Nuovo accordo Italia-Libia: ancora a rischio i diritti umani

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Ci risiamo. Secondo quanto apparso nel rapporto SOS Europa pubblicato oggi da Amnesty International, il governo italiano avrebbe firmato (in Aprile) un nuovo accordo, e per di più segreto, con il Consiglio di Transizione Nazionale libico. L’obiettivo sarebbe quello di arginare i movimenti migratori in provenienza dalle coste del Nord Africa, come se stessimo subendo un’invasione barbarica. Oramai la retorica dell’afflusso di massa ha inevitabilmente contagiato istituzioni e opinione pubblica, nonostante soltanto il 2% delle persone che fuggono dalla Libia arrivi in Europa.

Qual è dunque la necessità di un simile accordo in questo frangente? Per quale motivo il governo italiano non vuole rendere pubblici i termini dell’accordo? Che vi sia una violazione dei principi iscritti nei cataloghi giuridici posti a tutela dei diritti fondamentali? Con queste domande, faccio mie le legittime preoccupazioni sollevate da Amnesty, che chiede all’Unione Europea di stare dalla parte dei migranti.
Io ho  intenzione di rispondere a quest’appello con forza e determinazione e di mettere al servizio della causa tutti gli strumenti di cui dispongo. Il mio primo passo consisterà nella predisposizione di un’interrogazione parlamentare alla Commissione e al Consiglio, per capire come sia possibile che il governo di un Paese come l’Italia continui a stringere accordi con uno Stato che, nonostante la fine della dittatura, non ha ancora avviato il processo di adesione alla Convenzione di Ginevra e relativo protocollo riguardanti lo status dei rifugiati.
Come ribadito spesso dal Commissario europeo per l’Allargamento e la Politica di Vicinato, Štefan Füle, l’Unione Europea si aspetta che i 27 Stati Membri adempiano agli obblighi internazionali derivanti dai trattati o dalle convenzioni che essi hanno sottoscritto e ratificato, tra cui la stessa convenzione ONU del 1951, e rispettino i principi fondanti, quali quello di  non-respingimento dei migranti che necessitano una protezione internazionale. L’Unione europea deve quindi promuovere un approccio globale alla migrazione con i Paesi del vicinato meridionale.
Inoltre, la Convenzione europea dei diritti dell’Uomo e la Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea pongono il rispetto della dignità della persona e delle libertà fondamentali alla base del testo. La ratifica del Trattato di Lisbona e la successiva adesione dell’Ue alla Convenzione hanno reso questi strumenti giuridicamente vincolanti. Stando così le cose, non ci troviamo più di fronte a un caso di mera sensibilità istituzionale – che dal mio punto di vista rappresenterebbe comunque condizione sufficiente per astenersi dal mettere in atto determinate pratiche – ma di banalissimo rispetto della legge a cui noi tutti siamo tenuti!
L’Italia ha da poco scontato l’onta della condanna da parte della Corte Europea dei Diritti Umani per aver respinto, nel 2009, 24 ricorrenti appartenenti a un gruppo di circa 200 persone. Si trattava in quel caso di violazione del principio di non respingimento che il nostro governo aveva bellamente ignorato.
Sarebbe oggi una grande sconfitta per il nostro Paese se dovessero ritornare ad aleggiare le ombre gettate dalla gestione Maroni. La costruzione di uno spazio di sicurezza libertà e giustizia – per cui noi stiamo lavorando alacremente nell’ambito della Commissione CRIM – si fonda sul principio della fiducia reciproca tra gli Stati, sancito dal Programma di Stoccolma. La credibilità e l’affidabilità di un Paese si costruiscono anche su queste basi e mi auguro che i nostri governanti ne siano pienamente consapevoli.
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