Omaggio a Pier Paolo Pasolini

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Del mondo antico e del mondo futuro

era rimasta solo la bellezza, e tu,

povera sorellina minore,

quella che corre dietro ai fratelli più grandi,

e ride e piange con loro, per imitarli,

e si mette addosso le loro sciarpette,

tocca non vista i loro libri, i loro coltellini,

 

tu sorellina più piccola,

quella bellezza l’avevi addosso umilmente,

e la tua anima di figlia di piccola gente,

non ha mai saputo di averla,

perché altrimenti non sarebbe stata bellezza.

Sparì, come un pulviscolo d’oro.

 

Il mondo te l’ha insegnata.

Così la tua bellezza divenne sua.

 

Dello stupido mondo antico

e del feroce mondo futuro

era rimasta una bellezza che non si vergognava

di alludere ai piccoli seni di sorellina,

al piccolo ventre così facilmente nudo.

E per questo era bellezza, la stessa

che hanno le dolci mendicanti di colore,

le zingare, le figlie dei commercianti

vincitrici ai concorsi a Miami o a Roma.

Sparì, come una colombella d’oro.

 

Il mondo te l’ha insegnata,

e così la tua bellezza non fu più bellezza.

 

Ma tu continuavi ad essere bambina,

sciocca come l’antichità, crudele come il futuro,

e fra te e la tua bellezza posseduta dal potere

si mise tutta la stupidità e la crudeltà del presente.

Te la portavi sempre dentro, come un sorriso tra le lacrime,

impudica per passività, indecente per obbedienza.

L’obbedienza richiede molte lacrime inghiottite.

Il darsi agli altri,

troppi allegri sguardi, che chiedono la loro pietà.

Sparì, come una bianca ombra d’oro.

 

La tua bellezza sopravvissuta dal mondo antico,

richiesta dal mondo futuro, posseduta

dal mondo presente, divenne così un male.

 

Ora i fratelli maggiori finalmente si voltano,

smettono per un momento i loro maledetti giochi,

escono dalla loro inesorabile distrazione,

e si chiedono: «È possibile che Marilyn,

la piccola Marilyn ci abbia indicato la strada?»

Ora sei tu, la prima, tu sorella più piccola,

quella che non conta nulla, poverina, col suo sorriso,

sei tu la prima oltre le porte del mondo

abbandonato al suo destino di morte.

 

Pier Paolo Pasolini, Poesie per musica, in Tutte le poesie, II, Meridiani, Milano 2003

 

 

Innocenza è una parola retorica. Oggi. Oggi vuota probabilmente perché abusata, come del resto lo è la stessa idea di ‘abuso’.

 

Siamo in una società rapace che si appropria della bellezza dei suoi figli per ritoccarsi la maschera. Per iniettarsi botulino e ingannare il respiro della morte. Ruba o sporca ciò che è ancora incontaminato per portare avanti il suo stendardo, il suo ideale di plastica. L’odore di petrolio e dei soldi, l’odore dell’amuchina. Guanti in lattice e bisturi. Il mito dell’uomo ricco che si fa da sé. La negazione dell’autenticità per la diffusione di falsi: falsi estetici, falsi storici, falsi etici che permettono di dissimulare la pochezza. È la vittoria dell’illusione, del simulacro. Non ci sono più i cattivi di una volta, quelli veri, quelli pieni.

 

È una società che mangia e divora. E lascia a proscenio le sue vittime, perché diventino immense nella loro sofferenza. Una società che idolatra e lascia idolatrare i propri figli in croce così da nascondere tra le urla il proprio nome, la propria colpa. E si ciba di questi dolori, che divengono spudorati, da copertina. Un vero culto.

Malati terminali. Omicidi. Incidenti stradali. Morti in guerra. Violenza. Stupri. ‘Mi ha fatto impressione’. E ci si sente sollevati: ‘Sono ancora vivo. Sono ancora buono. Non è colpa mia’. Ed è come una libido, una forma di eccitazione. Così a volte la denuncia ha l’amaro retrogusto della pornografia. Un volto pesto è un volto brutto. Porta tutta la bruttezza di chi lo ha deturpato. L’abuso dell’innocenza è divenuta una cosa quotidiana, un argomento da salotto, da parrucchiere o da bar, da discutere tra una messa in piega e un caffè, un argomento dall’odore di cipria e biscotti da tè. (E la quotidianità è routine… e la routine è una forma di legittimazione).

 

È una società pedofila. Della pedofilia peggiore quella incestuosa. Che stupra i suoi figli per annientare qualcosa che rischia di essere ‘meglio’. È una madre invidiosa della figlia, è lo zio che fa sperimentare giochi perversi ai nipoti. È quel corridoio buio, quella cantina piena di scatole e rumori. È il senso di colpa che si innesta subito dopo e che non abbandona più…

Siamo figli sbagliati. Siamo figli cattivi. Seduttivi e cattivi. Cerchiamo l’espiazione nell’obbedienza.

 

Tutto sembra così lontano dalla Natura. Da quella stessa Natura potente, tanto potente da poter essere ancora ‘malvagia’, ingiusta agli occhi del piccolo islandese. Siamo figli lontani dal Tempo – di vita e morte – scandito in una dimensione estranea e altra. Nutriamo di sostanze artificiali il nostro corpo e la nostra anima.

 

Facciamo sogni di giovinezza, restituitici da voci bianche, le sole che nell’arte riescono a recuperare la giusta misura di un candore che ancora in fondo ci appartiene. 

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