Pino Maniaci: “Ma in che cazzo di stato viviamo?”

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Sono celebri le parole conclusive che Pasternak, nel suo romanzo, fa dire a Gordon, l’amico del dottor Zivago: “È successo più volte nella storia. Quello che era stato concepito come nobile e alto, è diventata rozza materia”. Parole che calzano perfettamente con la situazione che riguarda Telejato: la piccola emittente televisiva di Partinico, che, purtroppo si appresta alla chiusura. Le parole per raccontare un tale scempio non possono non evocare ideali degenerati, traditi, che mortificano la libertà di informazione e la capacità di esercitare un uso critico della ragione. Ed è così che una voce fuori dal coro, libera e coraggiosa, si è trovata a fronteggiare una battaglia su più fronti.: La mafia e lo Stato. La prima portata avanti con cronache coraggiose, libera da accomodamenti e edulcorazioni. La seconda con un sorriso amaro, consapevoli che il sistema che dovrebbe tutelarti, costruisce leggi ad hoc, in nome di opportunità che premiano tutti tranne la legalità. Gli effetti che si presenteranno dopo giugno, sono allarmanti e saranno devastanti. Il futuro dei giornalisti con la schiena dritta sbarrato e il corretto funzionamento dell’attività democratica compromesso. Un ritratto che porta a riflettere, non solo perché a breve ricorrerà l’anniversario della strage di Capaci, ma anche perché in fondo in questi lunghissimi anni la terra dei Vespri e degli aranci ha mostrato un nuovo volto, quello del riscatto, come ha sottolineato lo stesso Pino Maniaci: “ La Sicilia è la terra del gattopardo, di Sciascia, ma anche una terra che è cambiata molto. Oggi è una terra che vuole cambiare, lo dimostrano le associazioni antimafia Casablanca, Rita Atria, Adesso ammazzateci tutti e personalità come Riccardo Orioles”. Tuttavia nelle parole di Pino, colpisce come un pugno all’occhio quella mescolanza tra legale e illegale, forze sane e cattive che oggi stanno disegnando “nuovi” contorni: “Il dato più preoccupante,-continua Maniaci- resta il cordone ombelicale che lega la mafia alla politica. Un presidente in galera, l’altro indagato accompagnato dall’antimafia del PD che lo tiene ancora in vita”. Parole insomma di rabbia quelle del direttore di Telejato verso uno Stato assente, e una lotta, quella alla mafia, che dovrebbe essere profusa a piene mani, ma che resta relegata, isolata a “quei pochi focolai, come la nostra tv, che sopravvivono per miracolo, mentre in campo nazionale i media sono tutti politicizzati, si scannano gli uni con gli altri, come in una società cannibale, non occupandosi completamente del malessere mafioso”. Il messaggio è abbastanza chiaro. I proclami, gli atti di solidarietà, i messaggi di vicinanza, a chi, in questi anni ha portato avanti una battaglia coraggiosa tra condizioni disagiate, mezzi di fortuna e minacce, forse non bastano più. La società civile può rispondere in due modi. Aspettare passivamente giugno o cercare di reagire allo status quo. Il desiderio di una società libera, scevra da favoritismi e accomodamenti può spingere all’azione. D’altro canto la rivoluzione culturale, tanto cara a Borsellino, era strettamente legata ai mezzi d’informazione, e ancora oggi, ciò che non è cambiato è il grado di misurazione dello stato di salute di un paese: la capacità della stampa di denunciare vizi e corruzioni, senza compromessi e bavagli. Telejato docet. Le parole risicate di un timido articolo non possono che cedere il passo alla riflessione

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