Padri contro figli: un futuro negato

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E’ importante ricordare che “le azioni violente non vengono

 necessariamente commesse  da individui pervertiti,

ma da persone comuni che si trovano intrappolate

 da circostanza tragiche: la maggior parte degli esseri umani

è in grado di commettere azioni violente

(Papadopulos, Cit. in Janiro, 2202 p.83).                                                                                            

 

 

 

L’uccisione da parte dei genitori dei propri figli è un dato ampiamente attestato in varie tradizioni, sul piano mitico come su quello rituale. Il tema esiste in diverse culture sottoforma di “racconto”, e nella letteratura di più civiltà del Mediterraneo, ivi comprese quelle che hanno esercitato un’influenza decisiva nel costituirsi dell’identità culturale occidentale.

Il figlicidio si presenta ad oggi come un topos dalle radici antiche e, nella sua rappresentazione mitologica piuttosto che biblica, acquisisce valori e significati differenti a seconda dell’identità di genere del genitore che lo compie.

 

Emblematici a proposito due esempi, quello di Medea che uccide i suoi figli per vendetta contro Giasone, reo di averla tradita, e quello di Abramo che attenterà alla vita del figlio Isacco, mosso nella volontà solo ed esclusivamente dal sacrificio …  non compierà l’atto estremo  perché fermato dalla “mano di Dio”.

 

Già da questi due esempi, emerge una differenza sostanziale: da una parte c’è la madre, l’assassina del figlio, che commette il delitto spinta da un moto iracondo e furente; dall’altra il padre, che è anzitutto “sacrificatore”, la cui azione e volontà si iscrivono, nel racconto biblico, in un quadro di religiosità ufficiale e di devozione a un Dio.

 

È proprio il messaggio del mito greco e biblico a dirci che i padri non solo sono disposti a sacrificare i propri figli, ma esiste in loro una particolare componente di “barbarie” messa in atto nell’omicidio del figlio/e. Questo aspetto, caratterizza il figlicidio paterno rispetto al figlicidio materno …   la mancanza di crudeltà diventa  uno degli aspetti più evidenti nella differenza di genere di chi commette il figlicidio.

Padri che simulano incendi nella propria casa e in cui perdono la vita i figli, un padre che getta nel Po’ il figlioletto neonato, padri che infilano il figlio di 3 anni in lavatrice, e ancora padri che fanno sparire i propri figli e si suicidano.

 

Un orrore senza fine,  ma che sortisce il risultato sperato. La spietatezza abominevole rivolta contro i propri figli nell’intento di ucciderli , trova un’unica spiegazione consistente nel “punire”le madri nel modo più  terrificante possibile. Si mette in atto nel presente, una soluzione che annulla il passato e il futuro, per sparire agli occhi degli altri, non prima di aver lasciato la persona un tempo amata, con la sensazione che non troverà mai pace, poiché non c’è nessuno su cui scaricare la rabbia e il dolore per la perdita dei figli.

E’ già devastante perdere i figli per mano di estranei, ma almeno rimane la speranza di rivendicare la loro morte appellandosi alla giustizia.                
Ma perdere i figli per mano dell’altro genitore che si suicida, è un atto di punizione estrema, che non permette alcuna via d’uscita.

 

Spesso però,  i bambini non sono le sole vittime e il “famiglicidio” conferma che le cosiddette stragi familiari, sono una prerogativa esclusiva dei padri

Generalmente,  il contesto prevalente di queste morti è la separazione, che sia effettiva o temuta. Anche il vissuto abnorme, ossia un vissuto patologico alimentato da una condizione di sofferenza esistenziale, è molto presente.

                               

 In Italia, nel periodo di tempo che va dal gennaio 1996 al maggio 2012, si sono verificati 76 eventi omicidiari, in media 4 ogni anno.  

Le Regioni italiane in cui si concentra il maggior numero di figlicidi paterni è Lombardia e Lazio,  seguono l’Emilia Romagna e la Sicilia. Esistono Regioni per così dire più “sicure” quali il Molise, l’Umbria, il Trentino Alto Adige e la Valle d Aosta.

 

La maggior parte dei padri (57,89%), una volta compiuto il figlicidio, si suicidano; il 44 % ci prova, ma non riesce a portare a termine il proprio intento. I restanti, si consegnano alle autorità.

 

Da una prima analisi si può dire che sono padri in un’età compresa fra 25 e i 63anni, un ventaglio d’età piuttosto ampio,  più della metà sono sposati, una percentuale importante è separato o divorziato.  Svolgono prevalentemente una professione di bassa qualifica, una parte di loro (25%) non lavorano affatto.

           

Le vittime designate, hanno prevalentemente un’età  scolare, fra i 7 e i 10 anni segue quella dagli 11 ai 14 anni. I più piccoli sono i meno colpiti.

In tutti i casi,  sono presenti vari fattori di rischio, campanelli d’allarme che è possibile individuare nella vita personale dell’autore di figlicidio. Spesso, gli omicidi sono preceduti da denunce,  per maltrattamenti, minacce, stalking. Ma nessuno sembra essere in grado di proteggere questi bambini e queste donne.

 

Oggi potremmo parlare di un caso estremo di PAS (“Parental Alienation Syndrome”), in cui i bambini vengono strumentalizzati da un genitore (genitore alienatore) per distruggere la figura dell’altro (genitore alienato o bersaglio).

Darnall (1998) propone una tipologia di alienatore ossessivo (alienatore con causa), che tende a percepire se stesso come tradito e ad attribuire all’altro genitore il fallimento del matrimonio, la sua ragione di vita diventa la vendetta per tutti i “torti” subiti, di cui il divorzio rappresenta l’espressione massima.

 

Che vengano commessi dalle madri o puramente dai padri, a rimetterci la vita  sono spesso creature innocenti senza colpa a cui viene negato un futuro, e i responsabili di questo diniego sono proprio le stesse persone che avrebbero dovuto proteggerli sopra ogni cosa.

Rosi Nicoletta

 

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