codici stratificati e custoditi nel confortevole recinto del “Noi”. L’accusa di razzismo è grave perché mina la reputazione di bravi e onesti e pacifici cittadini pattesi; l’atto del pestaggio è deprecabile e, al tempo stesso, difficile da masticare e digerire: “Due giovani per bene, com’è  potuto accadere?”. “Due brave persone, com’è possibile?”. E nel frattempo si minimizza un’escalation di violenza che negli ultimi anni ha raggiunto livelli preoccupanti. Tutto il resto è noia, silenzio assordante. Lo stesso silenzio che contraddistingue la politica tutta, compreso chi da Palazzo dell’Aquila, tra gli scranni del Consiglio Comunale, avevo posto l’esigenza d’istituire una consulta degli extracomunitari; lo stesso silenzio che avvolge anche quella parte più dinamica della società civile pattese rappresentata dall’associazionismo. Nessun comunicato ufficiale di condanna, nessun gesto di solidarietà concreta, niente di niente.

È razzismo questo? Certo che no. È xenofobia? Men che meno. È diffidenza? Forse. È indifferenza? Sicuramente.

Eppure a Patti la comunità indiana è, tra quelle straniere, la più consistente in termini numerici. I regolari censiti nei registri dell’anagrafe risultano essere, ad ottobre 2011, 148 : l’1,13 % circa della popolazione totale. Le donne sono 55, gli uomini 93, e la maggior parte di loro è impegnata nell’assistenza ai nostri anziani. Giunti a Patti attraverso la mediazione della Chiesa, negli anni hanno ripopolato i vecchi quartieri del centro storico, tra i cui vicoli si spandono ormai da tempo gli aromi pungenti delle spezie d’Oriente, specie di domenica quando la comunità si riunisce e s’ingrossa degli indiani provenienti dagli altri comuni della fascia tirrenica e del comprensorio nebroideo. Nei giorni di festa l’antica piazza Mercato, vero e proprio centro d’aggregazione della comunità, è un mosaico variopinto di Sari. Dopo la messa donne e uomini si riuniscono in gruppi sparsi tutt’intorno alla fontana del Calice. Ne avvicino un paio. Mi presento. Nei loro occhi leggo diffidenza. Gli chiedo se sono al corrente di ciò che è accaduto pochi giorni prima ad un loro connazionale: la diffidenza cresce. Cerco di rompere il ghiaccio: ci riesco. Gli spiego che sono solo curioso di conoscere il loro punto di vista sulla faccenda. Nel loro italiano stentato mi raccontano che vivono a Patti da circa tre anni e che lavorano come badanti, mi spiegano di essere al corrente del pestaggio ma che ne sconoscono i motivi. La vittima è un loro conoscente: mi informano che è arrivato in paese solo da qualche mese, che per adesso è ancora in ospedale e che ha una paura da matti. «Italiani pazzi !», mi dice sorridendo uno dei due, ma al di là della battuta lo sgomento per ciò che è successo ce l’ha stampato in faccia. Lo stesso sgomento che colpì la comunità indigena quando venne fuori la notizia del tentativo di molestie da parte di un indiano ai danni di due adolescenti pattesi.

Prima di lasciarci mi danno il numero di Tomas: mi comunicano che vive a Patti da parecchi anni, che padroneggia l’italiano molto meglio di loro e che per questo potrebbe fornirmi qualche elemento in più. Lo chiamo. Mi presento e gli spiego cosa m’interessa sapere. Nel filtro impersonale dell’apparecchio la diffidenza di Tomas scorre ancora più netta. Per tre volte mi chiede come abbia fatto ad avere il suo numero, chi me l’abbia girato. Riesco comunque ad instaurare una qualche comunicazione: mi racconta che vive a Patti da più di dieci anni. Ha una moglie e tre figli, due nati a Patti, uno a Mistretta. «Questa è la loro terra. Non hanno mai visto l’India», mi spiega. È preoccupato per ciò che è accaduto: «in dieci anni non era mai successo niente di simile. Non abbiamo mai avuto paura. Adesso si!». Sulle cause del pestaggio non si sbilancia, m’informa solo d’aver fatto da interprete alle forze dell’ordine, di avergli tradotto dall’hindi all’italiano la ricostruzione dei fatti raccontata dal suo connazionale. Per il resto non vuole noie: mi spiega che ha una famiglia da tutelare, che non ha intenzione di finire nei guai e che qualsiasi dichiarazione verrà concordata durante l’assemblea convocata dall’associazione che difende i loro diritti. Prima di agganciare è lui a rivolgermi una domanda: mi chiede sarcasticamente quale possa essere il cavillo burocratico che tiene parcheggiata a Roma la salma, diretta in India, di un suo connazionale ucciso ad Ucria da un’auto pirata mentre faceva jogging. Penso tra me e me che siamo sempre i soliti, ma non glielo dico. Ci salutiamo.

Rimango per qualche secondo con la cornetta appoggiata all’orecchio e nel ritmo cadenzato e regolare dei “bip” che segnano l’assenza di comunicazione ritrovo lo stesso tono monocorde che racconta la miope percezione del sé di una piccola comunità provinciale tutta intenta a smacchiarsi il pedigree, ma non ancora in grado di captare le frequenze di quel gran sommovimento di popoli che scorre, incessante, sotto i suoi indifferenti occhi.

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