Palermo, capitale dell’indifferenza

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Recentemente ci ha scritto un giovane (…) che, in una interessante lettera, ci pone una domanda alla quale tenteremo di rispondere: “Ho solo ventuno anni, ma provo per la nostra città, per il suo patrimonio di monumenti e di storia, un amore e un interesse grandissimi (…). Dinanzi al progressivo decadimento di Palermo, però, la domanda che mi pongo – e che le pongo – è: dovevano per forza andare così le cose? Non c’è proprio niente da fare per l’avvenire?” (…) Eppure penso che sarebbe utile spiegare ai palermitani (…) il perchè del saccheggio di Palermo (…). Avidità (…). Incuria delle autorità (…). Ma a Palermo c’è un’Università, c’è la Sovrintendenza, ci sono professori, architetti, urbanisti, storici dell’arte, partiti e sindacati agguerriti, c’è insomma gente di cultura. (…). La cosa più triste sarà se ci si convincerà che quel che succede a Palermo era ed è fatale, inevitabile, non imputabile a nessuno (….) . Palermo è ormai una città rassegnata a che le cose vadano come vanno.

 

Era il 13 ottobre del 1973 quando Rosario La Duca pubblicava questa lettera e la relativa risposta data a un (allora) giovane, all’interno di una seguitissima rubrica del Giornale di Sicilia, divenuta poi  una raccolta pubblicata sotto il nome de La Città perduta. E perduta lo è davvero la nostra Palermo. Irrimediabilmente. Una città senza memoria e senza storia. Incapace di riconoscere il suo valore. Un’ignoranza colpevole e che ha generato una città sempre più chiassosa, sporca, arrogante e anonima. Due elementi mi colpiscono, per la violenza della loro portata: dalla fine degli anni ’60 la faccia storica della città è stata progressivamente snaturata, avendo operato una vera e propria deportazione che ha cancellato le mura, i palazzi, la storia e la gente che l’abitava. Intere famiglie sono state spostate ai margini del territorio comunale, dentro veri e proprio ghetti da cui è difficile uscire: sono diventati un marchio indelebile sulla pelle delle persone che abitano quartieri come lo Zen (Zona Espansione Nord) o come il Cep (Centro Edilizia Popolare); sono i nuovi lager, costruiti a cielo aperto e di cui ci si ricorda solo in occasione di retate o altri fatti di cronaca. Lì, lontano dalla vista della “città bene” perchè non dessero fastidio alla “brava gente”. “Comprati”, con il miraggio di un alloggio dignitoso, si è invece spesso creata una guerra fra poveri, con occupazioni abusive fra disperati senza alloggio. Di contro, il centro storico si è via via svuotato, mentre la borghesia cittadina preferiva acquistare nuove abitazioni nella parte nuova della città, cresciuta in fretta e senza nessuna programmazione. Anche grazie alla mafia, che ha fatto affari enormi con il boom edilizio. I nuovi fenomeni migratori hanno, qualche anno dopo, portato molti nuclei “extracomunitari” ad accettare di vivere in alloggi fatiscenti, quelli abbandonati per gli alloggi popolari di cui sopra, contribuendo a dare un volto confuso e decadente alla città.

Nuove e più recenti speculazioni hanno richiamato verso il centro storico di Palermo la nuova borghesia, tornata a vivere in residenze lussuosamente ristrutturate. Un innesto di una violenza inaudita! Povertà accanto a miseria. Due entità lontane, che non si parlano, indifferenti l’una all’altra. L’unico comune denominatore: l’indifferenza. Gli uni perchè sazi, gli altri perchè non fanno parte del tessuto urbano di questa città.

Un malinteso senso di vitalità culturale ha prodotto la nascita di locali rumorosi, il cui risultato è spesso la devastazione di strade, piazze e vie in cui si può bere (e ubriacarsi) fino a notte inoltrata. E’ la movida palermitana, quella che rimbambisce i nostri giovani, che tornano di notte a popolare vicoli e zone diventate fantasma di giorno. La Vucciria è l’emblema di questo degrado. Negli ultimi tempi i crolli sempre più numerosi hanno messo a nudo, insieme alle stanze di abitazioni diroccate, la decadenza morale di questa città. Palermo muore. Muore di indifferenza, soprattutto. Il nostro è considerato il centro storico più grosso d’Europa, abbiamo un potenziale turistico sconfinato. In qualunque altra città del mondo tutto questo sarebbe diventato oro. Da noi la città è morta. Viviamo (male) una città morta. Ci aggiriamo fra i vicoli, le piazze. E’ un mordi e fuggi in mezzo a luoghi che parlano di morte, dove ogni tentativo di rinascita culturale viene soffocato dall’incapacità  dei suoi abitanti di essere comunità. I nostri ragazzi, quelli che non passano le loro notti nei locali in cui si beve a un euro, si sono laureati e poi sono scappati via; sono andati altrove a cercar risposte al loro talento. Palermo è una città vecchia. Palermo è una città fantasma. Palermo è la capitale dell’indifferenza. 

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Letteratura e fornelli sono le mie passioni e, fra queste due attività, divido il mio tempo. Non senza fatica! Che la cucina è cura. E amore. Ma vedere il piacere dipinto sui volti dei miei commensali è una moneta molto preziosa. Una volta uno chef disse che chi mangiava le sue pietanze era come se stesse dando un morso alla sua anima, una specie di eucarestia laica. Lo penso anch'io! I miei racconti? Nascono dalla realtà che frequento, dalle piccole grandi storie che ogni famiglia custodisce, gemme preziose che voglio liberare dal buio dell'oblio. Racconto i racconti che mi raccontano, racconto la mia storia. Scrivo ciò che mi ispira. "L'ispirazione è il mio tavolo di lavoro" diceva Baudelaire: a mescolare gli ingredienti poi ci penso io. E' l'arte dell'attesa: in cucina, come per scrivere un testo, non bisogna avere fretta. Ogni elemento ha un suo tempo specifico di reazione, un suo tempo di "riposo" e uno di "lievitazione". Sui fuochi o dentro l'anima.

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